Santi

«Rallegratevi ed esultate» (Mt 5,12), dice Gesù a coloro che sono perseguitati o umiliati per causa sua. Il Signore chiede tutto, e quello che offre è la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati. Egli ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente. (dall’esortazione apostolica “Gaudete et Exultate” di Papa Francesco)

In questa pagina troverai le storie di alcuni giovani che non hanno avuto paura di puntare in alto e che vogliono dire anche a te, oggi, che la santità è davvero possibile.


FRANCESCA PEDRAZZINI: MAMMA OLTRE IL MISTERO DELLA MORTE

Non è sano amare il silenzio ed evitare l’incontro con l’altro, desiderare il riposo e respingere l’attività, ricercare la preghiera e sottovalutare il servizio. Tutto può essere accettato e integrato come parte della propria esistenza in questo mondo, ed entra a far parte del cammino di santificazione. Siamo chiamati a vivere la contemplazione anche in mezzo all’azione, e ci santifichiamo nell’esercizio responsabile e generoso della nostra missione.

(Papa Francesco, GE 26)

 
Francesca Pedrazzini nasce il 24 gennaio 1974 a Milano.

Dal carattere forte e dall’umorismo spiccato, Francesca conduce una vita normale, fatta di famiglia, casa, scuola, parrocchia. Ama disegnare, leggere e stare con gli amici.

Frequenta il liceo scientifico VIII a Milano dove incontra l’esperienza di Gioventù Studentesca e vi partecipa attivamente.

Dopo il diploma, si iscrive a Giurisprudenza alla Cattolica dove instaura numerose amicizie che dureranno tutta la vita e dove continua il suo impegno attivo ed entusiasmante in Gioventù Studentesca.

Francesca vive tutto con grande intensità. Ricorda una sua amica: “La vita della Franci si è sviluppata sempre per superlativi assoluti. Era tutto “issimo”, nel bene e nel male. Molto più nel bene. […] Si entusiasmava delle cose, sempre. Ma non era superficialità né una questione di temperamento: era la sua tensione. Desiderava essere felice in tutto. Pure nel piccolo particolare”.

In università, Francesca incontra Vincenzo. Si innamorano e il 7 dicembre 1995 si fidanzano. Ricorda Vincenzo: “Francesca aveva un modo di vivere, una passione irrefrenabile per le cose e per la vita, che volevo condividere”.

Gli anni passano tra feste, vacanze, compleanni. Il 15 aprile 1998 Francesca si laurea, l’anno seguente si laurea Vincenzo e il 9 settembre 2000 si sposano. Dopo due anni nasce Cecilia, seguita da Carlo e Sofia.

Nel frattempo, Francesca diventa insegnante di diritto alle superiori, scoprendo così la sua vera vocazione lavorativa: si immerge con tutta se stessa in questa nuova esperienza, conquistando tutti, alunni e colleghi.

Francesca cerca la felicità ovunque, si rapporta con le cose e con le persone in modo profondo e allegro insieme. È una donna come tante altre, con i suoi sogni e i suoi problemi.

A metà febbraio 2010, di ritorno da una vacanza con la sua famiglia, Francesca avverte un fastidio al seno destro. È un tumore, piccolo, ma che deve essere asportato. Subito la stanza dell’ospedale si riempie di parenti e amici. Francesca è sopraffatta da così tanto affetto.

L’operazione riesce bene. All’inizio della primavera successiva i medici comunicano a Francesca: “Complimenti, è guarita”. Francesca scrive riguardo alla malattia: “È stata un’esperienza importante per me, mi ha fatto capire quanto ho bisogno di tutto, tutto, persino del mio corpo, che consideri sempre come tuo ma evidentemente non lo è, e di quanto sono un bisogno. Ho vissuto tutto serenamente, sperimentando che davvero siamo sospesi su un pieno su cui possiamo appoggiarci, e non su un vuoto o un dubbio, e questo, nel momento della prova, è molto evidente, perché quando hai paura le tue forze vengono meno e quindi ti accorgi di più che la tua forza è un Altro, cioè se sotto hai un materasso su cui riposare o non hai niente. Non sarebbe stato possibile senza tutto quello che ho vissuto prima, è stata una grande verifica della fede che regge rispetto alla vita. Comunque non mi sono mai sentita una sfigata, ma semmai una preferita. Penso sempre ai dieci lebbrosi, a non essere come i nove che non sono tornati indietro perché la guarigione a loro è bastata. Ma prego sempre di essere come il decimo, che è tornato perché ha capito che la Sua presenza era un dono molto più grande dell’esser guarito. Se no a cosa vale l’esser guariti? Tanto non è che ti va sempre bene e comunque tra cent’anni non ci siamo più… è troppo chiaro che la vita è una chiamata. Non me lo voglio dimenticare questo periodo, nonostante l’invito di tanti a distrarsi, a dimenticare… Invece no. La vita è proprio un’altra cosa. È guardare fino in fondo la circostanza fino a scorgere nel suo fondo il Volto di chi ti chiama… Anzi, io mi cruccio di essere già distratta! Mi sono resa conto che devo rimettermi al lavoro con più energia di prima, perché niente ti garantisce, neanche una sberla così, serve tutta l’energia della mia libertà per vivere davanti al Mistero”.

Francesca riprende così la sua vita normale, fatta di famiglia, lavoro, amici e vacanze.

Tutto fila liscio, anche gli esami di controllo a cui Francesca si sottopone regolarmente vanno bene. A settembre, però, i valori risultano sballati, i marker tumorali sono alti. Servono altri controlli. Francesca è preoccupata, ha paura. Alle amiche dice: “Io la croce non la voglio”.

La diagnosi arriva qualche giorno dopo: metastasi alle ossa e al fegato. Per Francesca inizia un cammino di affidamento al Signore. A quelle stesse amiche dirà: “Amica, io sono in pace, perché Gesù mantiene la promessa di renderci felici. Fai con me questa strada e lo vedremo, ne sono certa”.

Il cammino è faticoso, le chemio sono pesanti, le giornate passano tra letto e divano. Racconta Vincenzo, il marito: “C’erano volte che si chiedeva: «Ma perché proprio io? Perché ha scelto me?» E io mi ricordo che in un momento così, le ho risposto: «Franci, questa è la strada su cui ci ha messo il Signore, dobbiamo fidarci. La tua vita è appesa a un filo, ma come quella di tutti in fondo: nessuno sa quanto ci è dato da vivere». Non so da dove mi sia venuta la forza di dire una cosa del genere, perché ero veramente schiacciato. Dicevo queste cose, e un secondo dopo ero a terra. Ma ringraziavo di riuscire a dirle, anche se non so come. Perché le servivano”.

I dolori sono forti, ma Francesca chiede di ridurre gli antidolorifici “perché se no sono rimbambita, e io voglio capire cosa dicono i miei figli quando mi parlano”.

Racconta Vincenzo: “Per me è stato fondamentale guardare i nostri bimbi, perché loro hanno vissuto questa situazione con una libertà invidiabile, che io desideravo per me. Si accorgevano di tutto, chiaro. E certamente chiedevano: «Quando guarisce la mamma?». Ma non hanno mai avuto un momento in cui rifiutavano quella condizione. La mamma stava così, punto. E loro accettavano questa cosa come un dono, tanto quanto era la mamma prima, quando stava bene. Lo hanno fatto con una serenità che veramente ti stupiva”.

Durante la fase della malattia, Francesca sperimenta la disperazione, la fatica, l’angoscia. Scrive ai suoi amici: “Appena gli esami vanno male mi assale un’angoscia tremenda, per me ma più che altro per mio marito i miei figli e la mia famiglia ed è una cosa che non riesco a vincere. Il futuro mi terrorizza, mi si spezza il cuore a pensare ai miei figli crescere senza mamma (la Sofia ha solo tre anni!!) e mio marito invecchiare da solo. Sono scenari tragici ma c’è poco da ridere e io ci penso tanto. Tutto sommato la più fortunata sarei io, che ho finito la mia prova. Lo so che la paura non è contraria alla fede, anche Gesù ha avuto paura sulla croce, ma è brutta e io non voglio vivere quello che mi resta (saranno tre mesi, tre anni o trent’anni??? e chi lo sa??) con questa paura nel cuore, determinata dalle circostanze, come se l’abbraccio di Cristo per me e i miei non potesse sconfiggerla. Io voglio avere una fede che davvero c’entra con la vita e questo non vale forse di più nella prova suprema? Se no cerchiamo sempre la soddisfazione dove la cercano tutti; magari gli altri la cercano nei soldi e nel potere e io la cerco nella salute, che sarà senz’altro un bene più nobile ma non è comunque quello che ti dà la soddisfazione. Sono stata sana fino ad ora, ma l’insoddisfazione so bene che cosa sia…”.

Poi però arriva la serenità e la certezza che nulla è perduto. Francesca mette tutto nelle mani del Signore, con sempre meno rabbia e paura. Ricorda una sua amica: “La salvezza. Lei cercava quella, non la guarigione. Domandava il miracolo, certo. L’abbiamo fatto tutti con lei. Ma lei voleva la salvezza: sapere che la morte non è la fine, che non diventiamo nulla. E che la vita vale la pena di essere spesa”.

Ai suoi colleghi, Francesca invia questa mail: “Per quanto mi riguarda, non vi nascondo che è una prova davvero durissima. Cerco di vestire i panni della combattente ma non sempre ci riesco, la tensione è alta e la vita stravolta in un attimo… Però ci sono anche tante certezze. Prima tra tutte, quella che la Madonna non ci abbandona mai e ci porta in braccio nei momenti più duri, e poi che la promessa di felicità con cui siamo stati messi al mondo, ci siamo sposati e abbiamo battezzato i nostri bambini resterà ferma per sempre, quelle che siano le vicende della vita, perché le promesse le ha fatte Chi tutto può. Questo mi libera tanto dall’angoscia che provo guardando mio marito e i bambini, perché è proprio evidente che la vita è un mistero e gli altri non li facciamo felici noi con i progetti anche buoni che abbiamo in serbo per loro, ma ci sono stati donati e un dono restano, anzi sono la prova e l’anticipo del bene che ci è stato promesso”.

La serenità di Francesca si diffonde intorno a lei e contagia tutti. Francesca è accompagnata ogni giorno dalla certezza che le viene dalla fede, la certezza di Cristo che continua a starle accanto.

Nonostante le sue condizioni di salute non siano buone, i medici consentono a Francesca di andare in vacanza in Grecia con la sua famiglia. Francesca è felice, vuole gustare la sua vita fino in fondo: passare del tempo con suo marito e i suoi bimbi è ciò che desidera fare più di qualsiasi altra cosa.

