Santi

«Rallegratevi ed esultate» (Mt 5,12), dice Gesù a coloro che sono perseguitati o umiliati per causa sua. Il Signore chiede tutto, e quello che offre è la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati. Egli ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente. (dall’esortazione apostolica “Gaudete et Exultate” di Papa Francesco)

In questa pagina troverai le storie di alcuni giovani che non hanno avuto paura di puntare in alto e che vogliono dire anche a te, oggi, che la santità è davvero possibile.


MARCO BETTIOL: UN TESORO NASCOSTO

La forza della testimonianza dei santi sta nel vivere le Beatitudini e la regola di comportamento del giudizio finale. Sono poche parole, semplici, ma pratiche e valide per tutti, perché il cristianesimo è fatto soprattutto per essere praticato, e se è anche oggetto di riflessione, ciò ha valore solo quando ci aiuta a vivere il Vangelo nella vita quotidiana.

(Papa Francesco, GE 109)

 
Marco Bettiol nasce a Vicenza il 24 giugno 1992.

Il giorno seguente viene trasferito nel reparto di patologia neonatale per accertamenti; dieci giorni dopo viene dimesso senza alcuna indicazione particolare di anomalie o malattie.

A tre mesi dalla nascita, però, ha una crisi epilettica, alla quale fa seguito un’ipotonia muscolare che si aggrava col passare del tempo.

Marco è un bambino allegro, sereno, gioioso e curioso, impara a camminare e a compiere piccoli gesti autonomi, ma non parla. A cinque anni regredisce improvvisamente: si chiude in sé stesso senza più interagire con il mondo esterno, perde ogni espressività facciale e smette di sorridere. Anche le sue condizioni fisiche peggiorano: le crisi epilettiche si ripetono quotidianamente e più volte nell’arco della giornata.

Seguono nuovi esami e ricoveri, ma nessun medico riesce a dare un nome alla sua malattia.

Grazie alla loro fede in Gesù, i genitori di Marco comprendono che solo con l’amore più gratuito possono riuscire a sostenerlo in tutte le sue necessità.

A otto anni, nell’ottobre 2000, Marco comincia a frequentare la scuola elementare. Grazie all’aiuto di un’educatrice esperta della tecnica della Comunicazione Facilitata, Marco comincia ad esprimersi, prima con una macchina da scrivere, poi con un computer. Presto diventa fonte di stupore per tutti: dal suo silenzio sgorga una grande e sorprendente saggezza.

Da quel momento, il suo dito e la tastiera diventano la sua voce e, attraverso i suoi scritti, Marco comunica la bellezza e la profondità del suo intimo rapporto con Dio.

“Dio ci ha dato una vita sola e tocca a ciascuno scegliere per chi spenderla, adesso è il momento che possiamo vivere, l’ora del nostro sì non può essere nel domani, né contare che siano quelli detti nel passato che ci porteranno avanti, solo quello espresso con Maria nell’attimo presente ci unisce veramente al cuore di Dio”.

“Noi non possiamo donare agli altri ciò che ci piacerebbe essere, ma solo ciò che realmente siamo”.

“Alla conclusione del nostro Santo viaggio noi saremo ciò che abbiamo amato”.

Marco è consapevole della sua condizione: “A volte mi chiedo cosa porto agli altri oltre il mio essere diverso, so che la prima cosa che si vede è questo corpo senza tono, gli occhi che difficilmente incrociano e sostengono uno sguardo e mani che da sole poco riescono a fare. […] A volte si parla di me senza tenere conto della mia presenza, mi si parla senza tenere conto che ogni parola per me ha un peso e un valore. In altre situazioni, occhi doloranti mi osservano e nulla cercano o vedono se non un povero essere che la vita ha castigato”.

Marco sente che, con la sua vita, deve “dar luce ai cuori che sono in ombra perché non conoscono il meraviglioso segreto di Dio Amore”.

Per Marco non mancano momenti di buio, ma si sente sostenuto dalla sua famiglia, dalla sua parrocchia e dal Movimento dei Focolari, a cui appartiene come membro dei Gen. Particolare è il suo legame con la fondatrice del Movimento, Chiara Lubich, che gli dona il “nome nuovo”, un appellativo che diventa un impegno di vita: “Amato”.

Chiamato a confrontarsi quotidianamente con il dolore, Marco sviluppa una straordinaria sensibilità e un’intelligenza brillante, che lo porta a frequentare con successo il liceo classico, dove i suoi compagni imparano ad apprezzarlo per i suoi pensieri e per la sua forza di volontà.

Per la festa del suo diciottesimo compleanno, Marco scrive questo saluto per tutti gli invitati:

“La vita è una strada che non si ferma quando vorremmo sederci, che molte volte non va nella direzione che avremmo desiderato, che spesso è così in salita da lasciarci senza fiato, ma che va affrontata con lo sguardo puntato sulla meta e non solo con il capo chino per non inciampare sui sassi che ci intralciano il cammino. Solo così ci si potrà sentire parte della strada che Dio ha pensato per condurci da Lui e assaporare le Sue meraviglie che ci alleggeriscono la vita, come le persone con cui condividiamo la via, perché il nostro Padre celeste conosce il cuore di chi ama e sa che da soli non si fa strada, mentre il poter essere insieme ci fa viaggiare con il vento alle spalle e godere del sole come della pioggia, forti della comunione di coloro che con noi hanno scelto di raggiungere la vetta con l’amore reciproco. Buon cammino a ciascuno e ricordate che siamo tutti compagni di viaggio.
Il vostro Marco”

Marco si sente in profonda comunione con Chiara Badano, Gen di Sassello, vissuta trent’anni prima di lui: il 25 settembre 2010 partecipa alla sua beatificazione. Marco ricorda così quel giorno: “Partecipare a quella celebrazione è stata una gioia smisurata che riprovo ogni giorno, se dico il mio sì a Dio nell’adesione all’attimo presente, essere come lei, vuol dire per me essere tutto donato a Gesù abbandonato e farmi uno con lui e la sua volontà”.

Tre settimane dopo, all’alba del 15 ottobre 2010, Marco ha un improvviso blocco respiratorio nel sonno. I genitori scrivono a parenti e amici: “Marco oggi è arrivato in paradiso, che festa grande lassù”.

 

“L’esperienza con Marco continua a farci scoprire com’è importante fare la volontà di Dio e non quello che a noi sembra esserlo. Accogliere Marco è stato vivere con lui ogni sua conquista, ogni passo, senza pretendere che fosse come gli altri bambini.” (Patrizia e Francesco, genitori di Marco)

“Vedere che Marco Bettiol ha saputo vivere tutta la sua breve vita con quell’intensità, sebbene dipendesse completamente dagli altri, mi ha fatto capire che anch’io posso donare la mia fragile vita per qualcosa di molto più importante che non sia il semplice essere valorizzato o considerato pensante ma sapere di essere figlio amato da Dio.” (Enrico, 18 anni, ragazzo diversamente abile)

(testi tratti dal libro Diario della Felicità 3. Testimoni di amore genuino. Una finestra aperta sul Cielo)

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Guarda la testimonianza dei genitori di Marco a A Sua Immagine.

MARCO SANTAMARIA: EROE DI ALTRUISMO

Chi desidera veramente dare gloria a Dio con la propria vita, chi realmente anela a santificarsi perché la sua esistenza glorifichi il Santo, è chiamato a tormentarsi, spendersi e stancarsi cercando di vivere le opere di misericordia. È ciò che aveva capito molto bene santa Teresa di Calcutta: «Sì, ho molte debolezze umane, molte miserie umane. […] Ma Lui si abbassa e si serve di noi, di te e di me, per essere suo amore e sua compassione nel mondo, nonostante i nostri peccati, nonostante le nostre miserie e i nostri difetti. Lui dipende da noi per amare il mondo e dimostrargli quanto lo ama. Se ci occupiamo troppo di noi stessi, non ci resterà tempo per gli altri».

(Papa Francesco, GE 107)

 
Marco Santamaria nasce a Benevento il 13 giugno 1987, festa di sant’Antonio da Padova.

Cresce in una famiglia molto religiosa: i suoi genitori si consacrano illimitatamente all’Immacolata nell’associazione MIM (Missione Immacolata Mediatrice) di Benevento e Marco, seguendo il loro esempio, si consacra alla Madonna nella Milizia dell’Immacolata dei piccoli.

