Parola di Dio

“La parola di Dio è viva, efficace […] discerne i sentimenti e i pensieri del cuore.” (Eb 4, 12)

Lasciati interrogare dalla Parola di Dio: leggila, ascoltala, meditala, seguila. 


Egli credette contro ogni speranza

Egli credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli. (Rm 4,18)

 

Credere contro ogni speranza.

Davvero è possibile riuscire a vivere tutto questo? O sono solo belle parole?

Proviamo a scoprirlo insieme!

 

Partiamo da un presupposto fondamentale che ci viene donato da papa Benedetto XVI:

Ogni agire serio e retto dell’uomo è speranza in atto.

Cosa significa questo? Che ogni nostro gesto può essere seme di speranza, per la mia vita e quella degli altri. Ma non solo! Tutto ciò che noi possiamo compiere è frutto di una forza intrinseca, di un dono che ci è stato fatto con il Battesimo: la speranza, appunto. Se dentro di noi non abitasse la speranza, non potremmo fare tantissime cose, anche quelle più semplici e quotidiane (come alzarci, uscire di casa, studiare, lavorare, incontrare persone, instaurare relazioni, …).

Sembra una banalità, ma a volte ci dimentichiamo quanto siano preziose le “banalità” della nostra vita!

Papa Ratzinger però fa un passo in avanti e ci dice che:

l’impegno quotidiano […] ci stanca o si muta in fanatismo, se non ci illumina la luce di quella grande speranza che non può essere distrutta neppure da insuccessi nel piccolo e dal fallimento in vicende di portata storica.

È importante sapere: io posso sempre ancora sperare, anche se per la mia vita o per il momento storico che sto vivendo apparentemente non ho più niente da sperare. Solo la grande speranza-certezza che, nonostante tutti i fallimenti, la mia vita personale e la storia nel suo insieme sono custodite nel potere indistruttibile dell’Amore […], può dare ancora il coraggio di operare e di proseguire.

 

Tra i tanti personaggi che la Bibbia ci fa incontrare e conoscere, Abramo è forse quello che più di tutti rende tangibile questa capacità di sperare… ciò che sembra impossibile.

In Genesi 4, incontriamo Abram che sceglie di fidarsi di Dio, della sua promessa e di lasciare la sua casa, la sua terra, le sue relazioni. In altre parole, Abram decide di accogliere un modo di pensare diverso dal suo; è un tuffo nel vuoto, nel buio! Ma la speranza è proprio questo: è il coraggio di entrare nel buio per scoprire che lì dentro c’è una luce che ci attende per condurci su una strada nuova, inesplorata.

Stiamo attenti però! Il cammino della speranza non è mai un cammino semplice, privo di difficoltà!

Arriva sempre un momento in cui la fatica si fa sentire e lo scoraggiamento fa la voce grossa. Cosa si può fare allora in questi momenti? Dire “Non ti preoccupare, andrà tutto bene!” o “Fidati e Dio ti premierà” sono risposte alquanto superficiali. E la speranza non è mai qualcosa di superficiale! Al contrario, è la capacità di leggere la realtà con sguardo profondo e vedere la presenza di un Dio buono e provvidente che non ci lascia mai soli.

Ecco allora perché nel capitolo 15 di Genesi, troviamo Abram che si lamenta con Dio: sperare significa fidarsi così tanto di Dio da non temere di consegnare i nostri dubbi e domande. Ancor più, Abram grida, chiedendo aiuto a Colui che gli aveva promesso una discendenza e che sembra improvvisamente essersi fatto assente.

La risposta non tarda ad arrivare:

“Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle” e soggiunse: “Tale sarà la tua discendenza” (Gen 15, 5)

 

La scena si svolge di notte, fuori è buio, ma anche nel cuore di Abramo c’è il buio della delusione, dello scoraggiamento, della difficoltà nel continuare a sperare in qualcosa di impossibile. […]

E quel segno che Dio dona ad Abramo è una richiesta di continuare a credere e a sperare: «Guarda in cielo e conta le stelle […] Tale sarà la tua discendenza» (Gen 15,5). È ancora una promessa, è ancora qualcosa da aspettare per il futuro. Dio porta fuori Abramo dalla tenda, in realtà dalle sue visioni ristrette, e gli mostra le stelle. Per credere, è necessario saper vedere con gli occhi della fede; sono solo stelle, che tutti possono vedere, ma per Abramo devono diventare il segno della fedeltà di Dio.

È questa la fede, questo il cammino della speranza che ognuno di noi deve percorrere.

Papa Francesco

 

 

Alziamo dunque lo sguardo per guardare stelle. Sono lì, alla portata di tutti. Ma solo se ci poniamo in ascolto della voce di Dio Padre ne sapremo cogliere tutta la bellezza e il senso più profondo che custodiscono: essere segno semplice e umile di una Speranza che ci permette di camminare nella notte. Sapremo allora anche farci prossimi a chi quella luce non riesce a vederla perché ha gli occhi ancora rivolti alle cose della terra.

 

Sia questo il nostro cammino di conversione in questo tempo di Quaresima!

Prorompete insieme in canti di gioia

Il primo personaggio a parlarci di speranza è il profeta Isaia, il cui libro è presente nell’Antico Testamento e si può suddividere in tre parti, corrispondenti a diversi momenti della storia del popolo d’Israele: l’allontanamento del popolo dalla sua fede in Dio; il periodo del lungo esilio in Babilonia; il ritorno a Gerusalemme e la ricostruzione del tempio.

Soffermiamoci su un brano del capitolo 52 del libro di Isaia. L’invito che qui viene rivolto a Gerusalemme è a svegliarsi, a scuotersi di dosso polvere e catene e indossare le vesti più belle. Perché? Perché il Signore è venuto a liberare il suo popolo!

 

L’esilio in Babilonia è finalmente terminato e ora, il piccolo resto del popolo può finalmente tornare a proclamare le meraviglie compiute da Dio.