Al ritorno dalla vacanza, però, le sue condizioni peggiorano rapidamente. Francesca sa di essere ormai alla fine. A suo marito confida: “Vince, io sono tranquilla. Non ho paura, perché c’è Gesù. Ora non sono neanche angosciata per te e per i bimbi: so che siete nelle mani di un Altro. Non sono triste. Sono certa di Gesù. Anzi, sono curiosa di quello che il Signore mi sta preparando. Mi spiace solo che la tua prova è più grande della mia. Sarebbe stato meglio il contrario…”.

Francesca saluta tutti: fratelli, genitori, amici, uno ad uno. Saluta anche i suoi bimbi, uno ad uno: “Tra poco la mamma andrà in cielo. In un posto bello, dove c’è Gesù. Avrete un po’ di nostalgia, ma non preoccupatevi: io vi proteggo dal cielo. Mi raccomando, quando vado in Paradiso dovete fare una bella festa, perché è una bella cosa da festeggiare”.

In ospedale, tutti sono stupiti dallo spettacolo di tanti amici attorno a quel letto, a parlare, ridere, piangere, pregare.

Francesca è serena, in pace. Ad un’amica confida: “Io non ho paura. Il Signore mi ha regalato tutto il tempo perché potessi affidare ogni giorno i miei cari alla Madonna. E così è stato. Non ho più paura. La prima paura che mi ha abbandonato è stata quella di morire, poi ero in pena per Vince, i bimbi… Ma ogni giorno è servito. Li ho affidati tutti. Il tempo è prezioso. Non ho paura”.

Il 23 agosto 2012 Francesca entra in coma. Ricorda Vincenzo: “Alla fine ho cominciato a sentire una fitta al petto ad ogni suo respiro. Era come se respirassi con lei, con la stessa fatica. È proprio vero che quando si è sposati in Cristo si diventa una cosa sola”. Poi le dà un bacio e le sussurra all’orecchio: “Non avere paura”. Francesca per un attimo si riprende, apre gli occhi e dice a voce alta: “Io non ho paura”. Sono le sue ultime parole.

Francesca muore così, all’età di 38 anni: contenta, curiosa, certa, radiosa.

Il funerale è una festa, proprio come Francesca aveva desiderato e chiesto. Federico, il fratello di Francesca, ricorda così quel giorno: “È stato uno dei giorni più belli della mia vita. C’era una commozione grandissima, ma con una gioia immensa. Quando salutavo la gente, ero contento. Era palese. Lì ho realizzato che eravamo presi da qualcosa di forte, capace di vincere tutto”.

(testi tratti dal libro Io non ho paura. La storia di Francesca Pedrazzini)

CRISTIAN MAFFEI: LA MALATTIA COME TERRA DI MISSIONE

Poiché non si può capire Cristo senza il Regno che Egli è venuto a portare, la tua stessa missione è inseparabile dalla costruzione del Regno: «Cercate innanzitutto il Regno di Dio e la sua giustizia» (Mt 6,33). La tua identificazione con Cristo e i suoi desideri implica l’impegno a costruire, con Lui, questo Regno di amore, di giustizia e di pace per tutti. Cristo stesso vuole viverlo con te, in tutti gli sforzi e le rinunce necessari, e anche nelle gioie e nella fecondità che ti potrà offrire. Pertanto non ti santificherai senza consegnarti corpo e anima per dare il meglio di te in tale impegno.

(Papa Francesco, GE 25)

 
Cristian Maffei nasce il 28 febbraio 1991 a Reggio Emilia.

Chiamato da tutti Chicco, è un ragazzo come tutti gli altri: ama suonare la chitarra, andare a mangiare al McDonald, giocare alla playstation e a calcio.

Fin dall’infanzia la vita di Cristian è segnata da malattie e lutti: sua madre è affetta da una grave malattia psichica e suo padre muore per un tumore, quando Cristian ha 9 anni.

Divenuto adolescente, Cristian si rende conto che non c’è tempo da perdere: si impegna con tutto se stesso nella vita scolastica e in quella parrocchiale, partecipando attivamente e sempre volentieri alle iniziative pensate per i giovani delle superiori fino a diventare lui stesso educatore dei più piccoli.

In parrocchia Cristian conosce Mariachiara: “Siamo sempre stati amici perché eravamo in gruppo insieme in parrocchia, poi ci abbiamo messo un anno per metterci insieme… un anno un po’ travagliato ma ce l’abbiamo fatta. Ci siamo messi insieme nel giugno del 2009, stavamo finendo la quarta superiore”, ricorda Mariachiara.

Cristian riesce a cogliere il bene in ogni cosa, è felice. La tempesta però è in arrivo.

Nei mesi tra il 2009 e il 2010, un’altra malattia e altre due morti colpiscono la famiglia di Cristian, ma lui sa di non essere solo in tutto questo dolore, e invece di provare rabbia e disperazione, inizia a pregare tutti i giorni. Cristian chiede a Dio il dono di una vita serena.

Nell’agosto 2011, Cristian inizia ad accusare alcuni fastidi alle gambe e alla schiena: gli viene diagnosticata la sclerosi multipla (successivamente, però, i medici diranno che si trattava solo di un’infiammazione al midollo). Cristian si sente smarrito, ferito, abbandonato, solo. È la notte della fede.

Scriverà tre anni più tardi: “Ho assaggiato per tutta la vita la morte e la sofferenza nella mia famiglia. Una certa solitudine in questo. E dopo sofferenze inimmaginabili, quasi come un disegno di Dio, sono stato chiamato io a soffrire nel fisico, partendo da tre anni fa quando, oltretutto, rimasi profondamente ferito da Dio”. Cristian arriva a mettere in discussione Dio: cosa vuole da lui, dopo le tante prove vissute negli anni precedenti? Cristian desidera solo una vita normale: vuole laurearsi, creare una famiglia con Mariachiara…

Dice don Pietro, parroco di Cristian: “Cristian non ha mai mistificato la sofferenza, né l’ha accolta subito con eroismo superficiale. Ha visto arrivare la sofferenza nella sua vita come un macigno ingiusto e immeritato. Si è ribellato, ha lottato mesi contro questa dura realtà della vita. Ha sopportato bene la morte del papà e la malattia della mamma, ma così era troppo!”.

Cristian però non si arrende. Terminato il ricovero in neurologia, raggiunge i suoi amici a Madrid, alla Giornata Mondiale della Gioventù e, una volta tornato a casa, insieme a Mariachiara si dà da fare in parrocchia come educatore dei ragazzi più giovani e nelle attività del Movimento Giovani, del Movimento Familiaris Consortio. Cristian si mette alla ricerca del bene più grande.

Tra studio e vita di coppia, Cristian prosegue la sua ricerca spirituale. La sua preghiera si fa sempre più intima: “Con il Signore posso protestare, posso dirgli quali sono i miei limiti, posso dirgli tutto. Dov’è che possiamo trovare una relazione così?”.

Nel marzo 2013, la mamma di Cristian si ammala di tumore. Cristian scrive: “…la mia testa, la mia mente e il mio corpo sono ora pieni di confusione, domande, dubbi, paure, morte, paura della vita, paura della morte, paura di dover nuovamente affrontare una perdita in famiglia e non poter fare niente per evitarla. È quasi come se qualcosa o qualcuno aspettasse la mia ripresa per colpirmi, giusto per farmi riassaporare fin dall’inizio o quasi i dolori, la solitudine, l’amarezza, la tristezza del quotidiano. Prego il Signore affinché possa portare a compimento la mia vita, che sento simile se non uguale a quella di Giobbe, non perdendo la speranza. C’è sempre speranza, Dio non mi abbandonerà mai, Lui è con me fino alla fine. Se è vero che la santità la viviamo in vita, credo di avere intrapreso un cammino su quella strada. Aiutami Signore a non corrompermi”.

Il 18 dicembre 2013, Cristian dà l’ultimo esame della triennale. È felice. Nello stesso giorno, però, avverte un forte mal di testa, che nei giorni successivi peggiora, accompagnato da nausea, vomito, problemi alla vista e stato confusionale.

La Tac rivela un tumore maligno al cervello, Cristian deve essere operato. Tutti, amici, parenti, sacerdoti, iniziano a pregare per lui. L’intervento riesce bene.

Cristian confida a sua sorella: “Perché? Perché a me? Io voglio solo laurearmi, avere una famiglia e fare una vita tranquilla, chiedo troppo?”. Ma non perde tempo e su Facebook invita i suoi amici a pregare.

Segue il trasferimento all’Istituto Nazionale Tumori di Milano e due cicli di chemioterapia. Cristian non perde mai la sua ironia e simpatia, rallegrando tutti coloro che lo vanno a trovare.

Ma la situazione presto peggiora. Il 21 marzo 2014 Cristian ha un arresto cardiorespiratorio: viene rianimato, intubato e ricoverato in terapia intensiva. Le preghiere si intensificano.

Ricorda Mariachiara: “Stare ai piedi di quella croce era davvero difficile, ti sentivi impreparato e inadeguato… ripetevo a don Pietro: se solo potessi prendere io un po’ di questa sofferenza…”.

Dopo una settimana, Cristian si sveglia. Ricorda Mariachiara: “Pasqua del 2014 è stata la Pasqua più bella che ho vissuto, sono arrivata alla messa della notte talmente contenta che era una cosa inspiegabile. Tante volte nei giorni prima avevo visto Chicco in croce: non riusciva a parlare, a respirare, la sua croce era il suo letto e tutti i cavi a cui era attaccato. È stato un calvario nel vero senso della parola, poi davvero in pochissimo è risorto. Mi ricordo che in quella messa dicevo: Grazie Gesù, ora ho capito davvero che cos’è la Pasqua”.

Dopo questo evento, la fede di Cristian e di chi gli sta intorno si fa più profonda. Se fino a quel momento lui e sua sorella, di fronte alle esperienze di malattia vissute negli anni precedenti, si dicevano: “Fino a quando? Capitano tutte a noi!” ora si affidano a quel Dio in cui, nonostante tutto, hanno sempre creduto e scelgono di stare nel presente, felici. Scrive Cristian: “Uno si fa un sacco di progetti su quello che è Dio, su quello che Dio ha pensato per lui, che in realtà è quello che uno ha pensato per se stesso. In un certo senso è una falsa vita che una persona immagina per sé e quindi immaginandosi questa falsa felicità è come se si cancellasse Dio”.

Cristian e Mariachiara iniziano a offrire la loro sofferenza. Ricorda Mariachiara: “Spesso io e Chicco ci siamo chiesti il motivo, il perché delle tante prove che abbiamo dovuto affrontare: perché una vita così provata, perché accadono le disgrazie, perché piove sempre sul bagnato, ecc… Ci chiediamo dov’è Dio in certe situazioni… La domanda è sempre: perché? Il perché di tutte queste prove credo non lo sapremo dire mai… Abbiamo però imparato che è molto più bello e fecondo domandarsi “per chi” vivere ogni situazione, anche la più faticosa e dolorosa”.

