Parola di Dio

“La parola di Dio è viva, efficace […] discerne i sentimenti e i pensieri del cuore.” (Eb 4, 12)

Lasciati interrogare dalla Parola di Dio: leggila, ascoltala, meditala, seguila. 


Attendere per risvegliare l’attenzione

“State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso. È come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare. Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga all’improvviso, trovandovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!” (Mc 13, 33-37)

Entriamo nel tempo dell’Avvento (adventus, venuta), ascoltando le ultime parole del discorso escatologico di Gesù nel vangelo secondo Marco. Nell’anno B, che ci troviamo a vivere, le prime due domeniche di questo tempo liturgico sono orientate alla riflessione sulla seconda venuta del Signore, quella finale; mentre le seconde due sono invece dedicate alla preparazione della venuta storica di Gesù di Nazareth nel suo Natale

Un discorso, quello proposto dalla liturgia, che Gesù aveva iniziato rivolgendosi ai quattro discepoli chiamati per primi e più coinvolti nella sua vita – Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea (cf. Mc 13,3-4) –, e che ora egli termina indirizzandosi “a tutti”, con un’esortazione impellente: “Vegliate!”. Questo imperativo appare nel nostro brano come un ritornello incessante.

Ma cosa significa vegliare?

Vuol dire “stare svegli”, stare con gli occhi aperti, “fare attenzione”, come traduce la versione italiana. È la postura della sentinella che veglia, lottando contro il sonno e soprattutto contro l’intontimento spirituale; che tiene gli occhi ben aperti e scruta l’orizzonte per cogliere chi e che cosa sta per giungere. Vegliare è un esercizio faticoso, perché in esso occorre impegnare la mente e il corpo, ma è un esercizio generato e sostenuto da una speranza salda: c’è qualcuno che giunge, qualcuno che è alla porta; qualcuno che, amato, invocato, ardentemente desiderato, sta per venire.

“L’attenzione è la prima forma d’amore, è la manifestazione più pura della generosità” diceva Simone Weill, e non è un caso che sanno vegliare soprattutto le sentinelle e gli amanti…

Il Signore verrà «Alla sera, a mezzanotte, al canto del gallo, al mattino» (v. 35): queste quattro indicazioni cronologiche indicano la suddivisione delle ore della notte presso i Romani in quattro veglie (corrispondenti ai quattro turni di guardia — o «vigiliae» — delle sentinelle dalle 18 alle 6 del mattino). Colpisce che secondo questa parabola il momento del ritorno del padrone sarà nella notte. Tempo in cui occorre tenere gli occhi ben aperti, in cui è più difficile non lasciarsi sopraffare dal sonno, in cui occorre lottare contro la pesantezza del corpo e dell’animo. In cui più che mai si deve attuare la vocazione dei cristiani ad essere luce.

La notte è simbolo di tempi bui, di tenebre interiori e storiche, personali e comunitarie, civili ed ecclesiali. La venuta del Signore non le abolisce, ma è proprio in esse che egli viene già oggi, nel quotidiano della vita. Si tratta di abitare la notte acuendo lo sguardo spirituale, lottando contro la pigrizia. La notte è questo tempo, è il nostro oggi, il tempo della pandemia. L’attesa della venuta del Signore diviene così sforzo di discernimento dei segni della sua presenza lì dove siamo.

La vigilanza richiesta vuole condurre l’uomo a essere all’altezza della propria umanità e della propria fede. La vigilanza è fedeltà alla terra nella piena coscienza di essere alla presenza di Dio. La vigilanza nasce da un’unificazione della persona di fronte al Signore che la conduce a essere lucida, presente a se stessa, alla realtà, agli altri.

La vigilanza è una scelta, una responsabilità di tutti i cristiani, che non può essere delegata all’uno o all’altro: «Quello che dico a voi lo dico a tutti: vigilate!» (v. 37).

La vigilanza è la matrice di ogni virtù cristiana, un padre del deserto ha affermato: «Non abbiamo bisogno di nient’altro che di uno spirito vigilante» (abba Poemen).

Non ci resta allora che incamminarci in quest’attesa chiedendoci: Cos’è oggetto della mia attenzione? Sono sveglio o il torpore dell’indifferenza e dello sconforto mi hanno ingabbiato? Come voglio essere trovato in questo Avvento dal Signore che viene? Con parole di luce o con lamenti di sonno? Con generosi gesti di carità nelle mani o con il corpo ingordo sdraiato sul divano?

Ci sia compagna nell’andare la poesia Veglia di Ungaretti, scritta il 23 dicembre 1915 al fronte, in piena Prima guerra mondiale; il Signore ci conceda di scoprirci, come il poeta, amanti presenti e generosi, capaci di scrivere con la vita in ogni situazione “parole piene d’amore”

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

 

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

La seconda chiamata di Pietro – Gv 21,1-25

1 Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: 2 si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. 3 Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla.
4 Quando già era l’alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. 5 Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». 6 Allora disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci. 7 Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi la sopravveste, poiché era spogliato, e si gettò in mare. 8 Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: infatti non erano lontani da terra se non un centinaio di metri.
9 Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. 10 Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso or ora». 11 Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. 12 Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», poiché sapevano bene che era il Signore.
13 Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce. 14 Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti.
15 Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». 16 Gli disse di nuovo: «Simone di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle». 17 Gli disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi ami?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi ami?, e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecorelle. 18 In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». 19 Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: «Seguimi».
20 Pietro allora, voltatosi, vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, quello che nella cena si era trovato al suo fianco e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?». 21 Pietro dunque, vedutolo, disse a Gesù: «Signore, e lui?». 22 Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te? Tu seguimi». 23 Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che rimanga finché io venga, che importa a te?».
24 Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. 25 Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.

 
Intorno ad un altro fuoco, nell’incontro mattutino sulla riva dello stesso lago dove tutto era cominciato, il Risorto si manifesta a Pietro e agli altri nell’evento della pesca straordinaria e nel pasto preparato da Lui. In quel momento avviene la riabilitazione di Pietro: “Mi ami tu?” “Pasci le mie pecore”. E dopo avergli predetto l’abbandono fiducioso che sarà chiamato a vivere in vecchiaia, gli dice: “Seguimi!”

Se nella prima passione Gesù gli aveva detto che ancora non poteva seguirlo, ora finalmente è possibile: come se ciò che ancora mancava nella sua formazione non era la prova della fedeltà, ma l’esperienza della sua caduta, l’esperienza dell’incapacità di contare sulle proprie forze, quella della fragilità e della paura, l’esperienza del peccato e del perdono. In una parola l’esperienza della misericordia! Pietro si accorge che Gesù non si aspettava da lui che diventasse forte, ma che accettasse di essere debole e che proprio con quella debolezza iniziasse a seguirlo. Ora può, perché cosciente di essere debole, cosciente che la debolezza non è l’ostacolo ma un luogo in cui esercitare l’abbandono fiducioso nelle mani del Signore. Da questo atteggiamento nasce l’apostolo: quando egli si rende conto che Gesù, invece di revocare la sua chiamata, gli conferma la sua fiducia, addirittura gli dà un compito più grande. Ecco la seconda chiamata di Pietro, che ogni discepolo di Gesù può sperimentare. Gesù non sceglie di chiamare qualcuno perché affidabile, stabile, fedele… anzi, prende uno come Pietro che si dimostra fragile, come la sabbia, perché nell’esperienza della misericordia, diventi roccia in Lui.

La storia di Pietro e della sua chiamata è paradigmatica del nocciolo del Vangelo. Non sei amato perché con le tue risorse sei degno di esserlo, ma sei amato perché tu divenga amabile…

Il punto più basso dell’esperienza di Pietro: il rinnegamento

Qual è il problema di Pietro? La sua difficoltà è quella di non riuscire ad adeguarsi all’atteggiamento del Messia, servo sofferente. Egli si trova spiazzato dinanzi all’agire di Gesù! Si scopre fragile, debole: lui che è conosciuto come il forte, l’uomo risoluto, coraggioso, capace di prendere decisioni, di assumersi responsabilità, si scontra con l’amara esperienza di non poter confidare nella propria forza e coraggio. Da un lato c’è un autentico attaccamento a Gesù, la sua amicizia è forte, come è sincero il desiderio di stare con lui, dall’altro deve fare i conti con le sue paure.

Queste componenti emergono nell’esperienza del rinnegamento, riportata dai quattro Vangeli. Mentre Gesù è interrogato dal sinedrio, Pietro lo segue da lontano, poi entra nel cortile, si scalda al fuoco insieme ad altri servi; qui una serva lo riconosce come uno dei seguaci di Gesù ma, per tre volte egli nega: “Non conosco quest’uomo”. E subito per la seconda volta un gallo cantò… Pietro si ricordò della parola detta da Gesù: “Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai”. E scoppiò in pianto. Nonostante le promesse di fedeltà, Pietro rinnega l’amico che in quel momento è abbandonato, rifiutato, condannato. Nel momento in cui consapevolizza questo, scoppia in un pianto irrefrenabile: prevale la vergogna, la rabbia contro sé stesso, l’esperienza della miseria e del fallimento. Quella bugia: “Non conosco quell’uomo” in realtà è una verità: Pietro non aveva ancora conosciuto Gesù e cosa significasse stare dietro a lui, essere suo discepolo. In quel pianto di pentimento che sgorga dal profondo di sé, c’è il segno di una sorgente che inizia a sgorgare: lì nasce l’apostolo. Così Pietro esce dalla scena della Passione; lo incontreremo faccia a faccia con il Risorto…

Dubbi e resistenze del futuro apostolo – Mc 8,27-33

27 Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». 28 Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti». 29 Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». 30 E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. 31 E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. 32 Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. 33 Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».