Come sono belli sui monti
i piedi del messaggero che annuncia la pace,
del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza,
che dice a Sion: «Regna il tuo Dio».
[…]
Prorompete insieme in canti di gioia,
rovine di Gerusalemme
perché il Signore ha consolato il suo popolo,
ha riscattato Gerusalemme.
Il Signore ha snudato il suo santo braccio
davanti a tutte le nazioni;
tutti i confini della terra vedranno
la salvezza del nostro Dio

(Is 52,7.9-10)

In altre parole, l’annuncio che risuona è la fine della solitudine dell’uomo e la certezza che la sua vita è guidata e custodita da Dio Padre.

Ma se volessimo andare ancora più in profondità, potremmo dire che la speranza è la certezza di essere amati e custoditi anche (e soprattutto) in una situazione di solitudine, di fatica, di sofferenza, di incertezza. Il male non ha e non avrà mai l’ultima parola:

La disperazione è vinta perché Dio è tra noi.

papa Francesco

 

Come è possibile tutto questo? Come riuscire a far entrare la speranza nelle pieghe del nostro quotidiano? …proprio lì dove ci sembra che non ci siano vie d’uscita?

Per poter rispondere a questi interrogativi dovremmo recuperare il significato più profondo della speranza:

Quando tutto sembra finito, quando, di fronte a tante realtà negative, la fede si fa faticosa e viene la tentazione di dire che niente più ha senso, ecco invece la bella notizia portata da quei piedi veloci: Dio sta venendo a realizzare qualcosa di nuovo, a instaurare un regno di pace; Dio ha “snudato il suo braccio” e viene a portare libertà e consolazione.

papa Francesco

 

 

Cosa dice allora a noi oggi il profeta Isaia? …che anche noi dobbiamo forse risvegliarci da quel torpore che abita le nostre vite e le nostre relazioni; che siamo chiamati a non lasciarci contagiare dallo scoraggiamento per le cose che non vanno o per un futuro incerto, perché la storia (ogni storia, personale e dell’umanità) appartiene a un Dio, che è Padre buono e tenero.

Il profeta Isaia ci ricorda che se anche dovessimo toccare le profondità del peccato, Dio non ha paura di venirci a riprendere, per ridonarci vita in pienezza!

Allora davvero potremo diventare uomini e donne di speranza, capace di portare luce e speranza in questo mondo, nelle nostre realtà, nelle nostre relazioni, nella nostra vita.

 

[…] dobbiamo anche noi correre come il messaggero sui monti, perché il mondo non può aspettare, l’umanità ha fame e sete di giustizia, di verità, di pace.

papa Francesco

 

Ci lasciamo oggi con una testimonianza di una giovane di 28 anni, che nella sua vita ha imparato a custodire una speranza forte, radicata in Dio, capace di trovare spazi di pace, di libertà, di amore immenso per la vita proprio quando tutto intorno a lei sembrava dire il contrario.

 

 

Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore […] Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra.

Etty Hillesum

In Te Domine Speravi!

Un nuovo anno è iniziato. Un anno speciale, un anno che avrà tutto il sapore della meraviglia, della novità, della … SPERANZA!

È questa la parola-chiave che ci accompagnerà in questo 2025. Sì, perché il motto scelto da papa Francesco per questo Anno Giubilare è “Pellegrini di speranza”:

Dobbiamo tenere accesa la fiaccola della speranza che ci è stata donata, e fare di tutto perché ognuno riacquisti la forza e la certezza di guardare al futuro con animo aperto, cuore fiducioso e mente lungimirante.

Lettera di papa Francesco

 

In un mondo abitato da guerre, sopraffazioni, rivalità, chiusure, insicurezze, questa parola suona forte come richiamo ad alzare lo sguardo e ad avere il coraggio di testimoniare una possibilità altra.

Guardare al futuro con speranza (spiega papa Francesco) equivale anche ad avere una visione della vita carica di entusiasmo da trasmettere. […] tutti, in realtà, hanno bisogno di recuperare la gioia di vivere, perché l’essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio, non può accontentarsi di sopravvivere o vivacchiare, di adeguarsi al presente lasciandosi soddisfare da realtà soltanto materiali. Ciò rinchiude nell’individualismo e corrode la speranza, generando una tristezza che si annida nel cuore, rendendo acidi e insofferenti.

Papa Francesco – SPES NON CONFUNDIT

 

Proprio partendo da questo richiamo vogliamo camminare quest’anno, guidati dalla Parola di Dio, su strade di speranza. Ci lasceremo incontrare da alcuni personaggi che hanno saputo vivere, seminare o annunciare la speranza proprio lì dove sembrava non esserci una via d’uscita.

Quante volte anche noi costelliamo il nostro quotidiano con frasi come: “Non cambierà mai niente!” “…tanto ormai cosa vuoi che faccia?!” “Che ci vuoi fare? Questa è la vita!”.

Eppure la Parola di Dio ha la forza di risvegliarci da questo pessimismo, da queste lamentazioni croniche per invitarci a ricentrare la nostra vita nell’unica Fonte capace di ridonare vitalità, entusiasmo, coraggio:

Sei tu, mio Signore, la mia speranza,
la mia fiducia, Signore, fin dalla mia giovinezza. (
Sl 71, 5)

 

Tu ritorna al tuo Dio,
osserva la bontà e la giustizia
e poni sempre nel tuo Dio la tua speranza. (
Os 12, 7)

 

Il Dio della speranza vi riempia, nel credere, di ogni gioia e pace, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo. (Rm 15, 13)

 

Lasciamoci attirare dalla speranza e permettiamole di invadere la nostra vita fino a diventare una forza contagiosa per quanti ci vivono accanto.

 

Buon inizio di questo cammino a tutti, nella certezza che Dio aprirà nuove vie di bene nella vita di ciascuno: allora anche noi sapremo cogliere il senso più profondo di una frase tanto cara a Madre Chiara “In Te Domine Speravi!”