L’8 aprile 2014 Cristian viene dimesso. Due mesi dopo sua madre muore. Scrive Cristian: “Se è vero che crediamo nella Resurrezione è giusto essere tristi per la perdita di una madre che sempre ha sofferto in terra fisicamente e che ora è nella Tua beatitudine?”.

Cristian riprende la sua quotidianità fatta di studio, preghiera e cure.

L’11 ottobre lui e Mariachiara si fidanzano, affidando il loro futuro a Dio. Cristian prega così: “Chiedo al Signore che il fidanzamento con Mery possa essere per noi segno tangibile del nostro amore: per noi prima e per gli altri. Abbiamo affrontato molte sfide insieme, probabilmente più di quanto tante coppie affrontino nell’arco della loro intera vita. Io non so ancora se il Signore mi concederà di formare una famiglia, ma so che il mio amore per Lui in Mery non avrà fine”.

Il 26 novembre Cristian sta di nuovo male: il tumore è ritornato. Stavolta però le speranze di guarigione sono nulle, ma Cristian è sereno; non vuole essere compatito, desidera portare frutto e si fa prossimo agli altri, affinché anch’essi portino frutto a loro volta. Vive la malattia come un’occasione di annuncio.

L’11 dicembre 2014 Cristian si laurea e il 23 dicembre viene operato per rimuovere la recidiva.

Senza perdere tempo, Cristian si iscrive alle lezioni della laurea magistrale, ma il 26 gennaio 2015 la Tac rileva una seconda recidiva. Cristian sa che ormai è prossimo alla morte, ma il suo amore per la vita e il suo desiderio di viverla fino in fondo non lo mollano.

Dopo aver festeggiato il suo 24° compleanno, a fine febbraio, le sue condizioni peggiorano rapidamente. Mariachiara veglia al suo fianco, pregando senza sosta. Da ogni parte si eleva una preghiera continua e tanti si riuniscono attorno al letto di Cristian. Racconta Don Pietro: “Si è respirato l’amore fraterno perché nessuno diceva sua proprietà quel momento. Ognuno viveva la pienezza nel dono, e tutti vivevano la pienezza perché c’era qualcuno che si occupava di te. La presenza di Chicco era una luce che non accecava o attirava a sé, ma apriva gli sguardi ai fratelli. E così vedevi chi era intorno a Chicco, vedevi gli altri. E ognuno era visto da tutti gli altri. Tutti erano guardati ed amati, nessuno era invisibile”. Un’amica di Cristian ricorda: “Potevamo vedere un amico che se ne andava ma in realtà il nostro sguardo, quando lo guardavamo, non era uno sguardo verso Chicco ma era uno sguardo insieme verso quello che era il significato di Chicco, il messaggio che Dio ha potuto portare a tutti noi tramite lui. Una sofferenza felice, credo sia questo, in breve, ciò che io ho imparato”.

Dell’ultima settimana di vita di Cristian, Mariachiara ricorda: “In quella settimana il nostro corpo era fisicamente al suo fianco ma stavamo vivendo qualcosa di non umano. Se mi devo immaginare il Paradiso me lo immagino così: una comunione di anime come in quella settimana. Chicco non parlava più, i suoi occhi erano chiusi, ma è come se per mano sua il Signore riponesse continuamente letizia in noi. Davvero per noi è stata una fatica bellissima accompagnarlo sul Calvario, accettando di non capire niente. È stato come se quell’ultima settimana avesse tolto tutte le fatiche e le cose che non ci tornavano perché davvero abbiamo sperimentato la presenza di Gesù vivo in mezzo a noi, su quel letto agonizzante. Spero che Maria sia arrivata sotto alla croce piena di domande poco chiare a cui non riusciva a dare risposta. Questo stare a contemplare la croce del figlio, non le avrà chiarito nessun dubbio, ma le avrà dato la certezza che siamo fatti per l’eternità e questa salvezza esiste davvero”.

Cristian muore il mattino di sabato 28 marzo 2015. Ricorda una sua amica: “Attraverso il Calvario di Chicco il Signore ha tessuto rapporti, rafforzato amicizie e convertito cuori. A me piace pensare che fin dal primo giorno sia stato strumento del Signore: la sua storia, il suo dolore non potevano essere vissuti nella solitudine e nel silenzio poiché la malattia è stata testimonianza della sua fede e ha lasciato il segno in persone che altrimenti non avrebbero mai avuto motivo di porsi domande e mettersi in discussione”.

(testi tratti dal libro Chicco. Quando il seme muore. La vita di Cristian Maffei)

MARIANNA BOCCOLINI: UNA VITA VISSUTA FINO IN FONDO

Voglia il Cielo che tu possa riconoscere qual è quella parola, quel messaggio di Gesù che Dio desidera dire al mondo con la tua vita. Lasciati trasformare, lasciati rinnovare dallo Spirito, affinché ciò sia possibile, e così la tua preziosa missione non andrà perduta. Il Signore la porterà a compimento anche in mezzo ai tuoi errori e ai tuoi momenti negativi, purché tu non abbandoni la via dell’amore e rimanga sempre aperto alla sua azione soprannaturale che purifica e illumina.

(Papa Francesco, GE 24)

 
Marianna Boccolini nasce il 7 maggio 1992 a Narni.

Fin da piccola è dotata di una particolare sensibilità d’animo e di una grande capacità di meravigliarsi davanti alle cose e alle persone che la circondano.

Marianna ama la natura, la storia, l’arte, il cinema e la musica leggera, ha molti amici con i quali esce la sera. Marianna è amata per la sua capacità di intessere relazioni autentiche, di portare gioia, di aiutare i compagni più deboli o emarginati, di favorire l’unità tra le persone.

A scuola, nonostante le ripetute assenze dovute alla sua salute cagionevole, ottiene sempre risultati eccellenti. Così dice di lei una sua insegnante: “Marianna era piena di grazia, con il suo sorriso timido e il suo sguardo profondo. Un animo gentile e una bellezza rara, fuori dal tempo, così diversa e distante dalla volgarità e dall’aggressività di oggi”.

Marianna, dai 9 ai 18 anni, tiene un diario segreto: i suoi scritti rivelano la sua apertura mentale e di cuore, i valori umani e di fede che incarna con coerenza in tutti gli ambiti della sua vita, dalla casa alla scuola, dagli amici alle sue passioni.

All’età di 11 anni, Marianna ha già chiaro quale sarà il suo futuro: “Quando sarà il momento, sceglierò la via che ha seguito mia madre, quella della medicina. Oggi, il mio sogno è poter curare gli altri, aiutarli fino in fondo e ricercare nei laboratori i vaccini e le medicine apposite per ogni tipo di malattia”.

Marianna riconosce che la sua vita è un tesoro unico e bellissimo, un dono prezioso da gustare con gratitudine: “Grazie, Dio, per i doni della Terra, per la salute, per la gioia che ho, ma, innanzitutto grazie per aver dato a tutti noi il dono della vita. Io ti lodo, Signore, e ti ringrazio per questo dono insuperabilmente bello e prezioso e io ti prego perché tutti si rendano conto di quello che hanno e perché imparino ad amarlo e apprezzarlo. Amen. Il fine di questa Preghiera è quello di spingere tutti noi ad apprezzare la vita donataci da Dio per ciò che è veramente: una cosa di valore inestimabile a cui dobbiamo tenere molto perché la vita è una sola e non si può avere due volte ed è per questo che si deve riuscire a viverla serenamente poiché la pace, la gioia, la bontà inizia nei piccoli luoghi, inizia da noi”, scrive a 11 anni.

Due anni più tardi scrive: “Questo è quello a cui aspiro di più, vivere una vita che valga la pena di raccontare, o comunque abbastanza dignitosa da poterlo fare. Mi preparo ad affrontare le difficoltà di questa con serenità e forza e continuare in quello in cui credo e ho passione, fino ad ottenerlo, così da non dovermi recriminare nulla quando sarò adulta”.

A 14 anni scrive: “Saper guardare le piccole cose con attenzione apprezzandole ognuna come un grande dono di Dio così come saper guardare serenamente alle grandi cose della vita non potrà che condurre lontano, nel Regno dei cieli”.

Marianna vive ogni momento come se fosse l’ultimo: “Come vivrei questo momento se oggi fosse l’ultima volta che incontro questa persona? E se questo scritto, o questo regalo o questa attività, fosse l’ultimo della mia vita?”.

Nell’estate del 2010, Marianna sente che la sua vita sta per giungere alla fine e lo confida più volte a sua madre. La notte del 18 agosto 2010, di ritorno da una serata in compagnia dei suoi amici, l’auto sulla quale Marianna viaggia insieme ad altri due suoi amici si schianta contro un pilastro, a pochi chilometri da casa. Marianna muore così, improvvisamente, all’età di 18 anni, lasciando nei cuori di chi l’ha conosciuta il ricordo della sua bellezza semplice e della sua straordinaria gioia di vivere.

(testi tratti dal libro Un mondo a colori. La storia di Marianna)

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Guarda il docufilm sulla storia di Marianna Boccolini.

ANTONIO CARRETTA: NELLA MALATTIA, LA FORZA DI UN GUERRIERO

Anche tu hai bisogno di concepire la totalità della tua vita come una missione. Prova a farlo ascoltando Dio nella preghiera e riconoscendo i segni che Egli ti offre. Chiedi sempre allo Spirito che cosa Gesù si attende da te in ogni momento della tua esistenza e in ogni scelta che devi fare, per discernere il posto che ciò occupa nella tua missione. E permettigli di plasmare in te quel mistero personale che possa riflettere Gesù Cristo nel mondo di oggi.

(Papa Francesco, GE 23)

 
Antonio Carretta nasce il 19 maggio 1991 ad Altamura, in Puglia.

Fin da piccolo, frequenta con impegno e dedizione la scuola e il catechismo, diventando presto un ragazzo educato, disciplinato, studioso, discreto, umile, attento all’altro, rispettoso, intelligente, allegro, sempre sorridente, di poche parole ma sempre disposto ad ascoltare e aiutare gli amici in difficoltà.

Dall’animo buono e gentile, Antonio dimostra una disarmante gioia di vivere e un apprezzamento per le piccole cose di tutti i giorni; ha idee molto chiare sulla persona che vorrebbe diventare e su ciò che vorrebbe fare della sua vita.

A giugno 2014, Antonio inizia ad accusare alcuni dolori alla schiena, che si fanno via via sempre più intensi, finché il 23 luglio viene ricoverato al Policlinico di Bari per una diagnosi di cancro.