 
Il mese scorso abbiamo concluso la lettura del brano della chiamata di Pietro con quella frase lapidaria: “Lasciarono tutto e lo seguirono”. Quel movimento che ha una sua concretezza esteriore, materiale, comporta un cammino ancora più impegnativo che farà intendere come la rinuncia più grande non stia indietro nel passato, ma rimanga davanti a lui, a loro. Quella chiamata non rappresenta un punto d’arrivo, ma soltanto l’avvio di un’esperienza di iniziazione, senz’altro affascinante, ma anche impegnativa, si tratta di fare i conti con le proprie fragilità, illusioni, fino a culminare con l’impatto sconvolgente dello scandalo della croce. Mettendo insieme i diversi racconti sulla vicenda di Pietro veniamo a conoscere alcuni tratti peculiari del suo carattere e temperamento: il suo ruolo primaziale nel gruppo dei dodici e la sua defezione avvenuta nel rinnegamento. Due aspetti che messi insieme rivelano la manifestazione della potenza dell’amore misericordioso.

Il suo ruolo di leader emerge in diversi passi, ma soprattutto nella confessione di fede, egli infatti è il primo a professare la messianicità di Gesù. L’episodio è ambientato a Cesarea di Filippo dove Gesù chiede: “Ma voi chi dite che io sia?” Pietro risponderà: “Tu sei il Cristo”. Pietro fa il collegamento decisivo tra le attese messianiche che emergevano dall’Antico Testamento e dal giudaismo del suo tempo, con la persona concreta di Gesù che sta davanti a lui. L’affermazione è giusta, ma Gesù con quella domanda desiderava che i suoi si interrogassero sul rapporto con lui, che facessero discernimento sul tipo di coinvolgimento personale con la sua vita, sulla misura della loro fiducia in lui: “Chi sono io per te?”. Sarà l’evangelista Matteo ad inserire nel testo l’investitura solenne di Pietro esprimendo l’unicità della sua vocazione primaziale: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa. Siamo di fronte ad uno sviluppo della missione di Gesù: cambiandogli il nome in Roccia viene conferita a Pietro la grazia di partecipare alla fortezza della roccia che è Dio stesso, per cui l’iniziale pescatore di uomini diventa fondamento della comunità. Nel momento in cui Pietro riconosce l’identità di Gesù e lo confessa come il Cristo, da lui riceve la conoscenza più profonda della propria identità e vocazione. La professione di Pietro è ineccepibile eppure non basta a cogliere la verità della missione di Gesù. Di fronte all’annuncio del Messia che si presenta come il servo sofferente, Pietro si mostra del tutto refrattario. Egli che pensava di aver lasciato tutto, non aveva in realtà affrontato la rinuncia più esigente in assoluto. Lasciare le proprie convinzioni rispetto a ciò che è bene, accettare di cambiare le proprie buone idee… proprio in questo consiste una vera conversione. Altrimenti si finisce col porre ostacoli alla volontà di Dio e passare addirittura dalla parte del nemico. Allora Gesù dice a Pietro: “Và dietro a me, Satana, perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”. Pietro si era posto davanti a Gesù, riteneva di essere lui a indicargli la strada, quasi si fossero invertite le parti tra discepolo e maestro, ma così facendo metteva un inciampo al cammino del Messia. Per questo Gesù lo riprende duramente: “Torna dietro a me”, cioè torna al tuo posto di discepolo e usa quella parola terribile che doveva rimanergli impressa per tutto il resto della vita: “Satana!”, in ebraico avversario, nemico…

La chiamata di Pietro – Lc 5,1-11

1 Un giorno, mentre, levato in piedi, stava presso il lago di Genèsaret 2 e la folla gli faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio, vide due barche ormeggiate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. 3 Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedutosi, si mise ad ammaestrare le folle dalla barca. 4 Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e calate le reti per la pesca». 5 Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». 6 E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano. 7 Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche al punto che quasi affondavano. 8 Al veder questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontanati da me che sono un peccatore». 9 Grande stupore infatti aveva preso lui e tutti quelli che erano insieme con lui per la pesca che avevano fatto; 10 così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». 11 Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

 
La vicenda vocazionale di Pietro è presentata in tutti e quattro i vangeli che, pur concordando sull’essenziale, tuttavia offrono angolature diverse per guardare all’esperienza dell’apostolo. Abbiamo già fissato lo sguardo sull’immediatezza della chiamata dei primi quattro, tra i quali c’era anche il nostro amico. Rispetto a tale presentazione così asciutta, non è difficile pensare che ci sia stato qualcosa di più progressivo, un certo cammino di conoscenza tra Gesù e Pietro. L’evangelista Luca organizza il suo racconto lasciando intendere questo percorso e rendendo più comprensibile la scelta di Pietro. Egli, infatti, fa precedere la scelta di sequela da alcuni fatti, narrati nei primi capitoli, che riguardano la predicazione di Gesù ai quali era presente Pietro e solo ad un certo punto inserisce la chiamata dell’apostolo.

Ci troviamo in riva al lago di Gennesaret, non lontano da Cafarnao, intorno a Gesù c’è ressa e in quella situazione, per allentare la pressione, il maestro prende l’iniziativa di salire sulle barche ormeggiate e di usarle come cattedra per la sua predicazione. Terminato di insegnare, Gesù si rivolge a Pietro con una richiesta inaspettata e incomprensibile. Un carpentiere chiede ad un pescatore provetto di gettare le reti in pieno giorno. Pietro tenta di far ragionare Gesù: “Maestro abbiamo faticato tutta la notte, ma non abbiamo preso nulla”. Se si fosse fermato qua avrebbe lasciato intendere che non avrebbe avuto senso acconsentire a quella richiesta. Ma era possibile un’altra scelta: “Ma sulla tua parola calerò le reti”. Sceglie di fidarsi. Pietro aveva iniziato ad accorgersi che la parola di quel profeta non era come le altre. Sulla tua parola è un’attestazione di fiducia. “Avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci…” Pietro è sopraffatto dallo stupore e si prostra davanti a Lui manifestando la sua indegnità. Gesù risponde con un: “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini”. Le parole di Gesù mostrano che la futura missione di Pietro non dipenderà dalle sue qualità, né sarà ostacolata dalla sua presunta indegnità, ma riposerà sulla parola di colui che conferisce la missione e sulla fiducia riposta in tale parola.

La sequela nasce dall’incontro… che ne sarà di Pietro? Alla prossima puntata…

L’incontro di Gesù con i pescatori lungo il mare di Galilea – Mc 1,14-20

14 Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, 15 e diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”.
16 Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. 17 Gesù disse loro: “Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini”. 18 E subito lasciarono le reti e lo seguirono. 19 Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. 20 E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

 
Se tu hai incontrato Gesù, il Signore della vita, ti sarà capitato di ritornare sovente ai ricordi del passato, in particolare a quello che è stato l’inizio, il cominciare di una vicenda, di un amore che ha segnato la tua vita. Per qualcuno, oltre a questo incontro con il suo volto, si tratta di fare memoria dell’ora della vocazione, di quando si è diventati consapevoli con il cuore che forse ci era rivolto un monito, che forse il Signore voleva che fossimo coinvolti nella sua vita più di quanto lo eravamo stati fino ad allora.

La pagina del Vangelo da cui vogliamo cominciare il nostro percorso vuole essere proprio un racconto di vocazione in cui può specchiarsi chi predispone tutto per ascoltare la chiamata di Gesù, oppure può essere l’occasione per ricordarla come un evento del passato, che può avere ancora o non avere più forza, addirittura significato. Gesù torna in Galilea, la terra della sua infanzia, dopo che Giovanni, il suo rabbì, è stato messo in prigione, per iniziare a proclamare il Regno di Dio. Ecco la sintesi della sua predicazione: c’è l’inizio di un tempo nuovo in cui è possibile far regnare Dio nella vita degli uomini; affinché questo avvenga occorre convertirsi, ritornare a Dio, e poi credere alla buona notizia che è la presenza e la parola di Gesù stesso. Questo è l’inizio di un tempo che dura ancora oggi e qui: è possibile che Dio regni su di me, su di te, su di noi, e così avviene che il regno di Dio è venuto.