 

 

Qui sotto puoi trovare il link per comprendere meglio il significato e il senso del Giubileo:

https://www.iubilaeum2025.va/it/giubileo-2025/segni-del-giubileo.html

LA PORTA

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».

Lc 1, 26-28

Eccoci all’incontro con la Parola di Dio. Una Parola che oggi, in questo giorno di festa grande per tutta la Chiesa, ci pone sulle soglie di un’umile casa di Nazareth: la casa di Maria. Oggi la celebriamo come la Tutta Bella, la Piena di Grazia. E’ il dono che Dio ha voluto fare all’umanità per permettere a una semplice e giovane ragazza di poter dire il suo sì al sogno di Dio, nella più completa libertà. Dio ha voluto fare (anzi, ri-fare) Alleanza con l’uomo; ma ha desiderato che quest’Alleanza non fosse qualcosa di imposto, di calato dall’alto, ma che divenisse segno del desiderio più intimo dell’umanità.

Eccoci allora di fronte ad una porta.

La porta di casa non è solo un oggetto. La porta tante volte può diventare quello spazio di decisione se porre un limite o creare una possibilità.

Possibilità di un tempo di intimità, di silenzio, di solitudine. Gesù stesso, nel Vangelo di Matteo,  ci insegna un modo per vivere la bellezza dell’intimità nel dialogo con la Parola di Dio:

Quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto. (Mt 6,6)

 

Possibilità si vivere con trepidazione l’attesa di un incontro: davanti a una porta quanti pensieri abitano la nostra mente! Sogni, desideri, parole da dire e volti da incontrare.

Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. (Ap 3, 20)

 

Davanti alla porta di una casa di Nazareth è avvenuto l’evento che ha cambiato per sempre la storia di ogni uomo… che ha cambiato per sempre la mia e la tua vita!

La porta di quella casa è diventata testimone di un incontro tra una semplice ragazza e l’arcangelo Gabriele. Le parole dell’angelo devono aver stupito non poco Maria: “Rallegrati!” … “il Signore è con te” … “Non temere!” … “concepirai un figlio … lo chiamerai Gesù”. (cfr. Lc 1, 26-38)

Parole che hanno sì segnato la storia, ma che risuonano ancora oggi nella vita di ogni persona disposta ad accogliere l’annuncio sconvolgente del vero volto di Dio: Gesù, il “Dio che salva”.

è l’annuncio dell’amore di Dio che si fa Carne e che possiamo toccare, che ci raggiunge fino negli abissi più profondi delle nostre solitudini, che solo attende la nostra risposta, libera e attiva.

Sono queste le parole del Card. Pierbattista Pizzaballa (Patriarca Latino di Gerusalemme) che, parlando dell’esperienza della Vergine Maria, così continua:

A Dio che vuole salvare, corrisponde Maria che vuole diventare madre. Forse dimentichiamo anche questo. L’obbedienza di Maria non è passività. Siamo così abituati a parlare e contemplare il “sì” della Vergine, da pensare, a volte, che Ella si sia limitata ad accogliere la volontà di Dio, a diventarne una sorta di mera esecutrice. Maria, invece, entra nel disegno di Dio e lo fa proprio, lo condivide, lo “sposa”, come dimostra la visita a Elisabetta. Dopo l’annuncio dell’angelo, Ella si mette subito in viaggio, per rendersi conto di quanto l’angelo le ha annunciato, per prendere parte a quel disegno di salvezza, che è ora diventato anche suo, e al quale Ella parteciperà, nel modo che le è proprio e con i suoi tempi. Il “sì” di Maria, dunque, non va letto solo come l’accoglienza del disegno di Dio, ma come una positiva volontà, come una decisione di partecipare alla salvezza del mondo.

La porta della casa di Nazareth diventa allora il luogo dove si compie in Maria la scelta di rispondere al desiderio di Dio di salvare l’uomo, vivendo con coraggio il proprio desiderio di essere madre.

E le porte delle nostre case quale significato assumono? Attraversando quella porta quale messaggio di salvezza sono chiamato oggi a portare a chi vi abita? E uscendo, ho il coraggio di testimoniare la possibilità di una vita nuova, gioiosa, che si fa dono per gli altri?

Sempre il Card. Pizzaballa ci ricorda che

La fede, […] è forza di cambiamento. Come Francesco d’Assisi, questo mondo noi non vogliamo solo amarlo, noi vogliamo salvarlo. Per il Cristiano, amare vuol dire salvare, anche a costo della vita. Il cristiano non si rinchiude in una sorta di devozionismo sofisticato, non si spaventa delle divisioni, dei rifiuti, delle persecuzioni. La sua fede non viene meno a causa della presenza del male nel mondo. Al contrario, egli è costitutivamente aperto alla vita del mondo, vuole trasformarlo, e diventare costruttore attivo del Regno.

 

Anche Madre Chiara, nella costante ricerca della volontà di Dio, è stata costantemente animata da una grande passione per la vita. Passione che si è concretizzata in parole di conforto; in gesti di cura e di accoglienza; in scelte coraggiose che l’hanno portata a perdonare e a riporre solo in Dio la sua fiducia:

In te Domine speravi

Tu, Signore, sei la mia speranza e la mia fiducia.

Sulla porta della casa di Castelspina attendeva e accoglieva le sorelle, facendo gustare loro tutto il calore di una vera madre, che è capace di prendere per mano nei momenti di difficoltà, ma anche custodire da lontano il cammino lungo le strade della vita.

In questo tempo di attesa del Natale lasciamoci allora incontrare dagli sguardi materni della Vergine Maria e di Madre Chiara e affidiamo alla loro intercessione il nostro cammino, per gustare la sapienza di chi ha saputo tenere lo sguardo fisso sulla vera Porta che dona la salvezza: Gesù Cristo!

Buona Solennità dell’Immacolata Concezione di Maria e buon cammino a tutti!