Antonio inizia la chemioterapia. I primi mesi sono duri, difficili: anemia, crisi respiratorie, emorragie… ma Antonio non si abbatte, affrontando ogni difficoltà con determinazione e coraggio, pazienza e tenacia. Mai un lamento, mai una lacrima, solo un’immensa voglia di vivere e di affrontare quel male.

Dopo alcuni mesi, la situazione migliora: Antonio riprende le forze, torna a casa e, senza perdere tempo, si rimette a studiare, felice di essere ritornato alla normalità e di poter nuovamente uscire con i suoi amici.

A settembre 2015, la malattia si ripresenta; stavolta, però, ogni tentativo di cura risulta vano. Si tenta allora per una cura sperimentale a Forlì, ma alla vigilia della partenza Antonio peggiora. Nei mesi successivi i dolori aumentano a dismisura, Antonio alterna momenti di lucidità a momenti in cui è assente.

Gli ultimi tre giorni sono per lui un’agonia.

Antonio muore il 24 novembre 2015, all’età di 24 anni.

A distanza di due anni dalla morte, per ricordare Antonio come esempio per gli altri, l’università ha rilasciato il titolo di laurea specialistica in sua memoria.

Ricordano due amiche di Antonio:

“Nonostante la malattia, proprio in quei momenti hai dato vita al tuo grandissimo coraggio. Eri tu che incoraggiavi noi, eri tu che anche durante le tue agonie continuavi a studiare per portare a termine gli esami, continuavi ad avere sempre mille progetti per te e per il tuo futuro; eri tu che ti scusavi se non eri tanto presentabile da farti vedere, eri tu che ti preoccupavi di noi e ti informavi sempre di come trascorrevamo la nostra vita; eri tu che ci supportavi, eri tu che davi forza a noi… quella forza sovrannaturale che sprigionavi ogni volta che ci guardavi con i tuoi enormi occhioni verdi! Mi reputo una persona veramente molto fortunata ad aver conosciuto un ragazzo come te, il nostro grande guerriero, il nostro unico eroe, colui che ci ha insegnato veramente che cosa significhi lottare, avere fiducia, avere coraggio, essere temerari, non abbattersi mai”.

“Rivedo quel sorriso sempre stampato sul suo volto, ricordo tutta la forza che ha sempre avuto e la fede che non lo ha mai abbandonato. […] Ringrazio te per avermi insegnato l’arte di vivere il dolore nella fede. […] Hai dato la dimostrazione, nei gesti essenziali, di quanto amore hai avuto per la vita, la fede, la famiglia e l’amicizia”.

Dagli scritti di Antonio:

“Motivo centrale della nostra esistenza non è aspettare gli eventi straordinari per vivere, ma piuttosto vivere con straordinarietà l’ordinarietà, poiché quelle azioni che ci sembrano ripetitive e monotone richiedono il nostro massimo impegno”.

“Io cercherò di spingermi fin dove posso arrivare quotidianamente e cercando di fare i progressi migliori. Viviamo in un mondo che va di fretta e devo cercar equilibrio tra esso e la lentezza che questa malattia comporta. […] Perché viviamo, se non per lottare, sperare, avere sogni, progetti? I mali ci sono, ma si combattono, sono tollerabili, si combatte per avere il meglio”.

“Mi sono prefissato di vivere la mia vita per un unico scopo: essere orgoglioso di me stesso, perché Dio possa essere soddisfatto della sua creatura e portarmi con sé nel suo regno, in paradiso”.

“La forza per affrontare tutto è la volontà d’animo e la fiducia”.

“Non abbiamo tutto il tempo del mondo”.

“Non c’è motivo di avere paura nella vita perché togliamo spazio a ciò che di bello possiamo avere”.

(testi tratti dal libro Antonio Carretta. Il guerriero con il sorriso)

MARGHERITA FILIPPINI: UNA LUCE NELLA QUOTIDIANITÀ

Per riconoscere quale sia quella parola che il Signore vuole dire mediante un santo […] bisogna contemplare l’insieme della sua vita, il suo intero cammino di santificazione, quella figura che riflette qualcosa di Gesù Cristo e che emerge quando si riesce a comporre il senso della totalità della sua persona.

(Papa Francesco, GE 22)

 
Margherita Filippini nasce il 14 novembre 1986 a Montecchio Emilia (RE).

Ragazza vitale, luminosa ed entusiasta, è una stella della pallavolo reggiana. Oltre allo sport a cui si dedica con grande passione, è impegnata nella parrocchia di Sant’Anselmo a Reggio Emilia come educatrice dei più piccoli.

Il suo amore per i bambini la porta ad iscriversi alla facoltà di Scienze della formazione; nel frattempo, con il desiderio di prendere la sua vita sul serio, inizia un percorso di discernimento vocazionale diocesano, durante il quale incontra Pietro. Insieme svolgono attività di volontariato presso la Casa della Carità della Beata Vergine della Ghiara e in varie esperienze all’estero con l’associazione “Reggio Terzo Mondo”.

Nel 2009, Margherita si reca in Kosovo, in una scuola materna, per preparare la tesi di laurea. Al ritorno, lei e Pietro decidono di sposarsi l’anno successivo; nel frattempo, Margherita insegna per un anno nella scuola parrocchiale di San Pellegrino, a Reggio Emilia.

Il 3 luglio 2010 Margherita e Pietro si sposano; il giorno dopo si recano al Pronto Soccorso perché il dolore alla spalla che Margherita sente già da un po’ è troppo insistente e i due sposi devono partire per il viaggio di nozze. I medici prescrivono a Margherita alcuni antidolorifici e le prenotano una Tac per il 16 di agosto.

Al ritorno dal viaggio di nozze, Margherita si sottopone ad alcuni esami che rilevano la presenza di un linfoma: inizia così un lungo cammino di cure, durante il quale Margherita si affida alle preghiere di sacerdoti, amici e familiari.

Dopo un iniziale sconforto, Margherita affronta la malattia con coraggio, senza rinunciare allo studio, all’amore per suo marito e alla compagnia dei suoi amici. Sa che le possibilità di guarire sono poche e allora cerca di salutare ogni persona e di riconciliarsi con chiunque si fosse arrabbiata per qualche motivo.

Fino all’ultimo Margherita fa del suo meglio: suona la chitarra nelle Messe che vengono celebrate in casa sua e, insieme al marito Pietro, accoglie con gioia chiunque le fa visita.

Con suo marito, prepara ogni particolare del rito delle esequie. Sul ricordino fa scrivere: “Margherita, sposa di Pietro per sempre”.

Nelle ultime settimane, il quadro clinico peggiora, ma Margherita non perde mai il sorriso, che regala sempre ad amici e conoscenti.

Pochi giorni prima di morire, Margherita confida alla sorella Caterina: “Libera, mi sento libera, non sono più schiava di niente, io mi affido e mi affido a Dio! Sono fortunata perché ho avuto il tempo di prepararmi a morire. Ho potuto pensare, ho potuto pregare, ho potuto incontrare persone care, ecco, ho avuto il tempo di prepararmi”. Alla sorella minore Elisabetta invece confida: “Sai, anche quando sembra che ti capiti la disgrazia più grande, alla fine, è sempre un regalo!”.

In una lettera scrive: “Ieri leggevo un testo di fr. Roger. Diceva: “I giovani che vivono nella speranza irradiano intorno a loro una luce”. Mi è sembrato talmente bello il pensiero di poter irradiare una luce intorno, solo vivendo la mia quotidianità con speranza, talmente bello da farmi sorridere il cuore!”.

Circondata dall’affetto dei suoi genitori, dei suoi fratelli, di suo marito, Margherita consegna la sua anima al Padre il 20 luglio 2012, all’età di 25 anni.

Il suo funerale è una festa, come Margherita stessa aveva desiderato: “Non voglio piagnistei!”.

Sul sagrato della chiesa, Pietro, vestito con lo stesso abito del matrimonio, accoglie la bara di Margherita e la benedice. Durante l’Offertorio, viene appoggiata alla bara una foto ingrandita delle loro nozze; così Pietro illustra questo gesto: “Portiamo all’Offertorio una foto del nostro matrimonio, il segno del nostro sacramento e della promessa che abbiamo deciso di fare insieme, di non mollare mai e di continuare nonostante tutto quello che ci sarebbe capitato. Un po’ questo l’abbiamo fatto e vorremmo che fosse così per tutti quelli che scelgono la via del matrimonio”.

(testi tratti dal libro Testimoni di luce)

MARCELLO VEZZANI: UNA VITA DI CORSA

Il disegno del Padre è Cristo, e noi in Lui. In definitiva, è Cristo che ama in noi, perché «la santità non è altro che la carità pienamente vissuta».[1] Pertanto, «la misura della santità è data dalla statura che Cristo raggiunge in noi, da quanto, con la forza dello Spirito Santo, modelliamo tutta la nostra vita sulla sua».[2] Così, ciascun santo è un messaggio che lo Spirito Santo trae dalla ricchezza di Gesù Cristo e dona al suo popolo.

(Papa Francesco, GE 21)

 
Marcello Vezzani nasce il 13 luglio 1979 a Correggio (RE).

Ultimo di tre figli maschi, cresce in una famiglia cristiana unita, nella quale i rapporti tra i fratelli, e tra i figli e i genitori, sono vissuti alla luce della fede.

Marcello viene battezzato il 26 agosto e da quel giorno la Grazia di Dio inizia a formare la sua personalità e la sua esistenza.

Cresce nella comunità parrocchiale di Madonna di Fatima, dove si impegna come catechista, educatore e animatore, prestando un servizio costante e generoso.

Ancora bambino si iscrive all’Azione Cattolica e inizia a far parte della banda cittadina, diventando percussionista ufficiale; quando può porta i tamburi all’oratorio per insegnare ai bambini questo affascinante strumento.

Da adolescente, poi, inizia il suo servizio costante, premuroso e gioioso alla Casa della Carità: con gli ospiti trascorre i periodi di vacanza insieme e qualche volta ne porta alcuni all’oratorio o alla Messa della domenica.

Ragazzo dalla fede entusiasta, dalla bontà contagiosa, dalla generosità trasparente e dallo sguardo illuminato, Marcello “corre” sempre, desideroso di non perdere neanche un secondo di tutto ciò che vive: ogni impegno, dallo studio alla parrocchia, al servizio nella Casa della Carità e nella banda cittadina viene vissuto da Marcello con profonda passione e dedizione.

Per lui l’Eucarestia è tutto! Per questo fa di tutto per potersi nutrire del Pane della vita: quasi ogni sera, di ritorno dall’università, si ferma in chiesa per partecipare alla messa feriale.

Oltre alla parrocchia, Marcello è molto presente e attivo anche nella vita sociale del paese e non perde mai l’occasione per un confronto anche a livello politico dove, sempre con bontà e fermezza, interviene portando la propria testimonianza cristiana.