Da giovane, entra a far parte del gruppo della Gioventù Francescana dell’Immacolata della chiesa di San Pasquale e della GIFRA della chiesa di San Francesco di Benevento, diventa responsabile diocesano del MSAC (Movimento Studenti Azione Cattolica), volontario dell’AVO (Associazione Volontari Ospedalieri) e ministro straordinario della Comunione. Marco si distingue per la sua fede coerente che diventa concreta in tutto quello che fa, per la maturità di molto superiore alla sua età, per il suo altruismo che lo porta a dimenticare se stesso per interessarsi dei bisogni del prossimo, soprattutto se bisognoso o ammalato.

Nonostante la sua profonda religiosità, Marco è un ragazzo come tanti altri: studia, ama lo sport, si diverte con i suoi amici e ha una fidanzata con la quale condivide la sua stessa fede e i suoi stessi ideali.

La sua passione per il calcio lo porta a intraprendere, appena maggiorenne, l’attività di giornalista sportivo. Fare il giornalista è il suo sogno: i suoi colleghi, che gli devono insegnare il mestiere, si accorgono che è lui che insegna a loro con la sua bontà e tutta la sua vita.

Ancora giovane, Marco vive una dura prova: la malattia e la morte della sua mamma, alla quale era molto legato. Nonostante l’immenso dolore, Marco rimane sereno, non si lamenta e non si ribella, ma accetta con fede la volontà di Dio e, dimentico di sé, si prende cura del papà e della sorella minore.

Appena un anno dopo la morte della mamma, Marco scopre di avere un tumore all’apparato genitale, ma non dice niente a nessuno, perché non vuole dare nuove preoccupazioni e dolori alla sua famiglia.

Marco inizia così la sua via crucis, fatta di ricoveri, interventi chirurgici, chemioterapia ma, ancora una volta, dimentica se stesso e si prende cura dei bisogni degli altri: durante la sua degenza in ospedale visita gli altri degenti, portando loro un sorriso e una parola di conforto.

Nonostante la sofferenza sia sempre più pesante, Marco rimane sereno e sorridente; continua a lavorare e a tenere fede a tutti i suoi impegni con una forza straordinaria: si abbandona alla volontà di Dio, senza mai abbattersi di fronte alle difficoltà.

Ricorda Carmen, la sua fidanzata: “Marco arrivava a far sentire qualche suo lamento solo quando non ne poteva davvero più e umanamente aveva bisogno di essere sostenuto”.

La situazione di Marco peggiora: tanti chiedono per lui la guarigione, ma Marco è pronto anche ad accettare la morte se questa è la volontà di Dio. Una settimana prima di morire, all’Arcivescovo di Benevento che va a trovarlo in ospedale, Marco si rivolge così: “Non pregate per la mia guarigione, ma perché si compia in me la volontà di Dio e per la grazia di una buona morte”.

Il 19 maggio 2010, all’età di 22 anni, circondato dai suoi cari e da diversi sacerdoti, durante la recita del Santo Rosario, Marco lascia la vita terrena per entrare in quella eterna.

Ho imparato a vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo…
Due grandi luci hanno illuminato e dato senso al mio cammino:
“Non avrai altro Dio all’infuori di me” (Dt 5,7)
e “Amatevi come Io vi ho amati” (Gv 15,12).
In essi ho trovato la vera felicità sulla terra
e, ora, la beatitudine in cielo.
Sia anche per voi così.

vostro Marco 

“Incontrare Marco per me è stata l’occasione per diventare migliore. Penso che la sua naturale capacità di trasmettere serenità e gioia di vivere facendosi dono per gli altri con il suo grande cuore, ha reso migliore il cuore di tutti coloro che lo hanno incontrato (e non solo). Grazie, Marco, per la tua testimonianza discreta e silenziosa, ma forte e contagiosa che ci esorta a diventare uomini migliori.” (Enrico)

“Marco è stato e continua ad essere per me un grande esempio di fede, oltre che un prezioso amico. È proprio grazie a lui che ho riscoperto il mio amore per Dio, che ho cominciato a percorrere nuovamente il cammino della fede. È Marco che mi ha insegnato l’importanza dell’Eucarestia, che nel momento del dolore mi ha offerto e mi sta offrendo grande conforto. È nella comunione con Dio, infatti, che sento Marco più vicino e questa profonda consolazione non avrei mai potuto comprenderla senza conoscere un esempio di fede così credibile. Grazie, Marco, per il dono che attraverso di te ho ricevuto!” (Anna)

“Carissimo Marco, quante volte mi sono chiesto perché non c’è una parola per indicare un genitore che perde un figlio. Il figlio diventa orfano, il coniuge diventa vedovo, il genitore… niente! Oggi ho capito perché: un figlio non muore mai per un genitore, vive per sempre nel suo cuore.” (Carmine, papà di Marco)

(fonte: https://www.santiebeati.it/ e http://www.marco-santamaria.it/index.php/)

MARIACHIARA MESSINA: CON LA CROCE NEL CUORE E LA RESURREZIONE SUL VOLTO

Essere santi non significa lustrarsi gli occhi in una presunta estasi. Diceva san Giovanni Paolo II che «se siamo ripartiti davvero dalla contemplazione di Cristo, dovremo saperlo scorgere soprattutto nel volto di coloro con i quali egli stesso ha voluto identificarsi». […] In questo richiamo a riconoscerlo nei poveri e nei sofferenti si rivela il cuore stesso di Cristo, i suoi sentimenti e le sue scelte più profonde, alle quali ogni santo cerca di conformarsi.

(Papa Francesco, GE 96)

 

Mariachiara Messina nasce a Patti, in provincia di Catania, il 4 agosto 1986.

Mariachiara cresce in una famiglia unita, che vive la fede nella semplicità della quotidianità. Fin da bambina, per lei ogni occasione è buona per pregare: la preghiera l’accompagnerà per il resto della sua vita, specialmente la recita del Santo Rosario.

Nell’adolescenza Mariachiara è una ragazza innamorata della vita: le piace ascoltare musica, stare in compagnia, danzare, fare sport, ama leggere e studiare, infatti eccelle negli studi. Nel 2014, nonostante siano anni segnati pesantemente dalla malattia, si laurea in “Scienze e Tecniche di Psicologia delle Relazioni Educative”.

Nel 2002 le viene diagnosticata la miastenia gravis, una patologia causata dal timoma, un tumore che colpisce la ghiandola del timo. Si rende necessario un intervento chirurgico di asportazione a cui seguono quaranta giorni di radioterapia. Da questo primo intervento, iniziano per Mariachiara quindici anni segnati da ben sei interventi chirurgici per combattere il tumore, che continua a presentarsi con tre recidive, e il linfoma comparso nel 2012.

La malattia da cui Mariachiara è affetta, comporta una seria debolezza muscolare che infiacchisce e indebolisce, fino ad impedire i movimenti.

A luglio del 2007 sopraggiunge una crisi respiratoria e Mariachiara viene letteralmente salvata dai medici del pronto soccorso e dai rianimatori dell’ospedale di Patti. Mariachiara rimane venticinque giorni nel reparto di rianimazione. La crisi respiratoria e la prima lunga degenza in rianimazione del luglio-agosto 2007 costituiscono un’esperienza molto forte che si imprime nell’anima di Mariachiara che, in questa occasione, scrive una lettera di ringraziamento per medici e infermieri per le cure ricevute. In questa lettera rievoca i momenti difficili ma testimonia anche la forza della speranza, animata grazie anche alla capacità del personale di mettere al centro delle cure la persona umana.

In quel tempo, Mariachiara non smette di pensare agli altri: ad un operatore sanitario in partenza per Lourdes affida una lettera per la “Cara Mamma Celeste”. Mariachiara non chiede niente per sé, neppure la sua guarigione, ma invoca sostegno per coloro che porta nel cuore.

Nei suoi 15 anni di passione, Mariachiara, tra alti e bassi, non smette mai di affidarsi totalmente al Signore e alla Madonna. Tante esperienze sono state determinanti per il suo percorso e la sua maturazione. Tra le più importanti la scuola di evangelizzazione “Sentinelle del mattino di Pasqua” che Mariachiara definisce “l’esperienza più importante e bella della mia vita”. Tale esperienza segna di fatto una svolta nella sua vita perché le consente di approfondire la sua fede e di fare esperienza della bellezza e della gioia della vita cristiana che si trasforma in scelta definitiva. Durante il periodo vissuto alla scuola di evangelizzazione, Mariachiara scopre l’importanza di testimoniare il proprio incontro con Dio per rispondere alla sete e alle attese del cuore degli altri. Tale momento è per lei un momento doloroso, come quello della potatura per portare i frutti, raggiungendo “una vita fedele all’amore: il frutto è amare ed essere amati”.