Di fronte a questa gioiosa notizia, ma anche a questa nuova possibilità offerta dalla presenza di Gesù, ci sei tu che ancora oggi ascolti il Vangelo. Stai forse vivendo quotidianamente, intento al tuo lavoro, alla tua occupazione quotidiana per guadagnarti da vivere, poco importa quale sia; oppure sei in un momento di pausa; oppure sei con altri a discorrere… Non c’è un’ora prestabilita: di colpo nel tuo cuore, senza che gli altri si accorgano di nulla, si accende una fiammella. “Chissà se sento una voce? Riuscirò a rispondere ‘sì’? Sarà per me questa voce che mi chiama ad andare? Dove? A seguire chi? Gesù? E come faccio? Sarà possibile?”. Tante domande che si intersecano, che svaniscono e ritornano, ma se sono ascoltate con attenzione allora può darsi che in esse tu ascolti una voce più profonda di te stesso, una voce che viene da un aldilà di te stesso, eppure attraverso te stesso: la voce del Signore Gesù! È così che inizia un rapporto tra te e Lui, sì, Lui, il Signore, presenza invisibile ma viva, presenza che non parla in modo sonoro ma attrae…

Qui nel Vangelo secondo Marco questo processo di vocazione è sintetizzato e per così dire stilizzato dall’autore, che narra solo l’essenziale: Gesù passa, vede e chiama; qualcuno ascolta e prende sul serio la sua parola “Seguimi!” e si coinvolge nella sua vita. L’essenziale è stato detto: accolta la vocazione, si abbandonano le reti, cioè il mestiere, si abbandonano il padre e la barca, cioè l’impresa familiare, e così ci si spoglia e si segue Gesù.

Attenzione però: la vocazione è un’avventura piena di grandezza ma anche di miseria! Per comprenderlo, è sufficiente seguire nei Vangeli la vicenda di questi primi quattro chiamati. Il primo, Pietro, sul quale Gesù aveva riposto molta fiducia, vivendo vicino a Lui spesso non capisce nulla di Lui, al punto che Gesù è costretto a chiamarlo “Satana”; a volte è distante da Gesù fino a contraddirlo; a volte lo abbandona per dormire; e infine lo rinnega, dice di conoscere se stesso e di non avere mai conosciuto Gesù. Andrea, Giacomo e Giovanni in molte situazioni non capiscono Gesù, lo fraintendono e non conoscono il suo cuore; i due figli di Zebedeo, in particolare, sono rimproverati aspramente da Gesù quando invocano un fuoco dal cielo per punire chi non li ha accolti; e sempre essi, al Getsemani, dormono insieme a Pietro. Ma c’è di più, e Marco lo sottolinea in modo implacabile: coloro che qui, “abbandonato tutto, seguirono Gesù”, nell’ora della passione, “abbandonato Gesù, fuggirono tutti”…

Povera sequela! Sì, la mia sequela, la tua sequela, caro giovane amico. Non abbiamo davvero molto di cui vantarci… Dobbiamo solo invocare da parte di Dio tanta misericordia e ringraziarlo perché, nonostante tutto, stiamo ancora dietro a Gesù e tentiamo ancora, giorno dopo giorno, di vivere con Lui.

Giuseppe

AbramoContinuiamo a leggere la storia di Giuseppe narrata nella Genesi… si conclude qui la storia dei nostri patriarchi.

 

Le riflessioni sono tratte da: P. Curtaz, Il cercatore, lo scampato, l’astuto, il sognatore, San Paolo, 2016.

 
 
Leggi il testo della Genesi (trovi il brano in fondo alla pagina)

Il Signore fu con Giuseppe: a lui tutto riusciva bene e rimase nella casa dell’Egiziano, suo padrone. Il suo padrone si accorse che il Signore era con lui e che il Signore faceva riuscire per mano sua quanto egli intraprendeva. Così Giuseppe trovò grazia agli occhi di lui e divenne suo servitore personale; anzi, quello lo nominò suo maggiordomo e gli diede in mano tutti i suoi averi. Da quando egli lo aveva fatto suo maggiordomo e incaricato di tutti i suoi averi, il Signore benedisse la casa dell’Egiziano grazie a Giuseppe e la benedizione del Signore fu su quanto aveva, sia in casa sia nella campagna.

 
Potifar prende in simpatia Giuseppe, ne riconosce il valore e lo nomina responsabile della casa, gli fa gestire i suoi beni, si fida cecamente di lui. La sciagurata iniziativa dei fratelli è stata per Giuseppe l’opportunità di misurare il suo valore. Non sempre gli eventi nefasti della vita ci portano alla rovina. Quando viviamo le sconfitte o gli incidenti come la fine di tutto, il dolore ci impedisce di vedere cosa di buono potrebbe accadere. Giuseppe, figlio prediletto di Giacobbe, venduto come schiavo, perde il dono prezioso della libertà, ma ecco che il Signore volge lo sguardo su di lui. La benedizione fatta ad Abramo lo raggiunge. Dopo qualche tempo il faraone viene tormentato da sogni inquietanti che nessuno riesce a interpretare. Incubi terribili lo svegliano nella notte. Sa bene che quei sogni sono un’ammonizione, una profezia, ma nessuno sa dare spiegazione. Promette beni a chi lo aiuterà a capire. Ma nessuno fra i saggi, fra gli indovini, sa cosa dire. Il coppiere si ricorda di Giuseppe e lo chiama. Giuseppe non delude e lascia tutti a bocca aperta. Il faraone è stupito e convinto. Lo nomina viceré, l’uomo più potente dopo il faraone. L’intuizione di Giuseppe salva l’Egitto dalla carestia con i granai ricolmi. Non così per i popoli vicini. Giacobbe invia i suoi figli in Egitto a cercare cibo. Quando i dieci fratelli si presentano al viceré, senza riconoscere in lui il loro fratello, ricevono una brutta accoglienza. Gettati in prigione, i vecchi fantasmi tornano a galla. Non hanno ascoltato l’angoscia di Giuseppe, ora sono loro ad essere divorati dall’angoscia. I fratelli di Giuseppe interpretano gli eventi della vita come una sorta di punizione divina. Il loro è un senso di colpa radicato e irrisolto. Sanno di aver commesso qualcosa di terribile, ma pensavano di aver sepolto la vicenda sotto uno strato di quotidianità e di distrazioni. Giuseppe elabora per suo conto un doloroso percorso di purificazione. Dopo tre giorni vengono liberati tranne uno: torneranno a Canaan col grano, ma dovranno portare al viceré il figlio rimasto col padre, se rivogliono indietro l’ostaggio. A malincuore Giacobbe accetta di far partire anche Beniamino. Giuseppe fa nascondere la sua coppa nel sacco di Beniamino. Li fa inseguire, li accusa di aver rubato in casa sua, decide di trattenere Beniamino con lui. È troppo! I fratelli non vogliono arrecare questo dolore al padre. Sono cambiati! Ciò che era uno sciagurato progetto di morte è diventato una benedizione.
 

È Dio ancora una volta il protagonista di questa intricata vicenda familiare fatta di rivalità, di invidia e che, alla fine, approda a una straordinaria esperienza di fraternità. La promessa continua. Non ci sono ostacoli che possono frenare Dio, mai! Siamo consapevoli che il Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe e Giuseppe è qui e chiama anche te a fare esperienza di assoluto. E non bastano i tuoi limiti, i peccati, le contraddizioni a far cambiare idea a Dio!
 
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Ecco il brano della Genesi (Genesi 39-45):

39 1 Giuseppe era stato portato in Egitto, e Potifàr, eunuco del faraone e comandante delle guardie, un Egiziano, lo acquistò da quegli Ismaeliti che l’avevano condotto laggiù. 2 Il Signore fu con Giuseppe: a lui tutto riusciva bene e rimase nella casa dell’Egiziano, suo padrone. 3 Il suo padrone si accorse che il Signore era con lui e che il Signore faceva riuscire per mano sua quanto egli intraprendeva. 4 Così Giuseppe trovò grazia agli occhi di lui e divenne suo servitore personale; anzi, quello lo nominò suo maggiordomo e gli diede in mano tutti i suoi averi. 5 Da quando egli lo aveva fatto suo maggiordomo e incaricato di tutti i suoi averi, il Signore benedisse la casa dell’Egiziano grazie a Giuseppe e la benedizione del Signore fu su quanto aveva, sia in casa sia nella campagna. 6 Così egli lasciò tutti i suoi averi nelle mani di Giuseppe e non si occupava più di nulla, se non del cibo che mangiava. Ora Giuseppe era bello di forma e attraente di aspetto.
7 Dopo questi fatti, la moglie del padrone mise gli occhi su Giuseppe e gli disse: «Còricati con me!». 8 Ma egli rifiutò e disse alla moglie del suo padrone: «Vedi, il mio signore non mi domanda conto di quanto è nella sua casa e mi ha dato in mano tutti i suoi averi. 9 Lui stesso non conta più di me in questa casa; non mi ha proibito nient’altro, se non te, perché sei sua moglie. Come dunque potrei fare questo grande male e peccare contro Dio?». 10 E benché giorno dopo giorno ella parlasse a Giuseppe in tal senso, egli non accettò di coricarsi insieme per unirsi a lei.
11 Un giorno egli entrò in casa per fare il suo lavoro, mentre non c’era alcuno dei domestici. 12 Ella lo afferrò per la veste, dicendo: «Còricati con me!». Ma egli le lasciò tra le mani la veste, fuggì e se ne andò fuori. 13 Allora lei, vedendo che egli le aveva lasciato tra le mani la veste ed era fuggito fuori, 14 chiamò i suoi domestici e disse loro: «Guardate, ci ha condotto in casa un Ebreo per divertirsi con noi! Mi si è accostato per coricarsi con me, ma io ho gridato a gran voce. 15 Egli, appena ha sentito che alzavo la voce e chiamavo, ha lasciato la veste accanto a me, è fuggito e se ne è andato fuori».
16 Ed ella pose accanto a sé la veste di lui finché il padrone venne a casa. 17 Allora gli disse le stesse cose: «Quel servo ebreo, che tu ci hai condotto in casa, mi si è accostato per divertirsi con me. 18 Ma appena io ho gridato e ho chiamato, ha abbandonato la veste presso di me ed è fuggito fuori». 19 Il padrone, all’udire le parole che sua moglie gli ripeteva: «Proprio così mi ha fatto il tuo servo!», si accese d’ira. 20 Il padrone prese Giuseppe e lo mise nella prigione, dove erano detenuti i carcerati del re.
Così egli rimase là in prigione. 21 Ma il Signore fu con Giuseppe, gli accordò benevolenza e gli fece trovare grazia agli occhi del comandante della prigione. 22 Così il comandante della prigione affidò a Giuseppe tutti i carcerati che erano nella prigione, e quanto c’era da fare là dentro lo faceva lui. 23 Il comandante della prigione non si prendeva più cura di nulla di quanto era affidato a Giuseppe, perché il Signore era con lui e il Signore dava successo a tutto quanto egli faceva.