Con tutti Marcello è luminoso, solare e sorridente: un segno dell’amore di Dio. Sempre disponibile, quando c’è qualcosa da fare non si tira mai indietro, portando avanti con serietà ogni suo impegno.

Marcello è affascinato dal mondo, è innamorato della creazione: ogni cosa per lui è fonte di ammirazione e di stupore.

Coltiva molte amicizie, è amato e stimato da amici, compagni di studio e professori: per tutti quelli che incontra è un modello da imitare.

Giovedì 5 giugno 2003, Marcello lascia di corsa l’Università a Modena, perché deve suonare nella banda: ha finito con la sua professoressa la tesi di laurea e deve correre a casa per annunciare ai genitori la sorpresa: si laureerà a luglio! Ma un collasso lo stronca proprio davanti alla sede del 118 del Policlinico, a nulla vale il soccorso portato immediatamente: Marcello cade a terra stringendo al petto la sua tesi, ma è già in Paradiso! La corriera che da Modena sosta davanti a casa sua, questa volta non lo porta a casa.

Così Marcello è stato chiamato improvvisamente alla vita eterna, all’età di 23 anni. In quel giorno, la liturgia presentava queste parole di Gesù: “Padre, voglio che anche quelli che ci hai dato, siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria” (Gv 17,24).

Il 23 marzo 2005, alla presenza di familiari, parenti e amici, si è svolta, nell’Aula Magna del dipartimento di Chimica dell’Università di Modena, la cerimonia di proclamazione della laurea post mortem in onore di Marcello.

“[…] Quando prego devo partire dalla certezza che Dio è mio papà, che mi vuole bene, che vuole il mio bene e che mi porta a volte nell’attesa e nell’insistenza a maturare il bene. Se sono onesto e insistente nel chiedere, ma la mia preghiera tarda ad essere esaudita, il tempo dell’attesa mi fa maturare e mi accorgo se sto domandando una cosa non buona. Il Signore accoglie la mia lode ma come vuole Lui. Se non ho questo spirito la preghiera è soddisfazione di un mio capriccio. Bisogna chiedere con forza, con convinzione. Nel profondo di noi stessi, crediamo davvero che possano avvenire miracoli? Quante volte abbiamo toccato con mano che con fede si possono ottenere miracoli. Eppure quante volte noi con il nostro bisogno di sicurezze umane mandiamo all’aria la nostra fede. Sognare in grande vuol dire avere questa fede “impassibile” e osare nel domandare. Se avremo la fede del bimbo sicuro del suo papà, senza cercare guadagni personali, allora la preghiera potrà essere decisiva” (articolo scritto da Marcello per il bollettino parrocchiale).

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[1] BENEDETTO XVI, Catechesi nell’Udienza generale del 13 aprile 2011: Insegnamenti VII (2011), 451.
[2] Ibid.: 450.

SANDRA SABATTINI: LA FIDANZATA A SERVIZIO DEI POVERI

In fondo, la santità è vivere in unione con Lui i misteri della sua vita. Consiste nell’unirsi alla morte e risurrezione del Signore in modo unico e personale, nel morire e risorgere continuamente con Lui. Ma può anche implicare di riprodurre nella propria esistenza diversi aspetti della vita terrena di Gesù: la vita nascosta, la vita comunitaria, la vicinanza agli ultimi, la povertà e altre manifestazioni del suo donarsi per amore.

(Papa Francesco, GE 20)

 
Sandra Sabattini nasce il 19 agosto 1961 a Riccione.

Fin da bambina, Sandra è attratta dall’Infinito: spesso la si trova con una piccola coroncina del Rosario in mano o in adorazione davanti al Santissimo Sacramento. Dal carattere semplice e riservato, Sandra è dotata di una particolare sensibilità verso i più bisognosi.

A 10 anni inizia a scrivere un diario, in cui raccoglie pensieri e riflessioni personali. Comincia così il suo diario: “La vita vissuta senza Dio è un passatempo, noioso o divertente, con cui giocare in attesa della morte”.

A 12 anni conosce don Oreste Benzi e la Comunità Papa Giovanni XXIII. Due anni dopo partecipa ad una vacanza in montagna con alcuni disabili gravi e al ritorno confessa a sua madre: “Ci siamo spezzati le ossa, ma quella è gente che io non abbandonerò mai”. Inizia così, per Sandra, un cammino alla sequela di Gesù povero e servo, condividendo la sua vita con gli ultimi.

Gli anni dell’adolescenza sono costellati da domande sul senso della vita, sulla sua vocazione e sulla volontà di Dio per lei. Sandra vive tutto questo in unione con il Signore nella preghiera: “Se non faccio un’ora di preghiera al giorno non mi ricordo neanche di essere cristiana”.

Capisce che la sua felicità sta nell’amare il prossimo: “Adesso sento una grande gioia, una grande voglia di camminare su questa strada, ma quando l’impeto iniziale se ne andrà, sarà una gara dura. È per questo che è necessaria la preghiera, perché solo se la mia fede sarà veramente vera riuscirò a portare a termine quello che Tu vuoi da me, quello a cui Tu mi hai chiamato”.

“Non credo in Dio perché esiste; ma Dio esiste perché ci credo. Perché è stato Lui a darmi la fede. La ragione non serve per giungere a Dio”, scrive Sandra nel suo diario.

Sandra vive intensamente ogni cosa, certa che niente accada per caso e che il Signore le è sempre vicino: “La vita è lotta, dura e implacabile, e la lotta è tutto. Bisogna stringere i denti e affrontare la realtà, l’angoscia del nuovo, giorno per giorno, con la certezza però che Tu stai camminando insieme a me. […] perdere il gusto della lotta, vuol dire perdere il gusto della vita. […] La vita è un continuo morire, giorno dopo giorno; ma è anche un continuo rinascere nella Vita vera”.

Sandra è consapevole di avere anche tanti limiti e difetti: “Signore sento che Tu mi stai dando una mano per avvicinarmi a Te; mi dai la forza per fare un passo in avanti. Accettarti io vorrei, prima però devo sconfiggere me stessa, il mio orgoglio, le mie falsità. Non ho umiltà e non voglio riconoscerlo, mi lascio condizionare terribilmente dagli altri, ho paura di ciò che possono pensare di me. Sono incoerente, con una gran voglia di rivoluzionare il mondo, e che poi si lascia assoggettare da questo. Dio, mi sai accettare così come sono, piena di limiti, paure, speranze?”.

Sandra è piena di vitalità: “Che bello essere nati, vivere, poter vedere tutto quello che mi circonda; a volte nei momenti di sconforto la odiamo, ma la vita è più che degna di essere vissuta assieme al Signore”.

Nel febbraio 1978 Sandra conosce Guido, un ragazzo di due anni più grande di lei. Vivono il loro stare insieme in modo casto, alla luce della Parola di Dio e nel servizio al prossimo. Scrive Sandra nel suo diario: “Fidanzamento: qualcosa di integrante con la vocazione: ciò che vivo di disponibilità e d’amore nei confronti degli altri è ciò che vivo anche per Guido, sono due cose compenetrate, allo stesso livello, anche se con qualche diversità”.

“Non sono io che cerco Dio, ma è Dio che cerca me. Non c’è bisogno che io cerchi chissà quali argomentazioni per avvicinarmi a Dio. Le parole prima o poi finiscono e ti accorgi allora che non rimane che la contemplazione, l’adorazione, l’aspettare che Lui ti faccia capire ciò che vuole da te… Sento la contemplazione necessaria al mio incontro con Cristo povero”, scrive Sandra all’età di 17 anni.

Nel 1980 si iscrive alla facoltà di Medicina, desiderosa di diventare medico missionario in Africa. Sandra impiega così il suo tempo e le sue energie dividendosi tra studio, famiglia, lavoro e condivisione con i poveri, con i quali trascorre gran parte del tempo libero e delle vacanze estive. Da queste esperienze forti vissute con i disabili e i giovani tossicodipendenti, Sandra matura la scelta dell’essere povera come Gesù: “La mia gioia è stare con Te nei “poveri” perché è questa, son sicura, la mia vocazione”.

Sandra è convinta che amare è l’unica cosa importante: “A volte ci penso: ma il mio essere che senso ha? Ciò che conta è amare, non chiedere di più. E quelle poche volte che mi è capitato di farlo davvero, disinteressatamente, ho sentito sul serio la pace; e se Dio è amore, non può essere che pace infinita in tutti i sensi. […] ama ogni cosa che fai. Ama fino in fondo i minuti che vivi, che ti son concessi di vivere. Cerca di sentire la gioia del momento presente, qualunque sia, per non perdere mai la coincidenza. […] nel cuore di ciascuno ci sono tesori d’amore. La più grande disgrazia che ci possa capitare è di non essere utili a nessuno, è che la nostra vita non serve a niente. Vivere è saper amare”.

Il 27 aprile 1984 scrive nel suo diario: “Non è mia questa vita che sta evolvendosi ritmata da un regolare respiro che non è mio, allietata da una serena giornata che non è mia. Non c’è nulla a questo mondo che sia tuo. Sandra, renditene conto! È tutto un dono su cui il “Donatore” può intervenire quando e come vuole. Abbi cura del regalo fattoti, rendilo più bello e pieno per quando sarà l’ora”.

Appena due giorni dopo, il 29 aprile, mentre si reca ad un incontro della sua comunità Papa Giovanni XXIII, viene investita da una macchina, entra in coma e tre giorni dopo, il 2 maggio, muore a soli 22 anni.

Qualche tempo prima, meditando sul mistero della morte aveva scritto: “Che dire della morte? Paura, rassegnazione, accettazione? Boh! Di una cosa però sono convinta, che non è male ogni tanto rammentarci di essa, ricordarsi che: “polvere sei e polvere ritornerai”. Pensare a ciò ridimensiona un po’ le cose: il mio orgoglio, le mie inutili corse, lo sciupio indiscriminato del tempo, delle cose e delle gioie che m’hai dato. Mi umilia, in un certo senso, e nello stesso tempo mi sprona a non sprecare neanche un istante di questa mia esistenza. […] Aver paura della morte vuol dire non essere in pace con la vita”.

A pochi giorni dalla morte di Sandra, don Oreste Benzi esprime il desiderio di voler avviare la causa di beatificazione di Sandra: “Ci sono gli sposi santi, i genitori santi. Ma non sarebbe bello avere anche una fidanzata santa?”.

La fase diocesana del processo, avviata nel 2006, si è chiusa il 6 dicembre 2008. Il 2 ottobre 2019 Papa Francesco ha promulgato il decreto riguardante la beatificazione di “Alessandra (Sandra) Sabattini, Laica”.

Sandra avrebbe dovuto essere beatificata il 14 giugno 2020 ma a causa dell’attuale emergenza sanitaria l’evento è stato rimandato al 24 ottobre 2021. Così Sandra sarà la prima fidanzata beata.