“Ho capito che amare non è una cosa che scende dall’alto come un miracolo che ti cambia da un momento all’altro, quelle sono grazie che Dio ti dà se è meglio per te, ma amare è scegliere di amare ogni giorno e in ogni giorno, e in ogni giorno ogni momento dire il tuo sì e farlo!”[1]

Nel 2013 Mariachiara si pone seriamente la domanda sulla propria vocazione: il 21 gennaio 2014 arriva ad esprimere la raggiunta consapevolezza che la via che desidera percorrere con tutto il cuore è quella che va dall’amore umano, che coincide con il bisogno di essere amata, all’Amore eterno e fedele, cioè all’amore casto per Gesù.

La vocazione di Mariachiara si fa carne attraverso un proposito fermo e costante: l’evangelizzazione degli altri giovani. Mariachiara ha a cuore i suoi coetanei ed è convinta che ogni giovane sia portatore di una grande ricchezza e allo stesso tempo bisognoso di trovare motivi di speranza. Ai giovani che incontra propone iniziative come momenti di riflessione e di preghiera, in circostanze umili e mai appariscenti: non vuole mettersi in mostra ed è convinta che l’evangelizzazione dei giovani è Gesù stesso a farla, a lei tocca solo creare occasioni in cui Lui possa parlare al cuore dei suoi coetanei. Mariachiara coinvolge tanti giovani ma per lei è chiaro che il primo e indispensabile passo dell’evangelizzazione è stato il lavoro su se stessa: da lì si è irradiata quella luce che ha raggiunto tanti giovani.

L’ultimo anno della vita di Mariachiara è segnato dall’acutizzarsi della fatica fisica e dall’intensificarsi del suo cammino spirituale, che la prepara all’incontro con il suo Sposo.

Il 2017 è l’anno del compimento: Mariachiara ha l’opportunità di riprendere in mano tutto ciò che è stato fondamentale per il suo cammino. Nelle sue riflessioni, la sofferenza c’entra ma non occupa mai il primo posto: ad emergere è piuttosto l’amore per Dio, l’impegno ad amare gli altri, il desiderio di santificarsi nella fedeltà alle piccole cose e nel superamento dei propri limiti spirituali.

A fine luglio Mariachiara è ricoverata in ospedale per crisi respiratoria: è il momento in cui giunge a maturazione anche la sua sofferenza, vissuta affidandosi sempre a Gesù e alla Madonna. Qualche giorno prima di essere intubata chiede al papà di essere sereno perché lei è serena, gli chiede di accettare la volontà del Signore.

L’8 agosto 2017, Mariachiara “scioglie le vele e passa all’altra riva”, all’età di 31 anni. Il giorno successivo, al suo funerale, vengono proclamati testi biblici di intonazione nuziale e, secondo il desiderio di Mariachiara, il Vangelo delle Beatitudini.

 

Con la sua vita Mariachiara ha fatto fruttificare la grazia del suo battesimo e con la sua testimonianza luminosa e feconda ha fatto risplendere la luce di Dio. La sua intera esistenza è stata vissuta e donata per amore, fino agli ultimi momenti, quando si è preparata all’incontro con Cristo, tenendo accesa la lampada della fede.

Mariachiara, forte nella tua debolezza, perché incrollabilmente ancorata all’amore di Dio, continua ad essere luce per i giovani, che così tanto hai avuto a cuore.

(testi tratti dal libro Con la croce nel cuore e la risurrezione sul volto)

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Alla Madonna del Tindari Mariachiara ha attribuito la grazia più importante della sua vita: ascolta la testimonianza di Mariachiara a Sulla via di Damasco.

Guarda la testimonianza di Don Gianni Castrorani (Sentinelle del Mattino) e del papà di Maria Chiara, Cesare Messina.


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[1] Quaderno 2 di Mariachiara, appunti del 27 febbraio 2011.

FILIPPO BATALONI: UNA GOCCIA DI PARADISO SULLA TERRA

Gesù ha spiegato con tutta semplicità che cos’è essere santi, e lo ha fatto quando ci ha lasciato le Beatitudini (cfr Mt 5,3-12; Lc 6,20-23). […] La parola “felice” o “beato” diventa sinonimo di “santo”, perché esprime che la persona fedele a Dio e che vive la sua Parola raggiunge, nel dono di sé, la vera beatitudine.

(Papa Francesco, GE 63-64)

 
Filippo Bataloni nasce il 2 giugno 2006.

Il giorno del Battesimo, alla domanda di rito del sacerdote: “Cosa chiedete per Filippo?”, i suoi genitori rispondono: “La vita eterna”. Una profezia, perché qualche anno dopo saranno chiamati proprio ad accompagnare il loro primo figlio alla festa del Paradiso.

Nel 2008, infatti, quando Filippo ha solo due anni, si manifesta per la prima volta la leucemia.

Nel mezzo del buio, con Filippo ricoverato e il secondogenito nato prematuro a sei mesi e in fin di vita, Stefano, il papà di Filippo, dice alla moglie Anna: “Faremo un terzo figlio. All’aggressione alla vita si può rispondere solo con la vita”.

Filippo inizia il primo ciclo di chemioterapia. Sua madre ricorda: “Filippo dà prova di essere un bambino forte e docile, si concentra sulle sue attività e non si lamenta di stare in un posto così angusto. […] fa puzzle, ascolta storie, gioca, disegna, guarda i cartoni animati. Sorride tanto e ogni giorno che passa fa o dice qualcosa di nuovo […]. Le ore passate in camera sterile con lui sono un regalo, lo osservo e non posso credere che il mio bambino stia vivendo questa prova”.

Dopo due anni di cure, per Filippo si prospetta la fine della terapia, ma gli esami al midollo rivelano che Filippo è in recidiva. Filippo viene di nuovo ricoverato in ospedale e inizia subito una nuova terapia. La strada è segnata: Filippo deve sottoporsi al trapianto di midollo osseo.

In tanti pregano per Filippo, anche dalla Francia e dal Sud America.

Il trapianto riesce bene e le cose iniziano a migliorare, ma un controllo eseguito a nove mesi dal trapianto, rivela che Filippo è di nuovo in recidiva. Filippo viene sottoposto a nuovi cicli di chemioterapia e ad un secondo trapianto di midollo.

Filippo migliora e il 17 marzo 2012, dopo 55 giorni in camera sterile, viene dimesso e il 2 giugno festeggia il suo sesto compleanno.

Ma la malattia ritorna appena un anno dopo. Di nuovo, per la terza volta, si susseguono cicli di chemioterapia e un trapianto di midollo.

Il controllo sul midollo del trentesimo giorno conferma la remissione completa della malattia e Filippo viene dimesso. Pian piano Filippo riprende energie e voglia di fare e ricomincia una vita normale.

Ma la malattia si ripresenta, per l’ennesima volta, l’anno dopo, il 27 agosto 2014. Filippo è in fase terminale: non ci sono più terapie che possano far sperare nella sua guarigione.

Durante questi anni di malattia, Filippo non si ribella, fatica umanamente, a volte piange, ma non maledice; anzi, accetta quella condizione che lo priva di tante cose belle e si rallegra di tutto quel che viene: pur chiuso in ospedale dice di essere felice. Nonostante i forti dolori, Filippo non si lamenta quasi mai.

La malattia, inoltre, rende Filippo incredibilmente maturo spiritualmente. A otto anni, sa di dover morire ma dice di non avere paura, perché sa che la sua destinazione è la Casa Celeste: “Io non ho paura di morire! Ci ho pensato, perché quando ero nella pancia della mia mamma mi giravo e rigiravo, le davo i calcetti e pensavo che tutta quella era la mia vita… ma sono dovuto passare nel pianto per entrare nella vita… e la mia mamma mi ha raccontato che ho pianto molto quando sono nato. Ora, se succede che muoio, devo solo passare nel grande pianto per entrare nella vita vera!”.

Domenica 14 settembre, Filippo fa la Prima Comunione. Ricorda sua madre: “Da quel giorno, ogni domenica Filippo vuole andare alla messa di don Stefano, perché sa che lì riceverà la Comunione e partecipa all’intera celebrazione: ascolta, cerca di concentrarsi, prega”.