40 1 Dopo questi fatti il coppiere del re d’Egitto e il panettiere offesero il loro padrone, il re d’Egitto. 2 Il faraone si adirò contro i suoi due eunuchi, il capo dei coppieri e il capo dei panettieri, 3 e li fece mettere in custodia nella casa del comandante delle guardie, nella prigione dove Giuseppe era detenuto. 4 Il comandante delle guardie assegnò loro Giuseppe, perché li accudisse. Così essi restarono nel carcere per un certo tempo.
5 Ora, in una medesima notte, il coppiere e il panettiere del re d’Egitto, detenuti nella prigione, ebbero tutti e due un sogno, ciascuno il suo sogno, con un proprio significato. 6 Alla mattina Giuseppe venne da loro e li vide abbattuti. 7 Allora interrogò gli eunuchi del faraone che erano con lui in carcere nella casa del suo padrone, e disse: «Perché oggi avete la faccia così triste?». 8 Gli risposero: «Abbiamo fatto un sogno e non c’è chi lo interpreti». Giuseppe replicò loro: «Non è forse Dio che ha in suo potere le interpretazioni? Raccontatemi dunque».
9 Allora il capo dei coppieri raccontò il suo sogno a Giuseppe e gli disse: «Nel mio sogno, ecco mi stava davanti una vite, 10 sulla quale vi erano tre tralci; non appena cominciò a germogliare, apparvero i fiori e i suoi grappoli maturarono gli acini. 11 Io tenevo in mano il calice del faraone; presi gli acini, li spremetti nella coppa del faraone, poi diedi la coppa in mano al faraone».
12 Giuseppe gli disse: «Eccone l’interpretazione: i tre tralci rappresentano tre giorni. 13 Fra tre giorni il faraone solleverà la tua testa e ti reintegrerà nella tua carica e tu porgerai il calice al faraone, secondo la consuetudine di prima, quando eri il suo coppiere. 14 Se poi, nella tua fortuna, volessi ricordarti che sono stato con te, trattami, ti prego, con bontà: ricordami al faraone per farmi uscire da questa casa. 15 Perché io sono stato portato via ingiustamente dalla terra degli Ebrei e anche qui non ho fatto nulla perché mi mettessero in questo sotterraneo».
16 Allora il capo dei panettieri, vedendo che l’interpretazione era favorevole, disse a Giuseppe: «Quanto a me, nel mio sogno tenevo sul capo tre canestri di pane bianco 17 e nel canestro che stava di sopra c’era ogni sorta di cibi per il faraone, quali si preparano dai panettieri. Ma gli uccelli li mangiavano dal canestro che avevo sulla testa».
18 Giuseppe rispose e disse: «Questa è l’interpretazione: i tre canestri rappresentano tre giorni. 19 Fra tre giorni il faraone solleverà la tua testa e ti impiccherà a un palo e gli uccelli ti mangeranno la carne addosso».
20 Appunto al terzo giorno, che era il giorno natalizio del faraone, questi fece un banchetto per tutti i suoi ministri e allora sollevò la testa del capo dei coppieri e la testa del capo dei panettieri in mezzo ai suoi ministri. 21 Reintegrò il capo dei coppieri nel suo ufficio di coppiere, perché porgesse la coppa al faraone; 22 invece impiccò il capo dei panettieri, secondo l’interpretazione che Giuseppe aveva loro data. 23 Ma il capo dei coppieri non si ricordò di Giuseppe e lo dimenticò.

41 1 Due anni dopo, il faraone sognò di trovarsi presso il Nilo. 2 Ed ecco, salirono dal Nilo sette vacche, belle di aspetto e grasse, e si misero a pascolare tra i giunchi. 3 Ed ecco, dopo quelle, salirono dal Nilo altre sette vacche, brutte di aspetto e magre, e si fermarono accanto alle prime vacche sulla riva del Nilo. 4 Le vacche brutte di aspetto e magre divorarono le sette vacche belle di aspetto e grasse. E il faraone si svegliò. 5 Poi si addormentò e sognò una seconda volta: ecco, sette spighe spuntavano da un unico stelo, grosse e belle. 6 Ma, dopo quelle, ecco spuntare altre sette spighe vuote e arse dal vento d’oriente. 7 Le spighe vuote inghiottirono le sette spighe grosse e piene. Il faraone si svegliò: era stato un sogno.
8 Alla mattina il suo spirito ne era turbato, perciò convocò tutti gli indovini e tutti i saggi dell’Egitto. Il faraone raccontò loro il sogno, ma nessuno sapeva interpretarlo al faraone.
9 Allora il capo dei coppieri parlò al faraone: «Io devo ricordare oggi le mie colpe. 10 Il faraone si era adirato contro i suoi servi e li aveva messi in carcere nella casa del capo delle guardie, sia me sia il capo dei panettieri. 11 Noi facemmo un sogno nella stessa notte, io e lui; ma avemmo ciascuno un sogno con un proprio significato. 12 C’era là con noi un giovane ebreo, schiavo del capo delle guardie; noi gli raccontammo i nostri sogni ed egli ce li interpretò, dando a ciascuno l’interpretazione del suo sogno. 13 E come egli ci aveva interpretato, così avvenne: io fui reintegrato nella mia carica e l’altro fu impiccato».
14 Allora il faraone convocò Giuseppe. Lo fecero uscire in fretta dal sotterraneo; egli si rase, si cambiò gli abiti e si presentò al faraone. 15 Il faraone disse a Giuseppe: «Ho fatto un sogno e nessuno sa interpretarlo; ora io ho sentito dire di te che ti basta ascoltare un sogno per interpretarlo subito». 16 Giuseppe rispose al faraone: «Non io, ma Dio darà la risposta per la salute del faraone!».
17 Allora il faraone raccontò a Giuseppe: «Nel mio sogno io mi trovavo sulla riva del Nilo. 18 Ed ecco, salirono dal Nilo sette vacche grasse e belle di forma e si misero a pascolare tra i giunchi. 19 E, dopo quelle, ecco salire altre sette vacche deboli, molto brutte di forma e magre; non ne vidi mai di così brutte in tutta la terra d’Egitto. 20 Le vacche magre e brutte divorarono le prime sette vacche, quelle grasse. 21 Queste entrarono nel loro ventre, ma non ci si accorgeva che vi fossero entrate, perché il loro aspetto era brutto come prima. E mi svegliai. 22 Poi vidi nel sogno spuntare da un unico stelo sette spighe, piene e belle. 23 Ma ecco, dopo quelle, spuntavano sette spighe secche, vuote e arse dal vento d’oriente. 24 Le spighe vuote inghiottirono le sette spighe belle. Ho riferito il sogno agli indovini, ma nessuno sa darmene la spiegazione».
25 Allora Giuseppe disse al faraone: «Il sogno del faraone è uno solo: Dio ha indicato al faraone quello che sta per fare. 26 Le sette vacche belle rappresentano sette anni e le sette spighe belle rappresentano sette anni: si tratta di un unico sogno. 27 Le sette vacche magre e brutte, che salgono dopo quelle, rappresentano sette anni e le sette spighe vuote, arse dal vento d’oriente, rappresentano sette anni: verranno sette anni di carestia. 28 È appunto quel che ho detto al faraone: Dio ha manifestato al faraone quanto sta per fare. 29 Ecco, stanno per venire sette anni in cui ci sarà grande abbondanza in tutta la terra d’Egitto. 30 A questi succederanno sette anni di carestia; si dimenticherà tutta quell’abbondanza nella terra d’Egitto e la carestia consumerà la terra. 31 Non vi sarà più alcuna traccia dell’abbondanza che vi era stata nella terra, a causa della carestia successiva, perché sarà molto dura. 32 Quanto al fatto che il sogno del faraone si è ripetuto due volte, significa che la cosa è decisa da Dio e che Dio si affretta a eseguirla.
33 Il faraone pensi a trovare un uomo intelligente e saggio e lo metta a capo della terra d’Egitto. 34 Il faraone inoltre proceda a istituire commissari sul territorio, per prelevare un quinto sui prodotti della terra d’Egitto durante i sette anni di abbondanza. 35 Essi raccoglieranno tutti i viveri di queste annate buone che stanno per venire, ammasseranno il grano sotto l’autorità del faraone e lo terranno in deposito nelle città. 36 Questi viveri serviranno di riserva al paese per i sette anni di carestia che verranno nella terra d’Egitto; così il paese non sarà distrutto dalla carestia».
37 La proposta piacque al faraone e a tutti i suoi ministri. 38 Il faraone disse ai ministri: «Potremo trovare un uomo come questo, in cui sia lo spirito di Dio?». 39 E il faraone disse a Giuseppe: «Dal momento che Dio ti ha manifestato tutto questo, non c’è nessuno intelligente e saggio come te. 40 Tu stesso sarai il mio governatore e ai tuoi ordini si schiererà tutto il mio popolo: solo per il trono io sarò più grande di te».
41 Il faraone disse a Giuseppe: «Ecco, io ti metto a capo di tutta la terra d’Egitto». 42 Il faraone si tolse di mano l’anello e lo pose sulla mano di Giuseppe; lo rivestì di abiti di lino finissimo e gli pose al collo un monile d’oro. 43 Lo fece salire sul suo secondo carro e davanti a lui si gridava: «Abrech”. E così lo si stabilì su tutta la terra d’Egitto. 44 Poi il faraone disse a Giuseppe: «Io sono il faraone, ma senza il tuo permesso nessuno potrà alzare la mano o il piede in tutta la terra d’Egitto». 45 E il faraone chiamò Giuseppe Safnat-Panèach e gli diede in moglie Asenat, figlia di Potifera, sacerdote di Eliòpoli. Giuseppe partì per visitare l’Egitto. 46 Giuseppe aveva trent’anni quando entrò al servizio del faraone, re d’Egitto.
Quindi Giuseppe si allontanò dal faraone e percorse tutta la terra d’Egitto. 47 Durante i sette anni di abbondanza la terra produsse a profusione. 48 Egli raccolse tutti i viveri dei sette anni di abbondanza che vennero nella terra d’Egitto, e ripose i viveri nelle città: in ogni città i viveri della campagna circostante. 49 Giuseppe ammassò il grano come la sabbia del mare, in grandissima quantità, così che non se ne fece più il computo, perché era incalcolabile.
50 Intanto, prima che venisse l’anno della carestia, nacquero a Giuseppe due figli, partoriti a lui da Asenat, figlia di Potifera, sacerdote di Eliòpoli. 51 Giuseppe chiamò il primogenito Manasse, «perché – disse – Dio mi ha fatto dimenticare ogni affanno e tutta la casa di mio padre». 52 E il secondo lo chiamò Èfraim, «perché – disse – Dio mi ha reso fecondo nella terra della mia afflizione».
53 Finirono i sette anni di abbondanza nella terra d’Egitto 54 e cominciarono i sette anni di carestia, come aveva detto Giuseppe. Ci fu carestia in ogni paese, ma in tutta la terra d’Egitto c’era il pane. 55 Poi anche tutta la terra d’Egitto cominciò a sentire la fame e il popolo gridò al faraone per avere il pane. Il faraone disse a tutti gli Egiziani: «Andate da Giuseppe; fate quello che vi dirà». 56 La carestia imperversava su tutta la terra. Allora Giuseppe aprì tutti i depositi in cui vi era grano e lo vendette agli Egiziani. La carestia si aggravava in Egitto, 57 ma da ogni paese venivano in Egitto per acquistare grano da Giuseppe, perché la carestia infieriva su tutta la terra.