(testi tratti dal libro Sandra Sabattini. Il diario di Sandra)

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Guarda il docufilm sulla storia di Sandra Sabattini realizzato due anni fa da TV2000.

MATTEO FARINA: UNA VITA VISSUTA NELLA GIOIA E NELL’AMORE

Per un cristiano non è possibile pensare alla propria missione sulla terra senza concepirla come un cammino di santità, perché «questa infatti è volontà di Dio, la vostra santificazione» (1 Ts 4,3). Ogni santo è una missione; è un progetto del Padre per riflettere e incarnare, in un momento determinato della storia, un aspetto del Vangelo.

(Papa Francesco, GE 19)

 
Matteo Farina nasce il 19 settembre 1990.

Fin da subito si mostra un bambino solare, allegro, sorridente; impara presto a pregare e ad ascoltare la Parola di Dio. Frequenta il catechismo e la Messa domenicale con grande entusiasmo, desideroso di testimoniare la sua fede a tutti: familiari, amici, compagni di scuola e insegnanti.

La Prima Comunione lo sprona ad impegnarsi maggiormente nella vita di fede: si propone di partecipare alla Messa tutte le domeniche, di confessarsi e far visita al Santissimo Sacramento frequentemente, di recitare il Rosario tutti i giorni. Inizia anche ad avvertire il desiderio di farsi sacerdote.

Matteo eccelle a scuola, è impegnato nello sport e nutre una grande passione per il canto e la musica: ha sete di conoscere e di imparare, fa tutto con impegno e passione, dimostrando un grande amore per la vita come immenso dono di Dio.

All’età di 13 anni inizia il tempo della prova. Matteo comincia ad accusare forti mal di testa e alcuni disturbi alla vista che evidenziano una lesione cerebrale. Con i genitori si trasferisce ad Hannover in Germania dove si sottopone ad un intervento chirurgico che riesce bene. Tutto riprende nella normalità, anche se la sua vista rimane danneggiata. Ma Matteo non perde la sua gioia di vivere e il suo amore per Gesù. Al termine della degenza, Matteo scrive nel suo diario: “Spero di riuscire a conservare la gioia che ho adesso e donarla a chi ne ha bisogno. Nella vita bisogna sempre essere forti, cosa che penso di aver fatto. […] Abbattersi non giova a nulla, dobbiamo invece essere felici e dare sempre gioia. Più gioia diamo, più gli altri sono felici. Più gli altri sono felici, più siamo felici noi. […] Se è vero che la vita è come una scatola di cioccolatini perché non sai mai quello che ti capita, è anche vero che ognuno deve riuscire ad accettare il cioccolatino che gli è capitato. Non bisogna, però, cercare di ingoiare voracemente questo cioccolatino, perché si rischia di affogare; bisogna invece farlo sciogliere lentamente in bocca, anche se questo è amaro. L’importante è affrontare sempre tutto quello che la vita ci pone con un sorriso, pensando che, sebbene c’è chi sta meglio di noi, ci sarà sempre qualcuno che sta soffrendo molto più di noi. […] Il conforto di ognuno deve essere il fatto che la sofferenza è il distintivo di un’anima scelta da Dio. Ho potuto toccare con le mie stesse mani questa situazione e posso assicurarti che se riesci ad essere forte, farai stare bene chi ti sta accanto. Facendo stare bene chi ti sta accanto si rallegrerà l’aria e sarà più facile per te andare avanti. È tutto un giro particolare che alla fine porta sempre giovamento: ognuno di noi esce sempre rafforzato da esperienze del genere, e bisogna usare questa forza per andare avanti negli avvenimenti della vita. […] Ho capito veramente che nella vita non siamo soli e non lo saremo mai”.

Nel settembre 2004 inizia la scuola superiore, ma a gennaio deve assentarsi dalle lezioni per subire un intervento per l’asportazione di un tumore cerebrale, al quale seguono lunghi cicli di chemio e radioterapia. Per Matteo è un periodo difficile e di grande sofferenza, perché si trova lontano dalla scuola, dai suoi hobbies e dagli affetti. La fede è la sua àncora di salvezza: comincia a vedere la malattia come una prova da offrire al Signore; la ricerca di Dio e la preghiera prendono il primo posto nelle sue giornate trascorse in ospedale. Non cessa di testimoniare il Signore, facendo visita agli altri pazienti, confortandoli e aiutandoli ad affrontare con serenità la malattia.

Matteo sopporta e vive tutto con quella “perfetta letizia” propria di San Francesco.

Scrive Matteo nel suo diario: “Come mi piacerebbe vivere come hanno vissuto san Francesco e Padre Pio, ascoltando Cristo e compiendo la sua volontà in tutto: loro sì che sono esempi di amore! Quando penso a questi due santi, più che mai mi rendo conto che l’amore ti aiuta a guardare ogni cosa con occhi diversi. La vita è bella quando è vissuta nell’Amore!”.

Verso i 15 anni, quel desiderio di farsi sacerdote, avvertito qualche anno prima, si fa più forte, ma le sue condizioni di salute non gli permettono di entrare in Seminario.

A 17 anni, Matteo conosce Serena: iniziano un cammino insieme, fondato sui principi cristiani, tra gioie e sofferenze, dandosi sostegno e incoraggiamento a vicenda. Scrive Matteo in una delle sue riflessioni: “Essere decisi… quanto vorrei avere sempre questa capacità. E invece pensando al mio futuro vedo tanta incertezza e non sono capace di scegliere neanche le cose più semplici. Forse perché vorrei sempre fare la Tua Volontà, ma a volte non ci riesco, o forse perché ho paura di ciò che una mia scelta può comportare. Cosa vuoi da me Signore? Credevo che il sacerdozio fosse la mia strada, ma mi hai detto di aspettare; ho cercato allora l’amore, quello tra uomo e donna, per capire cosa significa… è un sentimento bellissimo… chissà come finirà questa storia… solo tu lo puoi sapere mio Signore… Spero solo di fare sempre la Tua Volontà. Ti amo mio Signore e mio Dio!”.

Matteo mette in pratica quel “amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi”: si impegna con tutte le sue forze affinché i suoi compagni e amici arrivino ad amare Gesù, crea un fondo per le missioni africane del Mozambico, senza paura ammonisce i bestemmiatori invitandoli a scusarsi di fronte a Dio. Matteo ripete spesso: “Quando penso, dico o faccio qualcosa, lo faccio pensando a come lo avrebbe fatto Gesù…”.

Matteo ha un grande desiderio nel cuore: “Spero di riuscire a realizzare la mia missione di “infiltrato” tra i giovani, parlando loro di Dio (illuminato proprio da Lui) … osservo chi mi sta intorno, per entrare tra loro silenzioso come un virus e contagiarli di una malattia senza cura, l’Amore!”.

Matteo approfondisce sempre più la sua fede con la preghiera, l’ascolto della Parola di Dio, la lettura delle vite dei santi e delle encicliche papali. Nei suoi scritti ripete spesso: “Signore aiutami a capire cosa vuoi da me, voglio fare la Tua volontà, quello che vuoi Tu Signore e non ciò che voglio io…”.

Nel 2007 il tumore al cervello si ripresenta e Matteo subisce un altro intervento. Matteo sa che le sue possibilità di guarigione sono scarse, ma non esita a ripetere: “Dobbiamo vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, ma non nella tristezza della morte, bensì nella gioia di essere pronti all’incontro con il Signore!”. A ottobre 2008 le sue condizioni peggiorano ulteriormente e subisce altri tre interventi chirurgici nel giro di pochi mesi che gli provocano una semi paresi che lo costringe sulla sedia a rotelle.

Matteo è assistito premurosamente dalla sorella Erika, con la quale ha sempre avuto un rapporto speciale. Un giorno, mentre pregano insieme, Matteo le dice: “Sorridi Erika, possiamo pregare con gioia, i cristiani sorridono sempre, sorridi…!”.

Matteo, ormai paralizzato e privo della parola, offre la sua sofferenza per la conversione dei peccatori.

A fine marzo 2009 Matteo si aggrava e un mese dopo, il 24 aprile, all’età di 18 anni, termina la sua missione sulla terra.

Il 24 aprile 2017 Matteo viene proclamato “Servo di Dio” e il 5 maggio 2020 Papa Francesco lo dichiara “Venerabile”.

Numerose sono state le poesie che Matteo ha scritto durante gli anni della sua esistenza. Tra queste c’è “LA VITA”.

E poi un giorno la luce, il pianto,
non di sofferenza, ma quasi di commozione.
La mano di Dio su una nuova anima;
un altro progetto di amore di Nostro Signore.
Ed ecco una nuova vita inizia a camminare,
tra sassi ed erba, tra spine e rose;
ci saranno giorni in cui vorrai mollare tutto,
giorni in cui avresti preferito non esistere,
in cui scoprirai di aver scelto la cosa
sbagliata, credendo di non poter fare più niente.
No!
No, non arrenderti, affidati a Dio…
…Ed ecco che trovi l’amore, ritrovi la
vita e la speranza per chi come te ha
sofferto e soffre. Poi un giorno la malattia,
ti senti abbandonato ma, non è così.
Ritrovi ancora la forza in Lui;
così vivrai per tutta la tua vita,
tra alti e bassi, tra gioia e sofferenza,
tra grazia e peccato…
Un giorno un sottile velo ti riporterà al Creatore
e di nuovo il pianto, un pianto ancora di commozione
se avrai vissuto con Lui: inizia una nuova vita, quella vera.

 

Matteo Farina 

 (testi tratti dal libro Matteo Farina. Con gli occhi al Cielo…)

SUSANNA RUFI: UNA VITA BREVE MA COMPIUTA

Così, sotto l’impulso della grazia divina, con tanti gesti andiamo costruendo quella figura di santità che Dio ha voluto per noi, ma non come esseri autosufficienti bensì «come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio» (1 Pt 4,10).

(Papa Francesco, GE 18)

 
Susanna Rufi nasce nel 1997.

Cresce in una famiglia poco pia e devota, ma molto unita dove ci si vuole bene e dove si impara a voler bene agli altri. Trascorre un’infanzia felice, sempre insieme alla sorella Margherita, di un anno e mezzo più giovane di lei. Ricorda Margherita: “Avevamo una sintonia perfetta. Io sapevo esattamente quasi tutto quello che pensava Susanna, e viceversa”. Entrambe portano nel cuore l’immagine di loro da grandi: mamme indaffarate con il lavoro e con la famiglia, ma sempre unite.

Susanna e Margherita condividono tutto: dalla camera ai vestiti, dalla musica ai viaggi, dalla scuola agli amici, e soprattutto condividono la stessa fede in Gesù. Ricorda ancora Margherita: “È stata proprio Susanna a spianarmi la strada della fede; come in qualsiasi prova della vita io percorrevo i suoi stessi passi, e non sbagliavo. Non mi sono pentita di averla scelta come mia madrina della cresima. Aveva il compito di accompagnarmi nel mio cammino di fede. Lo sta facendo e lo farà”.