Il mese di ottobre trascorre abbastanza sereno, a parte la polmonite che provoca in Filippo forti dolori. Sua madre ricorda: “È in questi momenti che invito Filippo a pregare. Siamo sul divano, lui cerca una posizione in cui trovare un po’ di sollievo, sistema i cuscini, si agita; infine, stremato, mi chiede: “Mamma, quando mi passa questo dolore?”. Rispondo: “Non lo so, Filippo. L’unica cosa che so è che se non riesci a farlo passare, puoi fare un’altra cosa: offrirlo a Gesù. Gesù è stato sulla croce per noi, anche per te. Con questo dolore che non passa tu stai completando il Suo, sulla croce. Non è inutile, se lo regali a Lui”. Filippo, docilmente, forse sfinito, annuisce”. E incominciano a pregare insieme.

Filippo, così, trasforma la sua sofferenza in preghiera e inizia a pregare per sette intenzioni, offrendo a Gesù il suo dolore:
Per Giacomo, il bimbo conosciuto all’ospedale di Monza, che presto farà il suo trapianto e ha solo due anni e mezzo. Per Giacomo, dunque, e per tutti i bambini che soffrono a causa di malattie: che Dio li protegga sempre.
Per nonno Italo, che soffre […]. E per tutti i nostri nonni.
Per Francesco e Giovanni (i suoi fratellini).
Per mamma e papà.
Per le persone che non credono, perché siano illuminate dalla grazia e trovino la fede.
Per le persone che non riescono ad avere bambini, perché possano averne o si aprano alla vita in altri modi e si sentano comunque genitori.
Per i bambini nelle pance. Per quelli che hanno dei problemi e rischiano di non nascere e per quelli che sono rifiutati dai loro stessi genitori: perché il Signore li protegga, li guarisca, li salvi.

A inizio novembre Filippo inizia a peggiorare.

Il 20 novembre 2014, dopo sei anni di battaglia, Filippo va in Paradiso all’età di otto anni e mezzo.

Filippo amava mettersi le magliette a rovescio, perché, come ricorda sua madre, “la parte esterna per lui contava poco, quello che era veramente importante era il dentro, senza scritte, senza stampe, senza nemmeno un piccolissimo logo. A lui non interessava che si vedessero cuciture o etichette, il lato che in genere si mantiene nascosto. Indossava così le magliette, spesso anche per uscire di casa, in un modo che a chiunque sarebbe parso un errore, e forse lo faceva anche per alleggerire la sua realtà dolorosa e faticosa: immedesimandosi in ciò che desiderava non era più un bambino malato in una stanza di ospedale, ma diventava di colpo una volpe, un ermellino […]. Allo stesso modo ci siamo resi conto che il Signore ha rovesciato la nostra storia di sofferenza e di paura e l’ha trasformata in una storia di amore e di speranza, ha illuminato quello che in genere resta nascosto, quello che agli occhi del mondo sembrerebbe un errore come le cuciture di una maglietta, mostrandoci la Sua bellezza e perfezione, così come Filippo trovava bello e perfetto vestirsi con la maglietta a rovescio”.

(testi tratti dal libro Con la maglietta a rovescio. Storia di Filippo Bataloni e dal blog piovonomiracoli 2.0)

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Guarda la testimonianza dei genitori di Filippo a Bel tempo si spera.

MARIA CHIARA MANGIACAVALLO: UNA PRIVILEGIATA AGLI OCCHI DI DIO

Non avere paura di puntare più in alto, di lasciarti amare e liberare da Dio. Non avere paura di lasciarti guidare dallo Spirito Santo. La santità non ti rende meno umano, perché è l’incontro della tua debolezza con la forza della grazia. In fondo, come diceva León Bloy, nella vita «non c’è che una tristezza, […] quella di non essere santi».

(Papa Francesco, GE 34)

 
Maria Chiara Mangiacavallo nasce il 7 dicembre 1985 a Sciacca (AG).

Ultima di sette figli, cresce in una famiglia cattolica, vivendo un’infanzia spensierata.

Ragazza solare e amante della vita, si appassiona alla fotografia e ai viaggi. Partecipa assiduamente ai corsi organizzati dai frati di Assisi, dove incontra padre Vito, che diventa il suo padre spirituale.

Durante un viaggio in Terra Santa, nel 2008, il Signore si rivela a Maria Chiara chiedendole di “brillare”. Di fronte a una richiesta così grande, Maria Chiara si intimorisce e si tira indietro: per cinque anni Dio rimane, per lei, solo un lontano ricordo.

Nel 2010 Maria Chiara inizia ad accusare alcuni dolori al corpo. Dopo diversi controlli e consulti medici, seguiti da un esame istologico, si giunge alla causa del problema: un raro tumore all’utero che colpisce soprattutto donne anziane, che le provoca la perdita di utero e ovaie. Maria Chiara si ribella con il Signore e inizia a condurre una vita disordinata.

Nel 2013, tramite Facebook, Maria Chiara viene a conoscenza della storia di Chiara Corbella Petrillo. Solo allora si ricorda di quella richiesta che il Signore le aveva fatto e sente in lei il desiderio di “brillare” allo stesso modo di Chiara.

Intanto il tumore progredisce veloce e, prima di affrontare l’ennesimo intervento, Maria Chiara riallaccia i contatti con padre Vito e cambia radicalmente vita: “[…] Ho chiamato padre Vito, dopo anni che non ci sentivamo, e mi ha dato di meditare l’Annunciazione, il Vangelo di oggi. Quando l’ho letto non l’ho capito, ho pensato: “brava Maria, ha detto sì…” ma non riuscivo a vedere cosa il Signore volesse dire a me. […] Da lì a poco sarei stata operata di nuovo e ho capito cosa voleva dirmi con quel vangelo. “Tu vuoi che io dica il mio SI e poi fai tutto tu, no?”. Allora ho affidato la mia malattia a Lui che mi ha trasformato la vita e l’ha resa proprio bella. Quel Natale è stato il più bello della mia vita perché dovevano togliermi la vescica con quell’intervento. La grazia è stata che non me l’hanno tolta, ma la grazia più bella è stata quella di riconciliarmi con il Padre e vivere la malattia con Lui, mi sono sentita proprio accompagnata. Ho una malattia abbastanza particolare, quindi non c’è una cura specifica. […] Però la cosa bella è che il Signore mi ha fatto fare cose impossibili. Il tema di oggi è proprio il mio tema. Perché è stato un anno di cose impossibili. Ho fatto il cammino di provvidenza: per una settimana senza soldi, senza cibo, abbiamo camminato 130 km a piedi e il mio corpo ha retto a tutto questo. Abbiamo fatto un pellegrinaggio in Terra Santa, la marcia francescana come guastatrice… Tutte cose che per me e per una malata sono impossibili, Lui le ha rese possibili” (testimonianza di Maria Chiara, l’8 dicembre 2014 ad Assisi, in occasione di una giornata dedicata a Chiara Corbella Petrillo intitolata “Nulla è impossibile a Dio”).

La malattia avanza imperterrita, fino a rendere Maria Chiara una malata terminale, ma lei vede tutto ciò alla luce di Dio, tanto da ritenersi una privilegiata ai suoi occhi: accetta la sua malattia come il meglio per lei. Inizia, così, a portare la sua testimonianza in giro per l’Italia.

Maria Chiara vive gli ultimi due anni della sua vita preparandosi all’incontro con il suo Sposo.

Il 13 giugno 2014 Maria Chiara porta la sua testimonianza all’anniversario della nascita in cielo di Chiara Corbella, definendosi un “frutto di Chiara”. Esattamente nove mesi dopo, il 13 marzo 2015, proprio come un frutto dal grembo di Chiara, durante la celebrazione eucaristica, dopo aver ricevuto la Comunione e la benedizione da padre Vito, come lei stessa desiderava, Maria Chiara abbraccia per sempre il suo Sposo. Ha 29 anni.

Il funerale, celebrato il 16 marzo, è una festa: oltre alla gente del luogo, vi partecipano anche più di 70 giovani, provenienti da tutta Italia, che avevano conosciuto Maria Chiara nelle varie testimonianze.

(fonte: http://www.mariachiaramangiacavallo.it/)

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Testamento spirituale di Maria Chiara, scritto l’8 febbraio 2014.

Oggi scrivo il mio testamento, affinché possiate ricevere ciò che il Signore mi ha donato.