 

 

Preghiera per te, giovane, che sei alla ricerca della volontà di Dio sulla tua vita

Signore, tu hai condotto Madre Chiara per le strade della vita,

trovando in lei una disponibilità piena a seguirti dovunque la chiamavi.

Aiuta anche me, tu che sei il maestro,

a seguirti lungo la strada che mi indichi.

Tu mi chiedi di imitarti, per raggiungere la mia pienezza.

Cosa farò? Come mi comporterò?

Solo tu sai la risposta, solo tu se la fonte.

Per intercessione di Madre Chiara, ti prego:

guidami dovunque mi vuoi e ti seguirò;

dammi la tua forza, e ti aiuterò;

illuminami e sarò luce;

liberami, e sarò cammino anche per altri.

Cuore al rovescio

Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: “Di che cosa stavate discutendo per la strada?”. Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”. E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”.

(Mc 9, 33-37)

 

Non ha un nome, non ha un volto, non ha un’età. Non sappiamo neppure se fosse lì per caso o se conoscesse bene Gesù. Eppure è proprio un bambino a svelare agli uomini di ogni tempo il segreto del cuore di Dio.

Eh sì, perché in questo brano del Vangelo noi non scopriamo cosa fanno o non fanno i bambini: leggendo e ascoltando questo racconto, noi impariamo come ama Dio! Il vero protagonista è il cuore.

Anzi! sono due cuori: quello dell’uomo e quello di Dio. Due cuori che si incontrano e si confrontano. Da una parte i discepoli, che percorrono tutto il tragitto parlando tra di loro su chi sia il migliore, il più bravo, il più grande. Dall’altra parte Gesù che, con pazienza, chiede di ritornare a ciò che davvero è essenziale: vivere custodendo un cuore e uno sguardo da bambino. Perché il più delle volte, affrontiamo la vita con un cuore appesantito, con uno sguardo incapace di vedere il bene, con il pensiero di chi ha smesso di sognare e si lascia fermare dall’apatia delle proprie sicurezze. Oppure il nostro sguardo è costantemente puntato sul futuro e su obiettivi e standard da raggiungere.

“Chi è il più grande tra noi?!” Questa domanda non appartiene solo ai discepoli, ma risuona forte nella nostra vita ogni volta che siamo chiamati a fare delle scelte o a confrontarci con la diversità di chi ci sta di fronte.

“Chi è il più grande tra noi?”….

“Chi riuscirà a ottenere il lavoro più prestigioso (anche a costo di mettere i propri sogni da parte)?”….

“Chi riuscirà a far prevalere il proprio pensiero, abbattendo ogni possibilità di dialogo?”…

 

Il cuore dell’uomo rischia spesso di dimenticarsi che dell’altro ci si può fidare e che pretendere di non sbagliare mai è solo un’illusione. Il cuore dell’uomo rischia di perdere tante energie nel controllare se stesso e gli altri, quando invece gli basterebbe diventare “casa accogliente” per gustare la gioia di essere spazio di fecondità. Il cuore dell’uomo molte volte crede alla più grande delle menzogne: pensare che la benevolenza degli altri sia qualcosa da guadagnare o (peggio) da comprare.

Gesù oggi viene a capovolgere le nostre logiche di grandezza: grande è chi si fa piccolo! Il cuore di Dio sa guardare oltre le apparenze; sa scrutare la profondità dell’uomo per vederne tutta la bellezza. Il cuore di Dio ci ricorda che, se davvero vogliamo essere “grandi”, dobbiamo riscoprire la spontaneità dei bambini, la fiducia nel prossimo e la capacità di vedere dentro un piccolo seme già un albero rigoglioso.

Diventare come bambini significa saper dire, con semplicità: “Non sono capace!”, senza pretendere di farcela da soli. Ritornare come bambini non significa farsi da parte o assumere comportamenti infantili e di dipendenza! Al contrario, Gesù ci vuole donne e uomini capaci di assumere con responsabilità le nostre scelte, sapendoci custoditi dallo sguardo del Padre che non ci lascia mai soli. Donne e uomini con cuori di bimbi, capaci di meravigliarsi per le piccole cose, capaci di ridere mentre ancora stanno piangendo, di perdonare e di chiedere scusa. Capaci di rifugiarsi dentro l’abbraccio di mamma e papà nei momenti di paura, tristezza, gioia, tranquillità, consapevoli che

 

[…] nell’abbandono confidente sta la vostra forza (Is 30, 15)

 

E questo ce lo insegna anche Madre Chiara: alla fine di questo mese di Settembre, in cui sono ricominciati impegni e attività, la sua preghiera risuona forte nelle nostre vite e ci chiama ad attraversare il quotidiano nella certezza di non essere soli, ma custoditi da un Padre buono e tenero.

In Te Domine speravi!

…vale a dire: voglio imparare a riscoprire il mio cuore di bambino, capace di lasciarsi prendere per mano e condurre su strade inaspettate, con quella meraviglia che fa brillare gli occhi e aprire il nostro cuore alla consapevolezza che…

Dio sa quello che fa!

PIEDI STANCHI E SGUARDO CHE CURA

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’».

(Mc 6, 30-31)

 

Eccoci qui, nel bel mezzo dell’estate. E come i discepoli, anche noi forse ci siamo arrivati carichi di tante esperienze belle o faticose, vissute nel corso di questo anno; di cambiamenti e di novità; di relazioni lasciate o scoperte. Insomma, anche noi arriviamo con gli occhi carichi di una storia intessuta e i piedi impolverati per il cammino fatto.

Nel Vangelo di Marco i Dodici apostoli sono appena tornati dalla missione: erano partiti due a due, avevano proclamato alle genti la conversione, avevano scacciato demòni e guarito molti infermi. Avevano vissuto successi e fallimenti, ma avevano sicuramente potuto contemplare la potenza di un Dio che si fa vicino e che salva.