Susanna è una ragazza solare, riservata, discreta, timida; non le piace apparire.

Ha una gran voglia di imparare, le piace studiare. Capisce che la scuola è un mezzo e non un fine. Il suo insegnante di Lettere ricorda: “Susanna aveva capito quello che è importante davvero nella vita. Quando mi ha portato i certificati per il credito formativo, sono rimasto colpito da quello che aveva dichiarato il parroco, non per il contenuto in sé, ma per il modo in cui parlava dell’attività di Susanna in parrocchia; mi è anche sorto il sospetto che fossero parole di circostanza, tanto erano pesanti nel modo di presentare Susanna; quel piccolo dubbio si è dissolto quando ho parlato al telefono con il parroco”. Anche il suo insegnante di Religione ricorda: “Parlava poco Susanna, perché amava più ascoltare, non perché non avesse cose importanti da dire, ma perché desiderava soprattutto apprendere, e apprendere bene, per poi dare. Era solita, inoltre, celare dentro il cuore i suoi sentimenti più intimi, mostrandosi ritrosa a comunicarli anche alle persone più care. Ed è per questo che mi meravigliai molto quando, un giorno, sorridendomi con la sua infinita dolcezza, mi confidò a bassa voce, quasi pentita che la sua voce osasse tanto, il suo amore verso Dio e verso il prossimo, ma anche la sua difficoltà a muoversi in un mondo religioso e laico che non riusciva a capire. La rimproverai bonariamente dicendole che la sua era una pretesa bella e buona, considerando il fatto che io, quarant’anni più grande di lei, non solo non capivo né il mondo laico e tanto meno quello religioso, ma che mi ero ormai arreso a cercare di capirli e che, tuttavia, stavo bene con me stesso perché Dio era la roccia su cui poggiavo la mia mente e il mio cuore affaticati, e le proposi di fare altrettanto. Le mie orecchie hanno racchiuso come in uno scrigno il suo “grazie, professore!” e nei miei occhi si è impresso, in maniera indelebile, il suo sorriso colmo di gratitudine e di affetto. E questo mi consola, mi consola molto. Perché se è vero che la mia fede mi porta a ritrovare Susanna fra le braccia del Dio di Cristo, un Dio veramente stupefacente che ci ha voluto fare dono, seppur per breve tempo, di una meravigliosa creatura come Susanna, allo stesso modo anche il mio cuore e la mia mente hanno di che consolarsi, perché in loro Susanna è ancora viva, è vivo il suo senso del dovere, la sua sete di giustizia, il suo amore verso Dio e verso il prossimo, e sono vive anche le sue parole, le sue piccole emozioni, le sue piccole confidenze appena accennate, ed è soprattutto vivo quel suo sorriso dolce e puro che continua, come soffio leggero, a dare benessere al mio cuore e alla mia mente”.

Ricorda una sua amica e compagna di liceo: “Di solito, per il primo giorno di scuola, i ragazzi tendono a vestirsi bene per dare una bella impressione. A maggior ragione il primo giorno di scuola del primo liceo, allora quarto ginnasio. Susanna invece portava questi sandali che non facevano che evidenziare la sua semplicità. Lei era un connubio di semplicità, di altruismo e di voglia di vivere. Solare, gioiosa. A scuola aiutava anche coloro che magari mantenevano con lei un’amicizia un po’ interessata per farsi aiutare. E questo lei lo sapeva, lo sapeva benissimo. Eppure li aiutava con la stessa passione con cui faceva con me”.

Il cammino di fede di Susanna è accompagnato da papa Francesco. In parrocchia sceglie di mettersi a servizio dei più piccoli come animatrice, ma non come catechista perché non si sente preparata, non si sente all’altezza: “Il catechismo è una cosa seria e io non mi sento molto catechista”. Inoltre, fa parte del coro e suona l’organo alla Messa della domenica.

Per Susanna, la preghiera preferita è la preghiera di lode, in particolare il Cantico delle Creature.

A Susanna il superfluo non interessa più di tanto, le basta l’essenziale. Ha l’impressione che il Creato sia stato fatto apposta per lei, ha un innato senso del bello che coltiva grazie agli studi classici, ai viaggi in giro per il mondo e alla musica. Spesso capita che musica, preghiera e poesia si fondano in una perfetta armonia. Per Susanna, nella vita non esistono il bianco e il nero, ma infinite sfumature di grigio.

In un tema fatto all’inizio dell’ultimo anno di liceo scrive: “Quel che maggiormente può giovare alla vita dell’uomo è il considerare sorella la morte, è il trattarla con familiarità, non agognarla ma accettarla quando essa si presenta. […] Non sappiamo cosa verrà dopo, e nessuno ce lo potrà mai dire ma la cosa migliore è avere sempre la speranza che qualcosa di bello ci attenda, sia che riguardi la sfera celeste, sia che riguardi la sfera razionale. […] vivere ogni istante della nostra vita come se fosse l’ultimo”.

Nel 2016, dopo aver superato con il massimo dei voti l’esame di maturità, Susanna, insieme all’immancabile sorella e al gruppo degli amici della parrocchia, inizia i preparativi per partecipare alla Giornata mondiale della gioventù a Cracovia, dove finalmente vedrà il suo amato Papa Francesco.

Alla vigilia della partenza, Susanna è inquieta, agitata, ma si addormenta tranquilla. I giorni seguenti, vive tutto con grande entusiasmo, fino alla Messa conclusiva al Campus della Misericordia. Poco prima dell’Eucarestia Susanna ha un mancamento, ma si riprende subito. Forse ha preso un colpo di sole oppure è solo molto stanca.

Verso le otto di sera, in pullman, sulla strada del ritorno in Italia, Susanna sta male: ha mal di testa e un po’ di febbre. Presto la situazione peggiora: Susanna fa fatica ad aprire gli occhi e a parlare. Viene chiamata l’ambulanza e Susanna viene portata al pronto soccorso. Alle 2 di notte viene portata in un altro ospedale, in terapia intensiva. I medici dicono che forse si tratta di meningite. Nel frattempo, Margherita avvisa i genitori che prendono il primo aereo disponibile, alle 7 e 50. Ma non riescono ad arrivare in tempo, perché alle 8 e 37 il cuore di Susanna si ferma, dopo quattro tentativi di rianimarlo, mentre i suoi genitori sono in volo verso Vienna.

Un batterio aggressivo si è portato via Susanna, un batterio “nordico” secondo l’Istituto Superiore di Sanità. Questo significa che Susanna aveva appuntamento con la morte proprio a Cracovia.

Ricorda un amico di Susanna: “Nel viaggio di ritorno da Vienna ho trovato consolazione nel Vangelo di Marta e Maria, che più volte avevamo sentito nelle catechesi di Cracovia. In particolare c’è una frase: “Lei ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta”; perché Susanna, come Maria, non amava affannarsi o spendersi più del necessario, evitando così il rischio di mettersi al centro dell’attenzione alla ricerca di elogi”.

Don Pino, il sacerdote che aveva accompagnato Susanna e gli altri ragazzi alla GMG, interviene al funerale dicendo: “Non avrei detto niente, ma per i ragazzi e Susanna sono qui. Davanti ai miei occhi vedo Susanna con il suo sorriso e con quella mano che saluta. Susanna, Angelo nostro, vorrei oggi ringraziarti per la testimonianza di vita che ci hai dato in questi pochi anni della tua vita. Vorrei ringraziare Dio per aver scelto me, e questo gruppo di cinquantadue ragazzi, due sacerdoti e una suora come compagni di viaggio, nel tuo ultimo tratto terreno, nella forma del pellegrino. Aspettavi la GMG da circa un anno, per seguire il tuo “papa preferito”, Francesco, il papa che amavi, e seguirlo insieme ai tuoi compagni nella fede. Susanna, tu sei l’angelo solare, l’angelo sorridente e silenzioso, ironico e sensibile, responsabile e sempre attenta all’altro, ragazza acqua e sapone, casa e chiesa, il sogno di tanti genitori. Amavi tanto la tua famiglia, amavi stare in parrocchia per servire, per stare con i bambini dell’oratorio. Mi dicevi che volevi testimoniare Gesù Cristo, perché tu, Susanna, ci credevi veramente, credevi nell’amore, nell’amore fraterno, a me sembravi una ragazza d’altri tempi. In questi giorni, il mio spirito si sta interrogando, i miei occhi sono rivolti al cielo, e penso a te che come una freccia sei passata dal “Campus della Misericordia” alla “Porta dell’eternità”; in questo tratto hai scelto noi e sappi che nei nostri cuori c’è una pace e una serenità che ci viene donata da Gesù Cristo. Sii sempre per noi la stellina sorridente, l’angelo posto nel cuore di Dio. Tu avevi capito che la vita non era un eterno vagare senza meta ma una freccia lanciata verso l’eternità… e come una freccia te ne sei andata trapassando il nostro cuore debole”.

Il padre di Susanna la ricorda così: “A parte l’iscrizione alla scuola guida, lei non ha lasciato niente in sospeso, né con noi, né con i suoi amici, né con i suoi doveri, né con i suoi impegni, compreso il suo tanto atteso pellegrinaggio, che ha portato a conclusione prima di addormentarsi nel pullman sulla strada del ritorno praticamente senza più svegliarsi. Certo, aveva davanti a sé tutta una vita, ma è vero pure che i diciotto anni, quasi diciannove, che ha vissuto lasciano un’impressione di compiutezza”.

Susanna riposa in tenuta da pellegrina: la maglietta della GMG e i pantaloncini macchiati del verde dell’erba di Cracovia. Tra le mani tiene il braccialetto giallo della GMG con su scritto JESUS, I TRUST IN YOU. Sulla sua tomba non ci sono solo fiori, ma anche tanti sassolini, lasciati dai suoi amici della GMG che sono tornati a casa senza di lei, ricordando quanto lei stessa, durante una visita al cimitero della sinagoga di Cracovia quattro giorni prima di morire, avesse apprezzato l’usanza ebraica di lasciare sassi sulle tombe.

(testi tratti dal libro L’alleluja di Susanna)

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Guarda la puntata di Bel tempo si spera sulla storia di Susanna.

ANDREA MANDELLI: LA MALATTIA COME STRADA VERSO LA SANTITÀ

Questa santità a cui il Signore ti chiama andrà crescendo mediante piccoli gesti. […] A volte la vita presenta sfide più grandi e attraverso queste il Signore ci invita a nuove conversioni che permettono alla sua grazia di manifestarsi meglio nella nostra esistenza «allo scopo di farci partecipi della sua santità» (Eb 12,10). Altre volte si tratta soltanto di trovare un modo più perfetto di vivere quello che già facciamo […].