Il Signore mi disse: «ecco, ti metto le mie parole sulla bocca» GE 1,9-10

A tutti coloro che ho incontrato nel mio cammino sia pure per brevissimo tempo affido il mio amore, che è cosa poca, ma spero che possiate assaporare (attraverso di esso), l’Amore che il Signore ogni giorno della vostra vita vi dona.

Lascio a tutti coloro che leggeranno questo testamento la speranza.
La speranza di godere della vita eterna, sia qui sulla terra che in cielo.
Quella speranza che racchiude in se la gioia, la pace e l’amore!
Non abbattetevi mai nelle difficoltà, cercate sempre l’aiuto di Dio…non pensate mai che il Signore non è vicino a voi, perché è sempre lì presente, aspetta solo un vostro cenno o una vostra parola.
Le difficoltà non mancano e non mancheranno, ma vissute con Lui avranno un aspetto diverso, diventeranno leggere e profumate d’amore.
Non perdete tempo a pensare a cose superflue e senza senso…vivete ORA e ADESSO con Dio e solo così, capirete quanto è bello vivere l’ORA e l’ADESSO “PER” Lui, non potrete più fare a meno di unire con Dio la vostra vita perché solo così troverete un senso a tutto ciò che vi succederà in ogni momento.

Pregherò sempre per tutti voi, in qualsiasi parte dove Dio mi vorrà.

Maria Chiara

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Guarda l’estratto della testimonianza data da Maria Chiara l’8 Dicembre 2014.

Guarda la testimonianza di padre Vito, padre spirituale di Maria Chiara.

Guarda il riassunto del funerale di Maria Chiara, celebrato il 16 marzo 2015.

GIANLUCA FIRETTI: UOMO DEL VANGELO FINO ALLA FINE

Ogni cristiano, nella misura in cui si santifica, diventa più fecondo per il mondo.

(Papa Francesco, GE 33)

 
Gianluca Firetti nasce l’8 settembre 1994 a Sospiro (CR).

Conosciuto da tutti come Gian, è un ragazzo come tanti altri, che conduce una vita normale come tanti: ama il calcio, un po’ meno la scuola.

Nel settembre 2012, a 18 anni, durante una partita di calcio, Gianluca avverte un dolore al ginocchio destro. Seguono vari accertamenti, poi a dicembre la diagnosi: osteosarcoma. Federico, suo fratello, ricorda così quel momento: “La normalità di Gian c’è stata anche nel momento della scoperta della malattia. […] La reazione è stata naturale. […] Gian piangeva e si sfogava. […]”.

Così, da un momento all’altro, tutto, nella vita di Gianluca, cambia.

Grazie all’amica Valentina, conosce don Marco D’Agostino, con il quale instaura un intenso rapporto di fede e amicizia: Gianluca gli apre il suo cuore, confidandogli i suoi dubbi e le sue domande sulla vita dopo la morte, ma anche sorprendendolo per il modo con cui affronta la malattia.

Gianluca non si ribella alla malattia, ma l’accoglie e l’accetta, sale sulla croce di Cristo, si affida al Signore e alla Vergine. La fede accompagna Gianluca in questo percorso di dolore, un dolore mitigato dalla speranza e dalla consapevolezza serena di quanto gli sta accadendo.

Nonostante la sua situazione, Gianluca pensa più agli altri che a se stesso: ha sempre parole di incoraggiamento per i suoi amici, che fanno la fila per andare a trovarlo, trasmette serenità a chi lo incontra, diventando un segno di risurrezione per tanti. Gianluca è un Vangelo vivente.

Ricorda Federico: “Gian accoglieva i suoi amici dimenticando se stesso. Si preparava a questo incontro. Anch’io, con mio fratello, ho riscoperto la quotidianità delle piccole cose, come stare insieme sul divano a guardarsi insieme un DVD, come l’ultima sera dell’anno perché non poteva muoversi. […] Perché credo siano le piccole cose che contano nella vita. E Gian ce l’ha insegnato. A me e alla mia famiglia”.

Attorno a Gianluca si forma un folto gruppo di amici, vecchi e nuovi, che pregano con lui e per lui, accompagnandolo nella sua lotta contro il tumore.

Ricorda Federico: “Gian […] da quando si è ammalato ha saputo intraprendere con coraggio questo duro e difficile cammino, grazie all’amore della sua famiglia, degli amici, sacerdoti, medici, infermieri, volontari. Si è lasciato voler bene da tante persone. […] la malattia ci ha unito di più. Gian era un ragazzo innamorato della vita. Era un ragazzo normale. Gli impegni li portava a termine. […] La normalità e la semplicità sono stati la sua caratteristica più vera. Questa è stata la sua forza”. Una forza che dà forza agli altri.

Anche se la malattia avanza a grandi passi e il dolore diventa sempre più acuto, Gian è sereno. Continua a lottare, supportato da familiari e amici.

Negli ultimi mesi le sue condizioni peggiorano. Tuttavia, giorno dopo giorno, cresce in lui il desiderio di vivere, pur consapevole che prima o poi sarebbe morto: “Don, sto morendo. Che cosa mi attende? Quale sarà la mia ricompensa? Gesù mi sta aspettando?”.

Una sera, Gianluca rivela a suo fratello: “In fondo noi siamo fatti per il Cielo. Per sempre. Per l’eternità”.

Il dialogo con Gesù si intensifica. Gianluca si sente amato e sostenuto da Dio; nei momenti di maggior fatica e sofferenza si rivolge al Lui non per chiedergli di guarire, ma per chiedergli di aiutarlo a portare la croce: “Se puoi, smezzami la croce. Spaccala a metà, perché per me è troppo pesante”.

Il 24 gennaio 2015 Gianluca chiede di essere ricoverato all’Hospice. Sa che la fine è vicina, ma stringe i denti e continua a lottare, sapendo di non essere solo: molti, infatti, lo sostengono con l’amicizia e le preghiere.

Piagato e sofferente, ha tempo di incontrare e ascoltare le persone che si alternano nella sua stanza, che da luogo di dolore e di morte diventa luogo di incontro e di preghiera.

Sfinito e immobile, Gianluca fatica a mangiare e a respirare, ma non si perde d’animo: dal suo letto è per tutti fonte di energia e di luce. Seppur con un filo di voce, a ciascuno dei suoi amici ripete: “Mi raccomando, non sprecare la vita, fa il bravo, studia perché io farei cambio e studierei 500 pagine piuttosto di soffrire”.

Tante persone si raccolgono “sotto la croce” per esserci, per non lasciare il loro amico da solo. E lui sorride, ringrazia. C’è per tutti: una parola buona, uno sguardo intenso, un sorriso contagioso. Gianluca vive consapevolmente ogni momento, fino alla fine.

Gianluca muore il 30 Gennaio 2015, all’età di 20 anni.

Ricorda l’amica Valentina: “Gian è stato veramente un giovane speciale. Un credente. Più la malattia lo mangiava, più la sua anima splendeva”.

Ricorda don Marco: “Gianluca è stato un giovane entusiasta, appassionato e amante della vita. L’ha vissuta minuto per minuto. Per me è stato un figlio, un fratello, un amico”.

(testi tratti dal libro Gianluca Firetti. Santo della porta accanto)

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Guarda la testimonianza di don Marco D’Agostino sulla storia di Gianluca.

TIZIANA MERCURIO: LA SOFFERENZA OFFERTA PER LA SALVEZZA DELLE ANIME DEL PURGATORIO

Non avere paura della santità. Non ti toglierà forze, vita e gioia. Tutto il contrario, perché arriverai ad essere quello che il Padre ha pensato quando ti ha creato e sarai fedele al tuo stesso essere. Dipendere da Lui ci libera dalle schiavitù e ci porta a riconoscere la nostra dignità.

(Papa Francesco, GE 32)

 
Tiziana Mercurio nasce il 2 giugno 1980 a Benevento.

Ragazza bella ed elegante, fin da piccola ama trascorrere le sue giornate in compagnia della sorella e dei cugini.

Un giorno, proprio uno dei suoi cugini, si rivolge alle due sorelle con questa domanda: “Sapete chi è Gesù?”. Inizia così, per Tiziana e la sorella, la ricerca del volto di Dio: cominciano a frequentare la parrocchia e a partecipare agli incontri dei giovani. Più tardi, entrano a far parte della Milizia Francescana di S. Massimiliano M. Kolbe, dove si innamorano sempre più di Gesù e di Maria, fino a prendere la decisione di consacrarsi alla Vergine ogni 8 di dicembre.