42 1 Giacobbe venne a sapere che in Egitto c’era grano; perciò disse ai figli: «Perché state a guardarvi l’un l’altro?». 2 E continuò: «Ecco, ho sentito dire che vi è grano in Egitto. Andate laggiù a comprarne per noi, perché viviamo e non moriamo». 3 Allora i dieci fratelli di Giuseppe scesero per acquistare il frumento dall’Egitto. 4 Quanto a Beniamino, fratello di Giuseppe, Giacobbe non lo lasciò partire con i fratelli, perché diceva: «Che non gli debba succedere qualche disgrazia!». 5 Arrivarono dunque i figli d’Israele per acquistare il grano, in mezzo ad altri che pure erano venuti, perché nella terra di Canaan c’era la carestia.
6 Giuseppe aveva autorità su quella terra e vendeva il grano a tutta la sua popolazione. Perciò i fratelli di Giuseppe vennero da lui e gli si prostrarono davanti con la faccia a terra. 7 Giuseppe vide i suoi fratelli e li riconobbe, ma fece l’estraneo verso di loro, parlò duramente e disse: «Da dove venite?». Risposero: «Dalla terra di Canaan, per comprare viveri». 8 Giuseppe riconobbe dunque i fratelli, mentre essi non lo riconobbero. 9 Allora Giuseppe si ricordò dei sogni che aveva avuto a loro riguardo e disse loro: «Voi siete spie! Voi siete venuti per vedere i punti indifesi del territorio!». 10 Gli risposero: «No, mio signore; i tuoi servi sono venuti per acquistare viveri. 11 Noi siamo tutti figli di un solo uomo. Noi siamo sinceri. I tuoi servi non sono spie!». 12 Ma egli insistette: «No, voi siete venuti per vedere i punti indifesi del territorio!». 13 Allora essi dissero: «Dodici sono i tuoi servi; siamo fratelli, figli di un solo uomo, che abita nella terra di Canaan; ora il più giovane è presso nostro padre e uno non c’è più». 14 Giuseppe disse loro: «Le cose stanno come vi ho detto: voi siete spie! 15 In questo modo sarete messi alla prova: per la vita del faraone, voi non uscirete di qui se non quando vi avrà raggiunto il vostro fratello più giovane. 16 Mandate uno di voi a prendere il vostro fratello; voi rimarrete prigionieri. Saranno così messe alla prova le vostre parole, per sapere se la verità è dalla vostra parte. Se no, per la vita del faraone, voi siete spie!». 17 E li tenne in carcere per tre giorni.
18 Il terzo giorno Giuseppe disse loro: «Fate questo e avrete salva la vita; io temo Dio! 19 Se voi siete sinceri, uno di voi fratelli resti prigioniero nel vostro carcere e voi andate a portare il grano per la fame delle vostre case. 20 Poi mi condurrete qui il vostro fratello più giovane. Così le vostre parole si dimostreranno vere e non morirete». Essi annuirono. 21 Si dissero allora l’un l’altro: «Certo su di noi grava la colpa nei riguardi di nostro fratello, perché abbiamo visto con quale angoscia ci supplicava e non lo abbiamo ascoltato. Per questo ci ha colpiti quest’angoscia». 22 Ruben prese a dir loro: «Non vi avevo detto io: “Non peccate contro il ragazzo”? Ma non mi avete dato ascolto. Ecco, ora ci viene domandato conto del suo sangue». 23 Non si accorgevano che Giuseppe li capiva, dato che tra lui e loro vi era l’interprete.
24 Allora egli andò in disparte e pianse. Poi tornò e parlò con loro. Scelse tra loro Simeone e lo fece incatenare sotto i loro occhi. 25 Quindi Giuseppe diede ordine di riempire di frumento i loro sacchi e di rimettere il denaro di ciascuno nel suo sacco e di dare loro provviste per il viaggio. E così venne loro fatto.
26 Essi caricarono il grano sugli asini e partirono di là. 27 Ora, in un luogo dove passavano la notte, uno di loro aprì il sacco per dare il foraggio all’asino e vide il proprio denaro alla bocca del sacco. 28 Disse ai fratelli: «Mi è stato restituito il denaro: eccolo qui nel mio sacco!». Allora si sentirono mancare il cuore e, tremanti, si dissero l’un l’altro: «Che è mai questo che Dio ci ha fatto?».
29 Arrivati da Giacobbe loro padre, nella terra di Canaan, gli riferirono tutte le cose che erano loro capitate: 30 «Quell’uomo, che è il signore di quella terra, ci ha parlato duramente e ci ha trattato come spie del territorio. 31 Gli abbiamo detto: “Noi siamo sinceri; non siamo spie! 32 Noi siamo dodici fratelli, figli dello stesso padre: uno non c’è più e il più giovane è ora presso nostro padre nella terra di Canaan”. 33 Ma l’uomo, signore di quella terra, ci ha risposto: “Mi accerterò se voi siete sinceri in questo modo: lasciate qui con me uno dei vostri fratelli, prendete il grano necessario alle vostre case e andate. 34 Poi conducetemi il vostro fratello più giovane; così mi renderò conto che non siete spie, ma che siete sinceri; io vi renderò vostro fratello e voi potrete circolare nel territorio”».
35 Mentre svuotavano i sacchi, ciascuno si accorse di avere la sua borsa di denaro nel proprio sacco. Quando essi e il loro padre videro le borse di denaro, furono presi da timore. 36 E il loro padre Giacobbe disse: «Voi mi avete privato dei figli! Giuseppe non c’è più, Simeone non c’è più e Beniamino me lo volete prendere. Tutto ricade su di me!».
37 Allora Ruben disse al padre: «Farai morire i miei due figli, se non te lo ricondurrò. Affidalo alle mie mani e io te lo restituirò”. 38 Ma egli rispose: «Il mio figlio non andrà laggiù con voi, perché suo fratello è morto ed egli è rimasto solo. Se gli capitasse una disgrazia durante il viaggio che voi volete fare, fareste scendere con dolore la mia canizie negli inferi».