Chissà come brillavano i loro occhi mentre raccontavano tutte queste cose a Gesù. E chissà come doveva risplendere il sorriso sul volto del Signore nell’accogliere l’entusiasmo che li abitava!

Eppure lo sguardo di Gesù non si ferma lì ma va in profondità e cerca di riportare i suoi discepoli a ciò di cui hanno davvero bisogno: ritornare al cuore di Dio! Tutto quello che hanno vissuto non può rimanere sospeso in qualche racconto euforico, ricco sì di passione ed entusiasmo, ma incapace di scrutare l’opera di Dio nella storia dell’uomo. Quello che Gesù chiede ai suoi amici è quello di riporre le loro esperienze, il loro cammino, le loro fatiche, i loro desideri nelle mani del Padre, affinché possa essere Lui a prendersene cura e possa intessere trame di novità nelle loro vite.

Anche a noi oggi Gesù ripete: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’».

Vale a dire: fermati! Prenditi un tempo per te; un tempo per recuperare la tua relazione con Dio; per affidargli i tuoi vissuti, i tuoi dubbi, le tue paure, i tuoi sogni.

Attenzione però a vivere bene questo tempo perché c’è un rischio:

Riposarsi davvero non è semplice […]. La società odierna è assetata di divertimenti e vacanze. L’industria della distrazione è assai fiorente e la pubblicità disegna il mondo ideale come un grande parco giochi dove tutti si divertono. […] Ma questa mentalità fa scivolare verso l’insoddisfazione di un’esistenza anestetizzata dal divertimento che non è riposo, ma alienazione e fuga dalla realtà. L’uomo non si è mai riposato tanto come oggi, eppure l’uomo non ha mai sperimentato tanto vuoto come oggi! Le possibilità di divertirsi, di andare fuori, le crociere, i viaggi, tante cose non ti danno la pienezza del cuore. Anzi: non ti danno il riposo.

(papa Francesco, 5 settembre 2018)

 

Come vivere allora questo tempo di riposo?

Contemplando e ringraziando Dio per tutto quello che abbiamo potuto vivere; provando a guardare alla nostra vita con lo stesso sguardo di cura e di benevolenza che ha Dio su di noi e ringraziandolo per il dono stesso della vita, per la sua misericordia, per i doni ricevuti, per la sua presenza silenziosa e discreta nei momenti difficili.

Accogliamo allora l’invito del Signore e troviamoci spazi di silenzio, di preghiera. Cerchiamo, nell’ordinarietà del quotidiano, spiragli di meraviglia e di gratitudine. Prendiamoci il tempo per andare a trovare qualche persona cara. Riscopriamo la bellezza dell’abbraccio misericordioso del Padre nel sacramento della Riconciliazione e il gusto di un Amore che si fa Eucarestia.

Scopriremo che sarà più facile riprendere il cammino e che vale sempre la pena di…

Fermarsi per ascoltare, scoprirti a pregareLasciarti baciare, alzarsi, alzarsi e perdonare o rimediare

perché…

… c’è sempre un buon motivo per vivere!

(The Sun – Un buon motivo per vivere)

 

 

Qui sotto puoi trovare il link della canzone dei The Sun “Un buon motivo per vivere”. Buon ascolto!

LA RETE E IL CAVALLO

Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: “La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”. Risposero: “Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. Disse loro: “Ma voi, chi dite che io sia?”.

Mt 16, 13-15

 

Ci siamo lasciati nel mese di aprile con il profumo del nardo che ci ha parlato di un amore donato, un amore “sprecato”, un amore… risorto!

E proprio a partire dall’evento della Resurrezione incontriamo due oggetti che sembrano non c’entrare niente, ma che forse hanno molto da raccontarci: una rete e un cavallo. 

La rete. Chissà quante volte era stata calata in mare. E chissà quanti pesci aveva tirato su a galla! Ormai conosceva bene le mani del suo padrone: un certo Simone, che ormai da un po’ di tempo tutti chiamavano Pietro. L’ultima grande pesca che aveva compiuto risaliva a tre anni prima. Ed era stata una pesca straordinaria… miracolosa! Poi più niente. Pietro aveva scelto di lasciare tutto per seguire Gesù e quella rete non gli sarebbe sicuramente servita.

Poi un giorno Pietro era ritornato a compiere quello che gli riusciva bene: il pescatore. La rete poteva essere di nuovo gettata in acqua. Per tutta la notte però aveva ondeggiato nelle acque del mare di Tiberìade, senza incrociare niente. Era rimasta desolatamente vuota. Ad un tratto una voce cambiò tutto: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete!”. Ecco una nuova immersione in quelle stesse acque. Questa volta però di pesci ne aveva presi. Tanti… troppi! Quasi da strapparla.

Una volta adagiata sulla riva, la rete aveva assistito a una particolare conversazione: “Mi ami tu?”

Gesù non stava accusando Pietro per il suo rinnegamento. Ma non stava nemmeno facendo finta che non fosse successo niente. Gesù semplicemente stava scavando nelle profondità dello sguardo di Pietro per fargli ritrovare quell’entusiasmo dimenticato; per riaccendere quel fuoco che lo avrebbe portato a testimoniare la verità di Dio fino a Roma; per fargli sperimentare ancora una volta la forza e l’ostinazione dell’Amore del Padre.

 

Dal mare alla terra. E più precisamente, a una strada che conduce a Damasco. E’ qui che la tradizione cristiana pone Saulo e la sua caduta da cavallo.

Il Cardinale Carlo Maria Martini, facendo riferimento a questa esperienza, scriveva:

Se domandassimo a Paolo che si prepara a subire il martirio, quale fatto sia stato determinante per la sua vita non c’è dubbio che ci risponderebbe: l’incontro di Damasco. Tutta la vita dell’Apostolo è segnata da quell’evento.

cfr. Card. Carlo M. Martini – Le confessioni di Paolo

 

Perché?!

Perché l’evento più rilevante della sua (…della mia!) vita dovrebbe essere una caduta, un fallimento?