Tiziana conduce una vita serena e spensierata, fino a quando, all’età di 17 anni, viene colpita da una grave malattia. Dopo una serie di rigorose cure, Tiziana guarisce.

Scrive Tiziana: “Cosa vuole il Signore da me? Io non ho provato mai a chiedere al Signore cosa vuole da me. Mi è sempre difficile dirlo, come mi è difficile dire: «Sia fatta non la mia ma la Tua volontà». Forse per paura di donarmi qualcosa di brutto. Allora mi convinco quando Lui dice: «Se mi ami, prendi la Mia Croce e seguimi!». Questa convinzione mi ha portato a chiedere al Signore un patto. Era un giorno di gennaio del 2001, ed io leggendo un libro che trattava delle anime del Purgatorio, riflettei molto profondamente, e poi trovandomi sola nella mia stanza, vicino alla figura di Gesù Misericordioso, dissi: «Gesù, donami una grande sofferenza ed io la offro per le anime del Purgatorio, specialmente per quelle che si trovano nell’oscurità, lontano da te, affinché possano goderti, nella tua luce splendente»”.

Dopo qualche settimana, la malattia ricompare.

Continua a scrivere Tiziana: “[…] qualche settimana dopo, ricomparve dopo tre anni la mia malattia; però questa volta è stata molto lunga l’attesa della mia guarigione e ho dovuto lottare parecchio per sconfiggere il male. Ma ero sicura di non essere sola, perché anche se ho fatto la mia scelta, cioè quella di soffrire per anime sofferenti, Gesù mi è stato vicino e pure le stesse anime, che ancora oggi ringrazio. Quella forza non l’avevo mai avuta e non me ne sono mai accorta. È come se Gesù mi dicesse: «Coraggio, alzati e cammina» […]. È lì che ho capito che in ogni sofferenza Gesù è con noi, soffre con noi, piange con noi e guarisce insieme a noi. Dopo questa esperienza ho capito tante cose che prima non sapevo, anzi erano un mistero. […] ho anche scoperto che Lui da me voleva qualcosa che ci univa, e questo qualcosa era la salvezza delle anime del Purgatorio. Così, come santa Rita, san Francesco o padre Pio che spendevano tanto tempo vicino al Signore per attendere una sua sofferenza, anche io ho atteso la mia. Oggi non so cosa Gesù vuole da me; io vorrei essere uno strumento di pace non solo nella mia famiglia, ma in tutto il mondo”.

Seppur consumata dal dolore, Tiziana non perde mai il suo sorriso, la sua purezza e la sua bellezza non vengono mai meno. Con tutte le sue forze, lotta per la vita, senza mai smettere di sognare di sposarsi, arrivando vergine al matrimonio.

Tiziana riesce a vincere la malattia, che però le lascia un danno al polmone sinistro: non può fare tanti sforzi, perché fa molta fatica a respirare. Si sente molto scoraggiata, ma “il Signore non mi ha abbandonato e non penso che lo farà proprio adesso. La preghiera è l’unica arma che mi è rimasta e spero che Lui ascolti il mio grido perché sono stanca di lottare, di soffrire”.

Le sue condizioni di salute peggiorano di giorno in giorno, tanto che non ha più neanche la forza di parlare.

Purtroppo alcune crisi respiratorie la indeboliscono sempre più.

Tiziana muore il 20 agosto 2006, all’età di 26 anni.

(testi tratti dal libro Una santa della porta accanto. Tiziana. L’offerta di una giovane)

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Guarda il video sulla storia di Tiziana realizzato dalla Comunità Mariana “Le Cinque Pietre”.

MANUEL FODERÀ: IL PICCOLO GUERRIERO DELLA LUCE

Ci occorre uno spirito di santità che impregni tanto la solitudine quanto il servizio, tanto l’intimità quanto l’impegno evangelizzatore, così che ogni istante sia espressione di amore donato sotto lo sguardo del Signore. In questo modo, tutti i momenti saranno scalini nella nostra via di santificazione.

(Papa Francesco, GE 31)

 
Manuel Foderà nasce il 21 giugno 2001 a Calatafimi (Trapani).

È un bambino calmo e ubbidiente, esuberante e intelligente, sensibile verso i meno fortunati, con il desiderio di fare l’attore da grande.

All’improvviso, come un fulmine a ciel sereno, all’età di soli quattro anni, Manuel si ammala di uno dei peggiori tumori infantili, chiamato neuroblastoma. Superato l’iniziale turbamento e smarrimento, Manuel e i suoi genitori iniziano a lottare con forza, sostenuti dalla preghiera di amici, sacerdoti e suore. Seguono diversi ricoveri e cicli di chemioterapia.

Manuel inizia a costruire un’amicizia profonda con Gesù e Maria, tanto da parlarci a tu per tu: ogni sera, Manuel prega il Rosario e quotidianamente si reca nella cappellina dell’ospedale per incontrare il suo Amico segreto: si distende sul tappeto davanti all’altare e rimane lì, immobile, per lungo tempo, assorto in preghiera.

Questo suo intenso rapporto con Gesù porta Manuel a desiderare ardentemente di fare la Prima Comunione, pur avendo solo sei anni: “[…] ho bisogno di “mangiare” il mio Amico e poi parlargli cuore a cuore”. Scrive Manuel nel suo quadernetto: “Il momento più bello della nostra amicizia è quando lo mangio. Dentro di me è come se entrasse una bomba di Grazia e di benedizione che mi fa stare meglio e protetto, perché Lui mi ama molto di più di quanto io lo possa amare”.

Il suo amore per Gesù Eucarestia è talmente grande che Manuel desidera condividerlo con tutti. A tal proposito, fa scrivere a sua madre questa lettera:

“Carissimi amici, vi voglio parlare di come Gesù è presente nell’Eucarestia. Sapete: Lui vi vuole tanto bene e si fa sentire e vedere nella santa Comunione. Non ci credete? Provate a concentrarvi, senza distrarvi. Chiudete gli occhi, pregate e parlate perché Gesù vi ascolterà e parlerà al vostro cuore. Non aprite subito gli occhi perché questa comunicazione si interrompe e non torna mai più! Imparate a stare in silenzio e qualche cosa di meraviglioso succederà, perché quando lui entra diventa una “bomba di Grazia” che vi fa sentire protetti e al sicuro. Rimanete in compagnia con Lui. Questo è il momento più bello perché nella Comunione Lui vi dà la sua santa benedizione. Se state male, Lui vi darà la forza di sopportare ogni sofferenza. Se siete tristi, vi darà la forza di sorridere. Se siete annoiati, Lui vi darà la sua gioia. Se siete pieni di rabbia e nervosi, Lui vi darà la forza di calmarvi. Tutto questo potrà accadere solo se avrete fiducia in lui perché lui vi ama molto più di quanto voi lo possiate amare!
Con affetto, Manuel”.

Durante una recita di Natale a scuola, Manuel svela il segreto della sua vita: “Volevo parlarvi di un amico proprio in gamba che ho incontrato da un po’ di tempo. È un amico davvero speciale. Avete mai incontrato qualcuno in gamba? Si vorrebbe stare con lui, conoscerlo meglio, non lasciarlo più. Se poi scoprite che vi vuole un mondo di bene, allora la cosa è fatta. Si diventa amici per la pelle, inseparabili. A me è successo proprio questo. Mi ha dato la sua mano e io mi sono fidato di lui. Ed è stato così che Lui è entrato nel mio cuore per sempre. È un Amico che non si vede, ma c’è! Non mi lascia mai solo. Mi tiene stretto al suo cuore e mi dice: «Il tuo cuore non è il tuo ma il mio, e io vivo in te!» È un amico davvero, davvero speciale”.

Manuel sente che Gesù lo chiama a compiere una missione del tutto speciale: la “Missione Luce”, in qualità di “guerriero della luce”. Scrive al vescovo di Palermo: “Sto lavorando molto per la mia “missione della Luce”; sto cercando di far conoscere meglio Gesù agli altri e farli innamorare di Lui” e al vescovo di Agrigento spiega il metodo da lui adottato: “Sai come? Con le preghiere che scrivo e che invio per email, per posta, oppure con un messaggio audio del cellulare! Come Madre Teresa, anch’io ho detto a Gesù che voglio essere non una matita, come diceva lei, ma una penna cancellabile tra le sue mani perché, se cambia idea o sbaglia, può usarmi come vuole Lui”.