43 1 La carestia continuava a gravare sulla terra. 2 Quand’ebbero finito di consumare il grano che avevano portato dall’Egitto, il padre disse loro: «Tornate là e acquistate per noi un po’ di viveri». 3 Ma Giuda gli disse: «Quell’uomo ci ha avvertito severamente: “Non verrete alla mia presenza, se non avrete con voi il vostro fratello!”. 4 Se tu sei disposto a lasciar partire con noi nostro fratello, andremo laggiù e ti compreremo dei viveri. 5 Ma se tu non lo lasci partire, non ci andremo, perché quell’uomo ci ha detto: “Non verrete alla mia presenza, se non avrete con voi il vostro fratello!”». 6 Israele disse: «Perché mi avete fatto questo male: far sapere a quell’uomo che avevate ancora un fratello?». 7 Risposero: «Quell’uomo ci ha interrogati con insistenza intorno a noi e alla nostra parentela: “È ancora vivo vostro padre? Avete qualche altro fratello?”. E noi abbiamo risposto secondo queste domande. Come avremmo potuto sapere che egli avrebbe detto: “Conducete qui vostro fratello”?».
8 Giuda disse a Israele suo padre: «Lascia venire il giovane con me; prepariamoci a partire per sopravvivere e non morire, noi, tu e i nostri bambini. 9 Io mi rendo garante di lui: dalle mie mani lo reclamerai. Se non te lo ricondurrò, se non te lo riporterò, io sarò colpevole contro di te per tutta la vita. 10 Se non avessimo indugiato, ora saremmo già di ritorno per la seconda volta». 11 Israele, loro padre, rispose: «Se è così, fate pure: mettete nei vostri bagagli i prodotti più scelti della terra e portateli in dono a quell’uomo: un po’ di balsamo, un po’ di miele, resina e làudano, pistacchi e mandorle. 12 Prendete con voi il doppio del denaro, così porterete indietro il denaro che è stato rimesso nella bocca dei vostri sacchi: forse si tratta di un errore. 13 Prendete anche vostro fratello, partite e tornate da quell’uomo. 14 Dio l’Onnipotente vi faccia trovare misericordia presso quell’uomo, così che vi rilasci sia l’altro fratello sia Beniamino. Quanto a me, una volta che non avrò più i miei figli, non li avrò più!».
15 Gli uomini presero dunque questo dono e il doppio del denaro e anche Beniamino, si avviarono, scesero in Egitto e si presentarono a Giuseppe. 16 Quando Giuseppe vide Beniamino con loro, disse al suo maggiordomo: «Conduci questi uomini in casa, macella quello che occorre e apparecchia, perché questi uomini mangeranno con me a mezzogiorno». 17 Quell’uomo fece come Giuseppe aveva ordinato e introdusse quegli uomini nella casa di Giuseppe. 18 Ma essi si spaventarono, perché venivano condotti in casa di Giuseppe, e si dissero: «A causa del denaro, rimesso l’altra volta nei nostri sacchi, ci conducono là: per assalirci, piombarci addosso e prenderci come schiavi con i nostri asini».
19 Allora si avvicinarono al maggiordomo della casa di Giuseppe e parlarono con lui all’ingresso della casa; 20 dissero: «Perdona, mio signore, noi siamo venuti già un’altra volta per comprare viveri. 21 Quando fummo arrivati a un luogo per passarvi la notte, aprimmo i sacchi ed ecco, il denaro di ciascuno si trovava alla bocca del suo sacco: proprio il nostro denaro con il suo peso esatto. Noi ora l’abbiamo portato indietro 22 e, per acquistare i viveri, abbiamo portato con noi altro denaro. Non sappiamo chi abbia messo nei sacchi il nostro denaro!». 23 Ma quegli disse: «State in pace, non temete! Il vostro Dio e il Dio dei vostri padri vi ha messo un tesoro nei sacchi; il vostro denaro lo avevo ricevuto io». E condusse loro Simeone.
24 Quell’uomo fece entrare gli uomini nella casa di Giuseppe, diede loro dell’acqua, perché si lavassero i piedi e diede il foraggio ai loro asini. 25 Essi prepararono il dono nell’attesa che Giuseppe arrivasse a mezzogiorno, perché avevano saputo che avrebbero preso cibo in quel luogo. 26 Quando Giuseppe arrivò a casa, gli presentarono il dono che avevano con sé, e si prostrarono davanti a lui con la faccia a terra. 27 Egli domandò loro come stavano e disse: «Sta bene il vostro vecchio padre di cui mi avete parlato? Vive ancora?». 28 Risposero: «Il tuo servo, nostro padre, sta bene, è ancora vivo» e si inginocchiarono prostrandosi. 29 Egli alzò gli occhi e guardò Beniamino, il suo fratello, figlio della stessa madre, e disse: «È questo il vostro fratello più giovane, di cui mi avete parlato?» e aggiunse: «Dio ti conceda grazia, figlio mio!». 30 Giuseppe si affrettò a uscire, perché si era commosso nell’intimo alla presenza di suo fratello e sentiva il bisogno di piangere; entrò nella sua camera e pianse. 31 Poi si lavò la faccia, uscì e, facendosi forza, ordinò: «Servite il pasto». 32 Fu servito per lui a parte, per loro a parte e per i commensali egiziani a parte, perché gli Egiziani non possono prender cibo con gli Ebrei: ciò sarebbe per loro un abominio. 33 Presero posto davanti a lui dal primogenito al più giovane, ciascuno in ordine di età, e si guardavano con meraviglia l’un l’altro. 34 Egli fece portare loro porzioni prese dalla propria mensa, ma la porzione di Beniamino era cinque volte più abbondante di quella di tutti gli altri. E con lui bevvero fino all’allegria.

44 1 Diede poi quest’ordine al suo maggiordomo: «Riempi i sacchi di quegli uomini di tanti viveri quanti ne possono contenere e rimetti il denaro di ciascuno alla bocca del suo sacco. 2 Metterai la mia coppa, la coppa d’argento, alla bocca del sacco del più giovane, insieme con il denaro del suo grano». Quello fece secondo l’ordine di Giuseppe.
3 Alle prime luci del mattino quegli uomini furono fatti partire con i loro asini. 4 Erano appena usciti dalla città e ancora non si erano allontanati, quando Giuseppe disse al suo maggiordomo: «Su, insegui quegli uomini, raggiungili e di’ loro: “Perché avete reso male per bene? 5 Non è forse questa la coppa in cui beve il mio signore e per mezzo della quale egli suole trarre i presagi? Avete fatto male a fare così”». 6 Egli li raggiunse e ripeté loro queste parole. 7 Quelli gli risposero: «Perché il mio signore dice questo? Lontano dai tuoi servi il fare una cosa simile! 8 Ecco, se ti abbiamo riportato dalla terra di Canaan il denaro che abbiamo trovato alla bocca dei nostri sacchi, come avremmo potuto rubare argento o oro dalla casa del tuo padrone? 9 Quello dei tuoi servi, presso il quale si troverà, sia messo a morte e anche noi diventeremo schiavi del mio signore”. 10 Rispose: «Ebbene, come avete detto, così sarà: colui, presso il quale si troverà la coppa, diventerà mio schiavo e voi sarete innocenti». 11 Ciascuno si affrettò a scaricare a terra il suo sacco e lo aprì. 12 Quegli li frugò cominciando dal maggiore e finendo con il più piccolo, e la coppa fu trovata nel sacco di Beniamino.
13 Allora essi si stracciarono le vesti, ricaricarono ciascuno il proprio asino e tornarono in città. 14 Giuda e i suoi fratelli vennero nella casa di Giuseppe, che si trovava ancora là, e si gettarono a terra davanti a lui. 15 Giuseppe disse loro: «Che azione avete commesso? Non vi rendete conto che un uomo come me è capace di indovinare?». 16 Giuda disse: «Che diremo al mio signore? Come parlare? Come giustificarci? Dio stesso ha scoperto la colpa dei tuoi servi! Eccoci schiavi del mio signore, noi e colui che è stato trovato in possesso della coppa”. 17 Ma egli rispose: «Lontano da me fare una cosa simile! L’uomo trovato in possesso della coppa, quello sarà mio schiavo: quanto a voi, tornate in pace da vostro padre”.
18 Allora Giuda gli si fece innanzi e disse: «Perdona, mio signore, sia permesso al tuo servo di far sentire una parola agli orecchi del mio signore; non si accenda la tua ira contro il tuo servo, perché uno come te è pari al faraone! 19 Il mio signore aveva interrogato i suoi servi: “Avete ancora un padre o un fratello?”. 20 E noi avevamo risposto al mio signore: “Abbiamo un padre vecchio e un figlio ancora giovane natogli in vecchiaia, il fratello che aveva è morto ed egli è rimasto l’unico figlio di quella madre e suo padre lo ama”. 21 Tu avevi detto ai tuoi servi: “Conducetelo qui da me, perché possa vederlo con i miei occhi”. 22 Noi avevamo risposto al mio signore: “Il giovinetto non può abbandonare suo padre: se lascerà suo padre, questi ne morirà”. 23 Ma tu avevi ingiunto ai tuoi servi: “Se il vostro fratello minore non verrà qui con voi, non potrete più venire alla mia presenza”. 24 Fatto ritorno dal tuo servo, mio padre, gli riferimmo le parole del mio signore. 25 E nostro padre disse: “Tornate ad acquistare per noi un po’ di viveri”. 26 E noi rispondemmo: “Non possiamo ritornare laggiù: solo se verrà con noi il nostro fratello minore, andremo; non saremmo ammessi alla presenza di quell’uomo senza avere con noi il nostro fratello minore”. 27 Allora il tuo servo, mio padre, ci disse: “Voi sapete che due figli mi aveva procreato mia moglie. 28 Uno partì da me e dissi: certo è stato sbranato! Da allora non l’ho più visto. 29 Se ora mi porterete via anche questo e gli capitasse una disgrazia, voi fareste scendere con dolore la mia canizie negli inferi”. 30 Ora, se io arrivassi dal tuo servo, mio padre, e il giovinetto non fosse con noi, poiché la vita dell’uno è legata alla vita dell’altro, 31 non appena egli vedesse che il giovinetto non è con noi, morirebbe, e i tuoi servi avrebbero fatto scendere con dolore negli inferi la canizie del tuo servo, nostro padre. 32 Ma il tuo servo si è reso garante del giovinetto presso mio padre dicendogli: “Se non te lo ricondurrò, sarò colpevole verso mio padre per tutta la vita”. 33 Ora, lascia che il tuo servo rimanga al posto del giovinetto come schiavo del mio signore e il giovinetto torni lassù con i suoi fratelli! 34 Perché, come potrei tornare da mio padre senza avere con me il giovinetto? Che io non veda il male che colpirebbe mio padre!».