Forse perché è proprio nel momento più basso della sua vita che Paolo riesce a zittirsi per mettersi in ascolto di una Parola “altra”. Lui, il più giusto, il più irreprensibile tra i farisei, cadendo a terra può permettere a Cristo di trovare casa nel suo cuore. Questo è l’agire di Dio: così come si è abbassato fino a terra facendosi bimbo per incontrare l’abbraccio degli uomini, allo stesso modo scende nelle profondità, nelle meschinità, nelle chiusure di ogni uomo per elevarlo a sé e trasfigurare così la sua vita.

E un Amore così grande non può che diventare l’evento più significativo della nostra vita!

 

La rete e il cavallo ci ricordano allora oggi che tutto questo non è prerogativa della vita di Pietro e Paolo, ma parla a ciascuno di noi: ogni giorno Cristo ci ridona fiducia, raggiungendo

quel punto che sta sotto le nostre debolezze, i nostri peccati, le nostre fragilità e che ci qualifica perché in esso ci scopriamo amati da Dio e aperti alla sua salvezza.

cfr. Card. Carlo M. Martini – Le confessioni di Pietro

 

Ci lasciamo allora con una provocazione di papa Francesco: il Signore può fare grandi cose per mezzo di noi quando non badiamo a difendere la nostra immagine, ma siamo trasparenti con Lui e con gli altri. Oggi il Signore ci interpella; e la sua domanda è la stessa che ha posto a Pietro e a Paolo:

Chi sono io per te?

 

Questa domanda ci scava dentro.

Pietro e Paolo ci insegnano però a far cadere le nostre maschere, a rinunciare alle mezze misure, alle scuse che ci rendono tiepidi e mediocri.

Solo così potremo sperimentare lo stupore di scoprire quanto amore Dio ha riversato nelle nostre vite!

Il Buon Profumo

Mentre era a tavola, giunse una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore. Ella ruppe il vaso di alabastro e versò il profumo sul suo capo. Ci furono alcuni, fra loro, che si indignarono: “Perché questo spreco di profumo? Si poteva venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri!”. Ed erano infuriati contro di lei. Allora Gesù disse: “Lasciatela stare; perché la infastidite? Ha compiuto un’azione buona verso di me. I poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avete me. Ella ha fatto ciò che era in suo potere, ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura. In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto”.

Mc 14, 3-9

 

Possiamo non ricordarci un evento, un volto, delle parole dette o ascoltate, …
Ma difficilmente ci dimentichiamo il profumo di un luogo o di una persona: subito alla mente riaffiorano emozioni, ricordi.
Se poi quel profumo è accompagnato da un gesto così eclatante come quello letto nel brano del Vangelo di Marco, sarà ancora più difficile perderne i dettagli, il significato, il ricordo!
E il profumo che ci viene presentato non è un profumo qualsiasi, ma “profumo di puro nardo, di grande valore”. Estremamente prezioso. Così come pregiato era il vaso di alabastro che lo conteneva.
Vaso frantumato e profumo sprecato: ecco i protagonisti del brano di questo Vangelo. Ecco le due immagini da cui vogliamo lasciarci provocare in questo tempo di Pasqua.
Scopriamo allora i doni di grazia custoditi dal racconto dell’evangelista Marco.

 

Mentre Gesù si trova a Betània, seduto alla tavola di Simone il lebbroso, ecco entrare una donna: non sappiamo chi sia (non ne conosciamo né il nome, né la storia). In mano porta un vaso prezioso, che non viene semplicemente aperto: viene rotto, viene reso inutilizzabile in futuro… viene SPRECATO!
Il gesto della donna ha la forza di attirare l’attenzione di tutti: commensali, discepoli, … l’attenzione di ciascuno di noi. Sì, anche noi: perché forse, in fondo, anche tu e io la pensiamo allo stesso modo: “Perché questo spreco?! Che bisogno c’era di rompere quel vasetto. Sarebbe bastato aprirlo. Perché frantumarlo?! …Perché rovesciare tutto quel profumo? …Perché scegliere di compiere quei gesti di cura e di tenerezza capaci solo di attirare critiche e giudizi da parte degli altri?!”

La risposta sta in un’altra domanda: “Non è che, per caso, questa donna ha capito meglio di tutti il modo di agire del Maestro?!”

In fin dei conti, tutta la vita di Gesù si è giocata sul significato più profondo dell’Amore: amare significa donare, perdere, sprecare, … Come ha fatto Lui, in quella “stanza al piano superiore” (Mc 14, 15), chinandosi a lavare i piedi dei suoi amici e spezzando per loro il Pane della Vita; o in quell’orto, circondato solo dalla compagnia degli Ulivi, tradito, rinnegato e abbandonato da chi gli aveva appena promesso di seguirlo fino alla fine (Mc 14, 32-52); o, ancora, su quella croce, insultato e sbeffeggiato da tutti (Mc 15, 29-33).
Eppure, proprio come quel nardo versato dalla donna, Gesù non ha mai smesso di effondere il Profumo buono di Dio. Il profumo di un Padre che ci continua ad amare, imperterrito. Nonostante tutto!

E allora ci piace immaginare che la fragranza di quel profumo abbia impregnato il legno di quella croce che ha spalancato le braccia del Figlio di Dio, e di quel sepolcro che ne ha accolto il corpo. Quel profumo, scaturito da un vaso spezzato, è diventato simbolo dell’Amore senza misura, dell’Amore che vince la morte. Dell’Amore fedele del Risorto che oggi chiede a noi di farci annunciatori gioiosi di Speranza:

La tomba di Gesù è aperta ed è vuota! […] Gesù Cristo è risorto, e solo Lui è capace di far rotolare le pietre che chiudono il cammino verso la vita. Anzi, Lui stesso, il Vivente, è la Via: la Via della vita, della pace, della riconciliazione, della fraternità. Lui ci apre il passaggio umanamente impossibile, perché solo Lui toglie il peccato del mondo e perdona i nostri peccati. E senza il perdono di Dio quella pietra non si toglie. Senza il perdono dei peccati non si esce dalle chiusure, dai pregiudizi, dai sospetti reciproci, dalle presunzioni che sempre assolvono sé stessi e accusano gli altri. Solo Cristo Risorto, donandoci il perdono dei peccati, apre la via per un mondo rinnovato.