In un’altra occasione, confida alla madre: “[…] Gesù mi ha detto che devo […] cercare di dare delle piccole gioie agli altri bambini ricoverati e alle loro mamme”. Manuel impara così che si è felici solo se si fanno felici gli altri: “La vita è un dono e bisogna viverla bene”.

Tutti sono affascinati dalla sua bontà e spiritualità, dalla sua serenità e coraggio. Manuel ripete spesso: “Ogni giorno bisogna viverlo bene perché è un dono del Signore”.

Manuel sente crescere sempre più il desiderio di incontrare il suo Amico dal vivo: “Spero che la mia fine sia vicina. Le sofferenze sono troppe grosse. Non ce la faccio più a restare sulla Terra. Ti voglio bene, Gesù. Non vedo l’ora di venirti a trovare nel regno dei cieli. A presto”, scrive nel suo quadernetto.

In uno dei suoi ultimi giorni di vita, Manuel sussurra queste parole: “Voglio andare da Gesù per dargli una mano a convertire i cuori induriti” e “Con la morte inizia un’avventura meravigliosa che sarà eterna”. E a sua madre confida questo suo desiderio: “Racconta la mia vita agli altri. Tutti dovranno conoscere la mia storia! Gesù mi ha fatto una vita proprio strana e speciale, tu devi essere la mia testimone”.

Dopo cinque anni di cure oncologiche, il 20 luglio 2010 Manuel nasce in Cielo, all’età di soli 9 anni.

“I miei occhi vedono ciò che gli altri non vedono,
perché nel buio della mia vita,
per alcuni vuota e insignificante,
io vivo cose bellissime.

La sofferenza per me è stata un dono di Dio,
perché ho imparato a soffrire le stesse piaghe di Gesù
e con Lui nel cuore io scopro, ogni giorno,
qualcosa di più nuovo, di più grande, di più bello.

Ogni cosa diventa un dono speciale, diventa Grazia.
Poter ammirare la bellezza della natura mi emoziona
perché è un’opera d’arte del mio Signore
che ha dipinto paesaggi bellissimi per me.

Poter amare gli altri con tutto il mio cuore
e la mia vita mi rende felice.
Sentirmi amato, accarezzato, abbracciato
è la gioia più grande.

Il ritorno a casa dopo lunghi ricoveri in ospedale,
un semplice sorriso, una telefonata,
un regalo tanto desiderato,
mi fanno capire che Gesù mi ama molto
e non mi abbandona mai
perché Lui è roccia, rifugio e salvezza.

Così vive un vero guerriero della Luce,
pronto a combattere,
a lottare con la spada della fede,
l’unica arma potente che sconfigge sempre il male!”

Manuel

(testi tratti dal libro Manuel e il segreto della felicità)

CARLOTTA NOBILE: NELLA MALATTIA LA LUCE DELLA FEDE

Un impegno mosso dall’ansietà, dall’orgoglio, dalla necessità di apparire e di dominare, certamente non sarà santificante. La sfida è vivere la propria donazione in maniera tale che gli sforzi abbiano un senso evangelico e ci identifichino sempre più con Gesù Cristo.

(Papa Francesco, GE 28)

 
Carlotta Nobile nasce il 20 dicembre 1988 a Roma.

Dalla profonda sensibilità e intelligenza, sin da piccola si nutre di cultura, musica, libri e arte in una famiglia normalmente cattolica.

Inizia presto ad annotare i suoi pensieri, dai quali si evince una grande inquietudine interiore. Scrive a 8 anni: “La mia storia sarà diversa”.

Giovanissima, Carlotta comincia a studiare il violino arrivando a conseguire, nel giugno 2006, a soli 17 anni, il Diploma presso il Conservatorio “Nicola Sala” di Benevento con il massimo dei voti, la lode e la menzione d’onore; negli stessi giorni consegue anche la maturità classica con la votazione di 100/100.

Nell’anno accademico 2006/2007 frequenta sia i Corsi di Alto Perfezionamento in Violino presso l’Accademia Internazionale di Portogruaro che quelli di Perfezionamento in Violino presso la Scuola di Musica di Fiesole, studiando contemporaneamente anche a Londra.

A settembre 2007 si iscrive al corso di Laurea Triennale in Studi Storico-artistici presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università “La Sapienza” di Roma, laureandosi l’11 gennaio 2011 con il massimo dei voti e la lode; subito dopo frequenta brillantemente il corso di Laurea Magistrale nello stesso indirizzo presso la medesima Università.

Nel frattempo, Carlotta partecipa a diversi concorsi violinistici nazionali e internazionali, risultando vincitrice in numerose occasioni e suona in varie formazioni da camera esibendosi presso importanti istituzioni nazionali e internazionali, diventando presto una talentuosa violinista di fama nazionale.

Nel 2010, a soli 21 anni, viene nominata direttore artistico dell’Orchestra da camera dell’Accademia di Santa Sofia di Benevento.

Parallelamente agli impegni musicali e universitari, Carlotta coltiva una grande passione per la scrittura: a dicembre 2008 esce il suo primo libro, “Il silenzio delle parole nascoste” e a settembre 2012 il secondo, dal titolo “Oxymoron”.

Nell’ottobre 2011, all’età di 22 anni, le viene diagnosticato un melanoma: la reazione iniziale è la rabbia per quello che viene percepito come un irrazionale e ingiusto errore del destino, a fronte di una vita sempre dedita allo studio e alla disciplina di sé. Ma, in poche settimane, lo stato d’animo di Carlotta passa dalla rabbiosa domanda del “Perché a me?” a quella del “Perché non a me?!”, davanti alla constatazione della sofferenza altrui, soprattutto dei bambini col suo stesso male.

Inizia così per Carlotta un percorso faticoso e doloroso, fatto di cure e vari interventi, ma tutto ciò non le spegne il sorriso e la voglia di vivere. Nonostante la malattia, prosegue la sua carriera musicale e artistica, alternandosi spesso tra ospedali e concerti.

La malattia non si arresta, ma Carlotta non si dispera: nell’aprile 2012 apre la sua pagina Facebook “Il Cancro E Poi_” e ad agosto dello stesso anno il blog dal medesimo titolo “Il Cancro E Poi_”, lasciandoli entrambi anonimi perché “odio sentirmi compatita, odio chi mi reputa indebolita, io forte così non mi sono sentita mai. E posso campare cento anni o dieci, ma amo la mia vita ora più di quanto l’abbia amata mai. E non voglio che il cancro mi fermi. In nessun modo. Voglio solo che mi faccia crescere, voglio solo che mi formi”, scrive ad un’amica.

Attraverso il web, Carlotta dà una particolare lettura della malattia: il suo è un percorso interiore di approfondimento e di cura di sé, una preziosa occasione di crescita personale; Carlotta impara ad amare i propri limiti e a smettere di inseguire l’illusione della perfezione.

“Io non so più neanche quanti centimetri di cicatrici chirurgiche ho. Ma li amo tutti, uno per uno, ogni centimetro di pelle incisa che non sarà mai più risanata. Sono questi i punti di innesto delle mie ali.”

(Carlotta Nobile, Il Cancro E Poi_)

“Perché vuoi dimostrare prima di tutto a te stessa che si può avere un melanoma metastatico che non si arrende, eppure VIVERE, con tutto ciò che questa parola vuol dire. Vivere tutte le gioie, i progetti, i dolori, le lacrime che la vita di 23enne ti regala ogni giorno. Perché c’è un E POI per cui non smetterai mai di combattere, perché nessuno può toglierti l’assoluta certezza che – nonostante tutti i tagli, le cicatrici, gli aghi nelle vene, i controlli, i liquidi di contrasto, gli interventi e i dolori – c’è una gioia immensa che ti aspetta, c’è il tuo più grande sogno che ti guarda da un tempo futuro e non vede l’ora di raggiungerti. Perché tutto quello che stai vivendo ti verrà un giorno riscattato. Perché in fondo il modo che hai ora di guardare alla vita non potevi che raggiungerlo così.”