45 1 Allora Giuseppe non poté più trattenersi dinanzi a tutti i circostanti e gridò: «Fate uscire tutti dalla mia presenza!». Così non restò nessun altro presso di lui, mentre Giuseppe si faceva conoscere dai suoi fratelli. 2 E proruppe in un grido di pianto. Gli Egiziani lo sentirono e la cosa fu risaputa nella casa del faraone. 3 Giuseppe disse ai fratelli: «Io sono Giuseppe! È ancora vivo mio padre?». Ma i suoi fratelli non potevano rispondergli, perché sconvolti dalla sua presenza. 4 Allora Giuseppe disse ai fratelli: «Avvicinatevi a me!». Si avvicinarono e disse loro: «Io sono Giuseppe, il vostro fratello, quello che voi avete venduto sulla via verso l’Egitto. 5 Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita. 16&nbspPerché già da due anni vi è la carestia nella regione e ancora per cinque anni non vi sarà né aratura né mietitura. 7 Dio mi ha mandato qui prima di voi, per assicurare a voi la sopravvivenza nella terra e per farvi vivere per una grande liberazione. 8 Dunque non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio. Egli mi ha stabilito padre per il faraone, signore su tutta la sua casa e governatore di tutto il territorio d’Egitto. 9 Affrettatevi a salire da mio padre e ditegli: “Così dice il tuo figlio Giuseppe: Dio mi ha stabilito signore di tutto l’Egitto. Vieni quaggiù presso di me senza tardare. 10 Abiterai nella terra di Gosen e starai vicino a me tu con i tuoi figli e i figli dei tuoi figli, le tue greggi e i tuoi armenti e tutti i tuoi averi. 11 Là io provvederò al tuo sostentamento, poiché la carestia durerà ancora cinque anni, e non cadrai nell’indigenza tu, la tua famiglia e quanto possiedi”. 12 Ed ecco, i vostri occhi lo vedono e lo vedono gli occhi di mio fratello Beniamino: è la mia bocca che vi parla! 13 Riferite a mio padre tutta la gloria che io ho in Egitto e quanto avete visto; affrettatevi a condurre quaggiù mio padre». 14 Allora egli si gettò al collo di suo fratello Beniamino e pianse. Anche Beniamino piangeva, stretto al suo collo. 15 Poi baciò tutti i fratelli e pianse. Dopo, i suoi fratelli si misero a conversare con lui.
16 Intanto nella casa del faraone si era diffusa la voce: «Sono venuti i fratelli di Giuseppe!» e questo fece piacere al faraone e ai suoi ministri. 17 Allora il faraone disse a Giuseppe: «Di’ ai tuoi fratelli: “Fate così: caricate le cavalcature, partite e andate nella terra di Canaan. 18 Prendete vostro padre e le vostre famiglie e venite da me: io vi darò il meglio del territorio d’Egitto e mangerete i migliori prodotti della terra”. 19 Quanto a te, da’ loro questo comando: “Fate così: prendete con voi dalla terra d’Egitto carri per i vostri bambini e le vostre donne, caricate vostro padre e venite. 20 Non abbiate rincrescimento per i vostri beni, perché il meglio di tutta la terra d’Egitto sarà vostro”».
21 Così fecero i figli d’Israele. Giuseppe diede loro carri secondo l’ordine del faraone e consegnò loro una provvista per il viaggio. 22 Diede a tutti un cambio di abiti per ciascuno, ma a Beniamino diede trecento sicli d’argento e cinque cambi di abiti. 23 Inoltre mandò al padre dieci asini carichi dei migliori prodotti dell’Egitto e dieci asine cariche di frumento, pane e viveri per il viaggio del padre. 24 Poi congedò i fratelli e, mentre partivano, disse loro: «Non litigate durante il viaggio!».
25 Così essi salirono dall’Egitto e arrivarono nella terra di Canaan, dal loro padre Giacobbe, 26 e gli riferirono: «Giuseppe è ancora vivo, anzi governa lui tutto il territorio d’Egitto!». Ma il suo cuore rimase freddo, perché non poteva credere loro. 27 Quando però gli riferirono tutte le parole che Giuseppe aveva detto loro ed egli vide i carri che Giuseppe gli aveva mandato per trasportarlo, allora lo spirito del loro padre Giacobbe si rianimò. 28 Israele disse: «Basta! Giuseppe, mio figlio, è vivo. Voglio andare a vederlo, prima di morire!».

Giuseppe

AbramoContinuiamo a leggere la storia narrata nella Genesi e incontriamo Giuseppe

 

Le riflessioni sono tratte da: P. Curtaz, Il cercatore, lo scampato, l’astuto, il sognatore, San Paolo, 2016.

 
 
Leggi il testo della Genesi (trovi il brano in fondo alla pagina)

Israele amava Giuseppe più di tutti i suoi figli, perché era il figlio avuto in vecchiaia, e gli aveva fatto una tunica con maniche lunghe. I suoi fratelli, vedendo che il loro padre amava lui più di tutti i suoi figli, lo odiavano e non riuscivano a parlargli amichevolmente.

 
La promessa divina si allarga, passa di padre in figlio, non tanto come promessa di terra, ma come promessa spirituale. Dal singolo ai molti, dall’uno a tutti, dal clan al popolo, dal popolo all’intera umanità! E ciò accade anche attraverso la complessa vicenda dei figli di Giacobbe, che convergono nel concentrare la loro rabbia verso uno di loro che ha due difetti: è il preferito del padre ed è un grande sognatore, Giuseppe.

In una famiglia grande è difficile attirare l’attenzione e Giuseppe deve sgomitare per farsi notare dal padre. E lo fa diventando suo confidente, andando a riferirgli tutto ciò che combinano i suoi fratelli, attirandosi il loro astio. Anche a noi succede così: elemosiniamo attenzione, affetto ad ogni costo. Abbiamo bisogno di essere considerati! I fratelli non lo amano perché è il cocco di papà, il figlio della vecchiaia, il figlio della sposa più amata, Rachele. Giacobbe non risparmia di esprimere la sua preferenza per questo figlio e gli regala una veste, errore clamoroso!

E poi Giuseppe è un sognatore! E mancando di ogni prudenza racconta ai fratelli di visioni in cui afferma la sua futura superiorità… i fratelli lo considerano anche arrogante!

È una descrizione di Giuseppe non molto simpatica! La Bibbia ci racconta che i fratelli prendono ad odiarlo, e ovviamente prendono ad odiare lui, non il padre che lo preferisce.

Un giorno mentre si trovano al pascolo Giacobbe, sentito ciò che sta accadendo tra i figli, invia Giuseppe dai suoi fratelli con queste parole: “Vedi la pace dei tuoi fratelli e la pace del gregge e fammi tornare una parola”. Invita Giuseppe a vedere il positivo per rielaborare un giudizio diverso. Loro lo vedono arrivare da lontano e tramano contro di lui. Giuseppe viene spogliato della tunica, resta nudo come gli schiavi, come i condannati a morte e viene buttato in una cisterna vuota… morirà di sete!