(cfr. Messaggio Urbi et Orbi di papa Francesco, Domenica 31 marzo 2024)

 

 

Questa donna ci ricorda che noi siamo fatti per sogni grandi, per quell’Amore che punta all’Eternità.
Dove ci sono persone che fanno della propria vita un dono d’amore, si diffonde il profumo della vita!

Quale Parola di Vita Nuova e di speranza mi è stata donata in questa Pasqua?

Quale gesto d’amore scelgo di compiere oggi?

Quale profumo voglio spandere nei luoghi del mio quotidiano?

 

Ci lasciamo con un testo di don Luigi Verdi e con l’augurio di diventare ogni giorno di più vasi traboccanti del buon Profumo di Dio!

 

L’amore fa nascere gesti,
è un canto di note leggere,
amore di Maddalena
con le mani traboccanti
di dolcezza
unge di profumo ogni cosa
capelli dove dimorano
nuovi mondi,
piedi liberi di danzare sogni.

 

L’amore assolve,
comprende, piange
e rinasce dentro l’amore.
L’amore quando si impiglia
da qualche parte
aggiunge luce a luce
fino a salvare il non amore.

 

Cresce dove trova un po’ di acqua,
di terra e di luce,
porta sale alla bocca
e lacrime agli occhi,
fa sentire la tua piccola vita
salvata dal Suo sguardo.

Un deserto che attrae!

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e disse: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

Mc 1,12-15

 

 

Chiudi gli occhi e immagina un deserto. Facile, vero?

Ora però fai un altro piccolo sforzo e cambia prospettiva: perché il deserto che interessa noi è fatto di rocce. Non sabbia, dunque, ma pietre e rocce.

Il silenzio, quello sì che è facile da immaginare. Eppure il silenzio che ci offre il deserto non è solo quello acustico, ma è quel Silenzio che ci permette di vedere le cose da un altro punto di vista; è quel Silenzio che ci permette di farci attenti, vigili, e di scavare nelle profondità di noi stessi per ritrovare ciò che per noi è davvero “essenziale”.

E, a volte, questo fa paura!

Perché allora, come immagine del tempo forte che stiamo vivendo (il tempo della Quaresima), la Chiesa ci propone proprio il deserto?

Per metterci in guardia?! Vuoi andare scrupolosamente alla ricerca di tutti i nostri difetti, mancanze, fragilità e porvi rimedio rapido?!

NO!

Papa Francesco (nel suo Messaggio per la Quaresima) ci aiuta a pensare al deserto come

lo spazio in cui la nostra libertà può maturare in una personale decisione di non ricadere schiava.

Visto così, il deserto assume una forma diversa. Potrebbe diventare perfino… attraente!

Venire? La risposta la possiamo trovare nella Bibbia: tutto l’Antico Testamento è costellato di momenti, eventi, incontri, vissuti in quest’ambiente apparentemente sterile e ostile. Eppure lì, dove tutto sembra tacere, Dio si mostra in tutta la sua Tenerezza, portando consolazione, perdono, liberazione, incontro intimo.

E’ successo ad Agar ea suo figlio Ismaele, presi per mano e incoraggiati a scorgere una sorgente d’acqua per potersi dissetare e intraprendere passi di vita nuova (Genesi 21, 1-21); lo ha sperimentato il popolo di Israele che, in quarant’anni di cammino, si è fatto testimone della fedeltà e caparbietà di un Dio che, nonostante lamentele e ribellioni, non ha smesso di rinnovare il suo Amore e la sua Predilezione (Esodo 15, 1-21; Deuteronomio 4, 32-40; Salmo 136(135) ); ne ha fatto esperienza il profeta Elia quando, rintanato in una grotta, sperimenta la delicatezza di Dio celato in un sussurro di brezza leggera (1Re 19, 9-13).

E’ successo a Gesù di Nazareth, che nel deserto di Giuda vi ha trascorso quaranta giorni e quaranta notti, lottando contro la tentazione successo, del potere, della facile soddisfazione dei propri bisogni e desideri. Il Figlio di Dio lotta, sceglie di mettersi in discussione, per fare verità.

E noi? Siamo disposti a metterci in gioco per fare verità in noi stessi?

Per farlo però dobbiamo decidere di entrare in quel deserto, di scavare nelle profondità di noi stessi e ritrovare cos’è (o CHI!) è l’Essenziale della nostra vita. Scopriremo che così come la dura roccia del deserto custodisce sotto di sè la freschezza di un’acqua dissetante, allo stesso modo quegli spazi di silenzio e preghiera ricercati e vissuti, possono diventare luoghi di incontro intimo con l’Amato:

 

la attirerò a me,

la condurrò nel deserto

e parlerò al suo cuore (Os 2,16)

 

Dio è capace di far sgorgare acqua zampillante dalla roccia, di far rifiorire la vita partendo da ciò che a noi sembra solo terra sterile! Nel deserto, allora, può rifiorire la vita! 

Un mistico del XIV secolo (Richard Rolle) così si esprime:

L’Amato conduce la sua amata lontano dalla confusione della folla. Là, sola con lui solo, ella si siede nella pace.

Egli, rivestito di gioia, le dice ciò che più gli sta a cuore.

 

Inoltriamoci allora in questo tempo di Quaresima ricercando spazi di ascolto della Parola, di confronto con chi ci sta accompagnando, di gesti concreti di cura verso chi ha più bisogno, … sicuri di essere custoditi dal Padre .