(Carlotta Nobile, Il Cancro E Poi_, 5 agosto 2012)

Il 4 marzo 2013 Carlotta ha una crisi cerebrale. Improvvisamente e misteriosamente, al risveglio dal coma, Carlotta riceve la Grazia e il dono della Fede. Inizia così, per Carlotta, un cammino di abbandono totale a Gesù e di accettazione della Croce. Carlotta racconta così l’evento che l’ha segnata nel profondo:

“E in un attimo capisci che è stato proprio quel cancro a GUARIRTI L’ANIMA, a riportare ordine nella vera essenzialità della tua vita, a ridarti la Fede, la speranza, la fiducia, l’abbandono, la consapevolezza di essere finalmente diventata chi per una vita intera hai fatto di tutto per essere e non eri stata mai: una donna SERENA! Capisci che è stato il cancro a permetterti finalmente di amare te stessa in un modo incondizionato, con tutti i tuoi pregi e tutti i tuoi limiti, a godere di ogni più piccolo istante, ad assaporare ogni attimo, ogni odore, ogni gusto, ogni sensibilità, ogni parola, ogni condivisione, ogni più piccolo frammento di infinito condensato in un banalissimo e preziosissimo istante. Capisci che è stato il cancro, con il suo tormento, con le sue aggressività, con le sue asprezze a portarti infine la LUCE. […] Io sono guarita nell’anima. In un istante, in un giorno qualunque, al risveglio da una crisi. Ho riaperto gli occhi ed ero un’altra. E questo è un miracolo.”

(Carlotta Nobile, Il Cancro E Poi_, 5 aprile 2013)

Il 24 marzo 2013 Carlotta ascolta l’invito del nuovo Papa Francesco rivolto ai giovani a portare la Croce con gioia. Carlotta fa sue queste parole:

“Caro Papa Francesco, Tu mi hai cambiato la vita. Io sono onorata e fortunata di poter portare la Croce con Gioia a 24 anni. So che il cancro mi ha guarita nell’anima, sciogliendo tutti i miei grovigli interiori e regalandomi la Fede, la Fiducia, l’Abbandono e una Serenità immensi proprio nel momento di maggior gravità della mia malattia. Io confido nel Signore e, pur nel mio percorso difficile e tormentato, riconosco sempre il Suo aiuto.”

(Carlotta Nobile, Lettera a Papa Francesco, 12 aprile 2013)

A maggio 2013 le condizioni di Carlotta peggiorano: nonostante i forti dolori, le metastasi e le ferite martoriassero sempre più il suo corpo, Carlotta vive un paradossale stato di grazia, di fiducia, di serenità, di accettazione e di gratitudine a Dio, nella preghiera e senza mai un lamento.

Nell’ultima notte della sua vita, quella tra il 14 e il 15 luglio 2013, il padre di Carlotta sente la figlia ripetere, sussurrandole con tono sereno e con lo sguardo rivolto verso il soffitto, queste parole: “Signore, ti ringrazio. Signore, ti ringrazio. Signore, ti ringrazio”.

Poco dopo la mezzanotte del 16 luglio 2013, giorno della Madonna del Carmelo, dopo due anni di battaglia, Carlotta muore all’età di 24 anni.

A febbraio 2018, Carlotta viene inserita tra i “Giovani Testimoni” del Sinodo dei Vescovi.

(biografia, testi, foto e video tratti dal sito https://carlottanobile.it/)

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Guarda il cortometraggio sulla vita di Carlotta Nobile realizzato dalla Pastorale Universitaria dell’Arcidiocesi di Benevento.

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Se vuoi conoscere meglio la storia di Carlotta, ti consigliamo la lettura del libro di Andrea Maniglia: Lo Spartito di Dio – biografia di Carlotta Nobile, edito dalla Tau.

MARCO GALLO: UNA VITA ALLA RICERCA DEL MISTERO

Forse che lo Spirito Santo può inviarci a compiere una missione e nello stesso tempo chiederci di fuggire da essa, o che evitiamo di donarci totalmente per preservare la pace interiore? Tuttavia, a volte abbiamo la tentazione di relegare la dedizione pastorale e l’impegno nel mondo a un posto secondario, come se fossero “distrazioni” nel cammino della santificazione e della pace interiore. Si dimentica che «non è che la vita abbia una missione, ma che è missione».

(Papa Francesco, GE 27)

 
Marco Gallo nasce il 7 marzo 1994 a Chiavari (GE).

Fin da bambino manifesta un forte desiderio di vita, un’apertura ad ogni aspetto della realtà, una curiosità per il Mistero.

Crescendo, si fa un ragazzo vivace, dinamico, curioso, sportivo, a volte impulsivo ed esuberante, un vulcano di idee e di iniziative.

Nella mente di Marco adolescente si affollano tanti “perché”: “Nel riflettere sulle domande ultime, voglio seguire questo metodo: utilizzare la mia ragione e la mia fede nel modo opportuno come strumento per trovare la verità. Se si vive la fede attraverso la ragione, cercando la verità in ogni idea anche negando l’idea stessa, alla fine si arriva alla verità”.

A 13 anni scrive: “Prepotente è il bisogno di significato per ogni uomo. Ciascuno desidera trovare il senso alle cose, alla gioia, al dolore, alla paura, al bene e al male e al desiderio di felicità. […] Io, nella mia persona, sento ogni giorno il bisogno incontenibile di dare un significato, anche ad una sola giornata. Rimanere fermi, annoiarsi, non avere uno scopo significa annullare la giornata, che quasi non merita di essere esistita; questo viola il valore della vita”.

Alla fine della terza media, nonostante la sua giovane età, inizia a comprendere che per ottenere il massimo è necessario il sacrificio: “È possibilissimo soffrire il dolore del sacrificio e contemporaneamente essere felici”. Capisce che la vita che il mondo gli propone, per lui fatta di cartoni, computer e giochi, non gli basta più: Marco freme per non perdere tempo, come dice ad un amico: “Non ragionare secondo il teorema: «La vita è lunga», perché ti accorgerai che è molto breve”.

Nelle sue giornate così normali quanto intense, progressivamente scopre una Presenza capace di imprimere alla sua vita un desiderio di essenzialità sempre più grande. L’affezione a Cristo inizia a fiorire e Marco si trasforma, cambia: aumenta in lui il desiderio irresistibile di cogliere il senso della vita, di capire il significato del destino, di conoscere e amare Gesù.

Il 19 marzo 2011, a 17 anni, Marco scrive: “Esclusa una falsa o distratta via di mezzo, o Cristo si rifiuta o diventa il punto fermo. Il mio ideale è Cristo: la sua veridicità mi si continua a mostrare. Da questo momento mi sacrificherò interamente alla ricerca della felicità e vedrò se la mia vera vita è in Lui o no”.

Gli amici vedono in Marco un uragano di vita. A tutti si fa chiaro il suo amore per il Mistero: senza paura di essere deriso o di non essere capito, Marco ne parla con tutti: “[…] devo mettere al centro di tutto Gesù! Non importa di cosa si tratti o con chi tratti, al centro c’è Gesù! […] Non posso fermarmi!”.

Marco vuole gustarsi ogni attimo della vita, alla ricerca del Mistero: “Il tempo è giusto per quello che è, perché ci è dato per incontrare il Mistero vivente nella realtà, Gesù. Chi pensa di potere comprendere il Mistero da solo è uno sciocco, perché c’è sempre un altro, e l’altro ci aiuta, solo affidandoci arriviamo da qualche parte. Il punto che nella vita c’è un Mistero è fondamentale; e comunque, solo il nostro desiderio di felicità è già un mistero. Voglio stare di fronte alla realtà confrontandola con Gesù. L’umanità ci tiene svegli se siamo leali con noi stessi. Lealtà: noi siamo qui e abbiamo intravisto qualcosa: il punto è riconoscere il proprio bisogno, capire cosa vuoi. Si può essere leali in qualsiasi situazione. Una promessa per cercare di dire sì sempre”.

Marco arriva all’inizio del suo ultimo anno di scuola, “come se l’acuirsi del suo desiderio si palesasse in una fioritura del suo modo di essere. Acquisisce un entusiasmo per la vita sorprendente […]. Era diventato completamente, incondizionatamente libero in quello che faceva. […] Parlava con una familiarità del Mistero, questa la parola a lui più cara nell’ultimo periodo […] ”, ricorda sua sorella maggiore.

La mattina del 5 novembre 2011, mentre si reca a scuola in motorino, Marco viene investito da un’auto e muore.

La sera prima dell’incidente, Marco aveva scritto sul muro della sua camera, accanto al Crocifisso: “Perché cercate tra i morti Colui che è vivo?”. All’indomani della sua morte, queste parole appaiono per tutti un monito per volgere lo sguardo a quel Mistero che Marco aveva inseguito per tutta la sua vita.

(testi tratti dal libro Marco Gallo. Anche i sassi si sarebbero messi a saltellare)