(Papa Francesco, GE 16-17)

 
Andrea Mandelli nasce a Lucca il 3 febbraio 1971.

Quarto di sette fratelli, vive con la famiglia a Brugherio dove partecipa alla vita della parrocchia e del movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione, senza costrizione ma per un suo naturale interesse.

Andrea è un ragazzo tranquillo, positivo, sempre disponibile, con una grande passione per la vita che si manifesta nel suo interessarsi a tutto e nel suo giocarsi fino in fondo. Ama molto la montagna, dove si reca spesso con i fratelli e il padre o con il gruppo della parrocchia per passarvi le vacanze invernali ed estive.

Andrea riesce bene in tutto, tranne che nello studio. A scuola, infatti, fatica ad avere risultati brillanti, un po’ per pigrizia, un po’ perché ritiene che studiare sia un’attività non conforme ai suoi desideri. Nonostante ciò, è molto stimato dai suoi compagni e anche dai suoi professori. Si fa promotore, insieme ad altri studenti, del carisma di Comunione e Liberazione all’interno dell’ambiente scolastico: è sempre il primo quando si tratta di organizzare incontri e/o momenti di preghiera per i giovani studenti di CL.

Durante la sua giovinezza, Andrea instaura molte amicizie. Una sua amica ricorda: “Era bello stare con lui, era sempre una gioia perché per lui tutto era un dono e mai una fatica. […] Ci divertivamo tanto perché era tutto importante. Era tutto giudicato da quel suo grande desiderio di Mistero e di rapporto con l’Infinito”.

In terza liceo, Andrea si traferisce all’Istituto Sacro Cuore di Milano. È un cambio radicale: aiutato dal rettore e dai suoi professori, in lui rifiorisce il gusto per lo studio, che diventa così una parte importante della sua vita. Nello stesso tempo, si fa strada la malattia che insorge con un dolore al calcagno e che, in breve tempo, si mostra come un tumore osseo molto grave.

Andrea viene ricoverato. All’amica Marina che va a trovarlo dice: “Marina, abbiamo poco tempo, non sprechiamo il tempo che abbiamo!”.

Andrea continua a vivere tutto con la stessa intensità di prima. Il suo modo di vivere la malattia colpisce tanti: familiari, compagni, amici, professori, conoscenti. Racconta la madre: “Quando ha cominciato a non star bene, ad aver male al piede, e si è man mano chiarita la malattia, c’è stato un movimento di cuori che ha dell’incredibile. Lui ha incontrato la presenza di Dio in volti di persone che gli volevano bene. Erano gli adulti che lo seguivano a scuola, i suoi compagni, i suoi vecchi amici, i medici che si sono prodigati in mille modi per aiutarlo, i fratelli e noi, con cui è nato un rapporto nuovo e più vero: Andrea ha proprio incontrato il Signore. Si sentiva dentro a quell’amicizia grande che lo sosteneva”. Anche la sorella di Andrea, Marta, ricorda: “Paradossalmente il periodo della sua malattia è stato di una intensità pazzesca e di grazia. Tra di noi in famiglia tutto ruotava intorno a questo fatto, ma il babbo e la mamma non ci hanno mai trasmesso di vivere questo come una cappa che fosse venuta a soffocare la nostra vita. Era una circostanza data che ha portato una fioritura di rapporti, di amicizia, di occasioni, di bellezza, di profondità”.

Con coraggio Andrea decide di seguire il Signore per questa strada, affrontando con serenità ciò che quotidianamente Dio gli chiede. Sua madre ricorda ancora: “Andrea diceva che l’unica cosa che vale è il momento, è lì che vivi la grandezza del tuo cuore. Ciò che il Signore ti dà da vivere, che è bene per te, è nel presente, non nel progetto futuro. Non è fare cose straordinarie, ma fare ogni piccola cosa dicendo quell’“accada di me” che diceva la Madonna. Ai suoi amici voleva dire che se a lui era chiesto quel cammino, a loro sarebbe stato chiesto altro, ad esempio studiare. Andrea accettava il suo, senza fare niente di straordinario, perché fosse chiaro che sia che mangiate sia che beviate sia che siate in un letto la vostra vita è per Cristo, è perché cresca la presenza del Signore, perché sia chiara la ragione tra noi. Questa ragione è proprio ciò che ci lega e muove: nostro Signore. Anche il modo diverso di guardare i suoi amici come le persone che aveva intorno in ospedale è maturato in Andrea in ultimo, quando il suo “sì” detto al Signore è stato più consapevole. Allora poteva godere delle piccole cose, come il mangiare la pizza insieme a qualche altro ragazzo in reparto o giocare con i bambini. Piccolissime cose che avevano dentro l’infinito”.

Andrea non ha paura, è felice di fare la volontà del Padre. Così dice all’amica Paola: “Paola, è così semplice fare la Sua volontà, basta seguirlo”. Riconosce sempre più la presenza del Signore nella sua vita: “Il cambiamento non è diventar buoni ma è la Sua Presenza. Beato, non più infelice, perché puoi dire tu a Cristo. Chiedo al Signore di prendermi finché ho questa certezza. […] La preghiera è riconoscere una Presenza. La memoria è ciò che mi permette di vivere una Presenza”.

Durante un incontro con i cresimandi della parrocchia, Andrea porta la sua testimonianza: “Ho tanti progetti ma mi rendo conto che il Signore ne ha altri su di me; l’importante è dargli credito. Il Signore, presente dentro la compagnia dei miei amici, mi sta cambiando la vita. Lo Spirito Santo non è l’accadere di un “miracolo” ma per me è stato restare legato ad una compagnia con dei volti precisi. Questo dà significato nuovo al dolore, alla fatica, alla malattia… Vi prego, date credito al fatto che Cristo cambia la vita! Chi resta dentro, anche se ha capito pochissimo, impara e cresce moltissimo. Io sono molto aiutato dagli amici che ho incontrato, soprattutto a partire dalla Cresima: magari è un’amicizia con gente semplice, magari antipatica, ma che mi aiuta ogni giorno a fare memoria del Fatto incontrato”.

È durante il tempo della malattia che Andrea esprime con chiarezza il suo grande desiderio: “Voglio diventare santo”. In lui esplode la vita: con entusiasmo e voglia di fare, non si tira indietro da nulla. Ricorda una sua amica: “Andrea non tagliava mai via niente della vita: era tutto molto chiaro ed esplicito. La malattia non era un impedimento, ma un’occasione per andare più in fondo nell’esperienza cristiana. Ripeteva costantemente questo suo grande desiderio di diventare santo. Mi è rimasta nel cuore la consapevolezza con cui lo esprimeva ed è riemersa in me come domanda tante volte. È come se Andrea volesse “prendere tutto”. Un giorno, uscendo da scuola, mi aveva raccontato che lui prima di ammalarsi aveva chiesto al Signore di fargli vivere tutte le cose con radicalità ed essere felice. Poi è arrivata la malattia, che considerava una risposta al suo grande desiderio che aveva posto nelle mani del Signore”.

Andrea capisce che la malattia è il luogo in cui poter amare Cristo. Ai suoi professori dice: “Voi mi volete bene, ma avete un po’ pietà di me, come si ha per uno che è malato. Invece io attraverso la mia malattia ho incontrato Gesù. Quindi sono la persona più felice che c’è. Io sono la persona più felice del mondo”. Attraverso la malattia, Andrea approfondisce il suo desiderio di una vita totale per Cristo. All’amica Marina dice: “Mari, la vita può essere lunga o breve, ma tutta la vita vale per l’istante in cui abbiamo incontrato Cristo”. E all’amica Silvia dice: “Vedi, Silvia, io da questa malattia ho imparato l’obbedienza a Gesù, perché non posso decidere quello che faccio nel giro di un’ora. Perché se mi viene la febbre non posso fare quello che avevo deciso. E così ho imparato ad obbedire a Gesù in ogni momento”.

Durante le terapie, seppur debilitato, Andrea non rinuncia alla sua vita attiva di sempre: con i suoi amici e compagni di Gioventù Studentesca si rende disponibile per diverse opere di volontariato. Ricorda un suo amico: “Rispetto alla fatica c’era una gioia in Andrea che derivava dalla consapevolezza chiara che ogni istante può essere un incontro con Cristo”. Per Andrea vivere l’istante è vivere pienamente, senza lasciarsi sfuggire nulla: “La differenza sta non in ciò che fai, ma in “come sei” in ciò che fai”.

Ai suoi amici, Andrea trasmette l’entusiasmo della vita e spesso ripete: “Ciò che accade nella vita è la cosa giusta per ciascuno, per poter crescere. E non c’è da chiedere altro”.

La malattia avanza. Nel settembre 1990, prima dell’inizio della scuola, Andrea scrive una lettera ai suoi compagni: “Carissimi, a cosa serve la vita se non per essere data? Io adesso sono a completa disposizione. Non devo più decidere. Chiedere al Signore la forza di sopportare ancora un po’ di fatica, questo sì e lo chiedo e devo chiedere tutti gli istanti. Ma a questo punto è tutto nelle Sue mani. Forse per i dolori che oramai si fanno insistenti, mi sembra che si sia arrivati ad un momento decisivo, se non alla fine. Anch’io voglio essere pronto in ogni istante. […] Voglio concludere ogni cosa per poter non far altro che aspettare”.

Il mese seguente, il 6 ottobre, consapevole del poco tempo che gli rimane, Andrea scrive quest’altra lettera: “Quel che conta accade. L’unica cosa che conta è il momento. È in forza di una unità che si può stare da soli. Sembra che io stia facendo qualcosa di straordinario, di eccezionale o di eroico. Invece non è vero. Perché se Dio mi dona qualcosa che ci risveglia è perché sia chiara la ragione fra noi. Se Dio ci dà questo è perché la nostra vita sia totale. Bisogna dire un SI a Cristo che sia totale. La pienezza della vita sta nella verginità e nella morte. Ne sono gli atti supremi”.

Negli ultimi giorni di vita Andrea ripete spesso: “Il senso della vita è uno solo: è Cristo. E Cristo vince”.

Andrea muore la notte del 29 novembre 1990, vigilia della festa di sant’Andrea, pronunciando queste parole: “OK, va bene, andiamo!”.

Appena Andrea muore, la madre invita i presenti a recitare l’Angelus. È lei che consola gli amici di Andrea: “Non dovete piangere, perché in questo momento lui sta abbracciando Cristo, abbiamo consegnato Andrea tutti insieme tra le braccia di Cristo”.

(testi tratti dal libro Ti regalo la mia molla. La vita di Andrea Mandelli)

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Guarda la puntata di Bel tempo si spera sulla storia di Andrea.