 

Ci lasciamo con le parole di una sua ora Francescana Angelina molto cara a tutte noi: Madre Giulia Ceriani (Superiora Generale nel ventennio post-conciliare):

Scrolliamoci dalle spalle, dal cuore, da noi stesse la stanchezza, la sfiducia che si è creata in noi, attorno a noi e con animo pieno di speranza ricominciamo un cammino nuovo.

San Paolo ci dice che è il tempo opportuno, quello che viviamo e da poco iniziato. E’ tempo di conversione. Certo la conversione non è così facile come dirlo, perché vuol dire rimettere in discussione noi stessi, la nostra mentalità, lasciarsi prendere da Cristo totalmente e, a questo fine, fare spazio a Lui […].

Questo è l’augurio che ci lasciamo per questo tempo che ci separa dalla Pasqua.

Buon cammino a tutti!

 

Qui sotto riportiamo il link del Messaggio di papa Francesco per la Quaresima 2024:

https://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/lent/documents/20231203-messaggio-quaresima2024.html

Quando il DONO si fa LIBERTA’

Eccoci qui, pronti a ricominciare un nuovo anno insieme. Nel tempo del Natale ci siamo lasciati interpellare dalla culla che ha accolto il Bambino di Betlemme. In questo anno, continueremo a farci accompagnare da alcuni dettagli che la liturgia ci dona: volti, oggetti, parole che talvolta passano quasi inosservati, ma che in realtà custodiscono un tesoro prezioso per le nostre vite!

 

Ecco il brano del Vangelo che ci farà da guida in questo mese:

 

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore –  come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.

Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.

Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio.

C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.

Lc 2,22-24; 36-38

 

Chissà quanta gente c’era quel giorno nel Tempio di Gerusalemme.

Se chiudiamo per un istante gli occhi, possiamo immaginare il vociare della folla, i colori sfarzosi degli abiti di donne e uomini che si muovono indaffarati in ogni direzione; i versi degli animali e le urla dei venditori appostati con i loro banchetti ricolmi di merce più o meno preziosa.

Probabilmente Gesù vedrà questa stessa scena con occhi diversi: occhi di un uomo ormai adulto, colmo d’indignazione e di rabbia per come l’uomo ha ridotto la sua relazione con Dio. Sarà questo che lo porterà a fare il gesto eclatante della “cacciata dei venditori”.

Oggi, però, è ancora presto.

Oggi lo sguardo di Gesù è quello di un neonato, portato in braccio dai suoi genitori.

Giuseppe e Maria passano inosservati in mezzo alla folla, portando con loro quel Figlio così speciale, insieme all’offerta: una coppia di tortore o due giovani colombi. E’ l’offerta dei poveri.

Il Figlio di Dio si presenta al Tempio portando con sé l’offerta più umile!

Se avessimo potuto scegliere noi la “trama” di questa Storia, certo avremmo optato per qualcosa di più grande, di più sontuoso…. Il nostro ingresso sarebbe stato a dir poco trionfale, da lasciare tutti a bocca aperta. Perché in fondo il mondo funziona così: se vuoi essere visto e ascoltato, devi fare rumore! Se davvero vuoi che qualcuno si accorga di te, non puoi essere banalmente te stesso. Devi fare qualcosa di estremo o, perlomeno, di diverso dagli altri.

Dio, invece, sceglie un’altra logica: la logica del piccolo seme, che cresce senza fare rumore; la logica di quella piccola monetina, che poco vale, ma che viene donata con una generosità infinita; la logica del tempo sprecato per andare in cerca di quell’unica pecora smarrita (anche se al sicuro a casa ce ne sono altre novantanove forse anche più ubbidienti!).

Quella coppia di tortore e quei due giovani colombi, allora, ci ricordano la logica di un Dio che non ha paura delle nostre povertà, ma che le abbraccia e le fa sue.

L’offerta portata al tempio da Maria e Giuseppe diventa perciò simbolo della verità di noi stessi, della capacità di mostrarci agli altri e a Dio per quello che siamo, senza maschere, senza sovrastrutture.

Quanto sarebbe bello e liberante metterci di fronte a Dio così!

…e la risposta di Dio non si fa attendere: tra la folla, ecco avvicinarsi lo sguardo attento e luminoso di due saggi (Simeone e Anna), che cantano la Bellezza di un Dio-vicino, di un Dio Buono e Provvidente, di un Dio capace di sognare in grande sulla nostra vita!

Lasciamoci guidare anche noi dallo sguardo sapiente di chi cammina accanto a noi ma che ha più anni di cammino: dai nostri nonni, dal parroco, dalle suore, da un educatore, … senza paura di presentarci con in mano le nostre due tortore!

 

Papa Francesco, nell’Esortazione Apostolica rivolta ai giovani (Christus Vivit) racconta che:

[…] un giovane delle Isole Samoa, ha detto che la Chiesa è una canoa, in cui gli anziani aiutano a mantenere la rotta interpretando la posizione delle stelle e i giovani remano con forza immaginando ciò che li attende più in là. Non lasciamoci portare fuori strada né dai giovani che pensano che gli adulti siano un passato che non conta più, che è già superato, né dagli adulti che credono di sapere sempre come dovrebbero comportarsi i giovani. Piuttosto, saliamo tutti sulla stessa canoa e insieme cerchiamo un mondo migliore, sotto l’impulso sempre nuovo dello Spirito Santo.

(ChV 201)

Per concludere, ci lasciamo con un testo di don Luigi Verdi, unito all’augurio di una buona continuazione di cammino.

 

Quando l’abitudine

Ci fa perdere la libertà,

lasciamo che le nostre unghie

graffino le pareti di cemento

in cui ci siamo rinchiusi

per trovare il cielo

e aprirci ad un libero sguardo.

 

Chi ha salde radici

Non soffre la gravità,

non si vergogna

di andare con il vento,

riesce a cantare nella notte.

 

In quei momenti

È come se una scintilla divina

Tagliasse le vene della libertà

E tutto si riempisse di luce.