Per i fratelli è già morto, si siedono a banchettare! Chi si abitua al male, vive nell’apparente drammaticità della normalità. Passa una carovana di Ismaeliti e pensano che se lo vendono ci ricavano un guadagno da quella perdita. Quando il fratello diventa fonte di guadagno si diventa capaci di tutto!

Poi inscenano la morte del fratello minore portando la sua tunica sporca di sangue al padre, inconsolabile. E ipocritamente non hanno il coraggio di dire la verità: Giuseppe è scomparso e hanno trovato la tunica sporca di sangue. Chissà cosa è successo?

Intanto Giuseppe è venduto a Potifar, eunuco del faraone, va in Egitto, terra che di nuovo sarà protagonista delle vicende dei nostri patriarchi…
 
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Ecco il brano della Genesi (Genesi 37, 3-35):

37 3 Israele amava Giuseppe più di tutti i suoi figli, perché era il figlio avuto in vecchiaia, e gli aveva fatto una tunica con maniche lunghe. 4 I suoi fratelli, vedendo che il loro padre amava lui più di tutti i suoi figli, lo odiavano e non riuscivano a parlargli amichevolmente.
5 Ora Giuseppe fece un sogno e lo raccontò ai fratelli, che lo odiarono ancora di più. 6 Disse dunque loro: «Ascoltate il sogno che ho fatto. 7 Noi stavamo legando covoni in mezzo alla campagna, quand’ecco il mio covone si alzò e restò diritto e i vostri covoni si posero attorno e si prostrarono davanti al mio». 8 Gli dissero i suoi fratelli: «Vuoi forse regnare su di noi o ci vuoi dominare?». Lo odiarono ancora di più a causa dei suoi sogni e delle sue parole.
9 Egli fece ancora un altro sogno e lo narrò ai fratelli e disse: «Ho fatto ancora un sogno, sentite: il sole, la luna e undici stelle si prostravano davanti a me». 10 Lo narrò dunque al padre e ai fratelli. Ma il padre lo rimproverò e gli disse: «Che sogno è questo che hai fatto! Dovremo forse venire io, tua madre e i tuoi fratelli a prostrarci fino a terra davanti a te?». 11 I suoi fratelli perciò divennero invidiosi di lui, mentre il padre tenne per sé la cosa.
12 I suoi fratelli erano andati a pascolare il gregge del loro padre a Sichem. 13 Israele disse a Giuseppe: «Sai che i tuoi fratelli sono al pascolo a Sichem? Vieni, ti voglio mandare da loro». Gli rispose: «Eccomi!». 14 Gli disse: «Va’ a vedere come stanno i tuoi fratelli e come sta il bestiame, poi torna a darmi notizie». Lo fece dunque partire dalla valle di Ebron ed egli arrivò a Sichem. 15 Mentre egli si aggirava per la campagna, lo trovò un uomo, che gli domandò: «Che cosa cerchi?». 16 Rispose: «Sono in cerca dei miei fratelli. Indicami dove si trovano a pascolare». 17 Quell’uomo disse: «Hanno tolto le tende di qui; li ho sentiti dire: “Andiamo a Dotan!”». Allora Giuseppe ripartì in cerca dei suoi fratelli e li trovò a Dotan. 18 Essi lo videro da lontano e, prima che giungesse vicino a loro, complottarono contro di lui per farlo morire. 19 Si dissero l’un l’altro: «Eccolo! È arrivato il signore dei sogni! 20 Orsù, uccidiamolo e gettiamolo in una cisterna! Poi diremo: “Una bestia feroce l’ha divorato!”. Così vedremo che ne sarà dei suoi sogni!». 21 Ma Ruben sentì e, volendo salvarlo dalle loro mani, disse: «Non togliamogli la vita». 22 Poi disse loro: «Non spargete il sangue, gettatelo in questa cisterna che è nel deserto, ma non colpitelo con la vostra mano»: egli intendeva salvarlo dalle loro mani e ricondurlo a suo padre. 23 Quando Giuseppe fu arrivato presso i suoi fratelli, essi lo spogliarono della sua tunica, quella tunica con le maniche lunghe che egli indossava, 24 lo afferrarono e lo gettarono nella cisterna: era una cisterna vuota, senz’acqua.
25 Poi sedettero per prendere cibo. Quand’ecco, alzando gli occhi, videro arrivare una carovana di Ismaeliti provenienti da Gàlaad, con i cammelli carichi di resina, balsamo e làudano, che andavano a portare in Egitto. 26 Allora Giuda disse ai fratelli: «Che guadagno c’è a uccidere il nostro fratello e a coprire il suo sangue? 27 Su, vendiamolo agli Ismaeliti e la nostra mano non sia contro di lui, perché è nostro fratello e nostra carne». I suoi fratelli gli diedero ascolto. 28 Passarono alcuni mercanti madianiti; essi tirarono su ed estrassero Giuseppe dalla cisterna e per venti sicli d’argento vendettero Giuseppe agli Ismaeliti. Così Giuseppe fu condotto in Egitto. 29 Quando Ruben tornò alla cisterna, ecco, Giuseppe non c’era più. Allora si stracciò le vesti, 30 tornò dai suoi fratelli e disse: «Il ragazzo non c’è più; e io, dove andrò?». 31 Allora presero la tunica di Giuseppe, sgozzarono un capro e intinsero la tunica nel sangue. 32 Poi mandarono al padre la tunica con le maniche lunghe e gliela fecero pervenire con queste parole: «Abbiamo trovato questa; per favore, verifica se è la tunica di tuo figlio o no». 33 Egli la riconobbe e disse: «È la tunica di mio figlio! Una bestia feroce l’ha divorato. Giuseppe è stato sbranato». 34 Giacobbe si stracciò le vesti, si pose una tela di sacco attorno ai fianchi e fece lutto sul suo figlio per molti giorni. 35 Tutti i figli e le figlie vennero a consolarlo, ma egli non volle essere consolato dicendo: «No, io scenderò in lutto da mio figlio negli inferi». E il padre suo lo pianse.

Giacobbe

AbramoContinuiamo a leggere la storia di Giacobbe

 

Le riflessioni sono tratte da: P. Curtaz, Il cercatore, lo scampato, l’astuto, il sognatore, San Paolo, 2016.

 
 
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Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora.

 
La lotta avviene quando siamo meno pronti, quando le nostre certezze si sono dissolte. A quel punto arriva l’avversario. E Chi è? Giacobbe non ha dubbi: ha visto Dio faccia a faccia. Giacobbe fa i conti con il suo passato, sa di aver sbagliato, ora vuole strappare la benedizione a Dio senza trucchi e una nuova identità. Non è più Giacobbe, l’ingannatore, ma Israele, Dio vince. Un segno gli ricorderà la fatica di quella notte: zoppicherà. Gli errori che ha fatto gli hanno procurato delle ferite che restano. Gli sbagli che commettiamo segnano il nostro corpo, il nostro cuore, la nostra anima. Ma non ci impediscono di avanzare, di proseguire. Andrà più lento, ma ora sa in che direzione andare. È pronto ad incontrare Esaù. Ci troviamo di fronte al primo abbraccio tra fratelli e al dono della benedizione.

Gli ultimi capitoli della storia di Giacobbe ci presentano un uomo che torna alla sua terra non con ciò che aveva chiesto, ma con ciò che aveva desiderato. È tornato da suo padre, nella sua terra. Ma è tornato cambiato, zoppicante, e libero. Il lungo viaggio iniziato da suo nonno a Carran continua alla ricerca di quel volto di Dio che si è svelato, che ha parlato.
 
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Ecco il brano della Genesi (Genesi 32, 25-30; 33, 1-11):

32 25 Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora. 26 Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all’articolazione del femore e l’articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui. 27 Quello disse: «Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora». Giacobbe rispose: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!». 28 Gli domandò: «Come ti chiami?». Rispose: «Giacobbe». 29 Riprese: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!». 30 Giacobbe allora gli chiese: «Svelami il tuo nome». Gli rispose: «Perché mi chiedi il nome?». E qui lo benedisse.
33 1 Giacobbe alzò gli occhi e vide arrivare Esaù, che aveva con sé quattrocento uomini. Allora distribuì i bambini tra Lia, Rachele e le due schiave; 2 alla testa mise le schiave con i loro bambini, più indietro Lia con i suoi bambini e più indietro Rachele e Giuseppe. 3 Egli passò davanti a loro e si prostrò sette volte fino a terra, mentre andava avvicinandosi al fratello. 4 Ma Esaù gli corse incontro, lo abbracciò, gli si gettò al collo, lo baciò e piansero. 5 Alzati gli occhi, vide le donne e i bambini e domandò: «Chi sono questi con te?». Giacobbe rispose: «Sono i bambini che Dio si è compiaciuto di dare al tuo servo». 6 Allora si fecero avanti le schiave con i loro bambini e si prostrarono. 7 Si fecero avanti anche Lia e i suoi bambini e si prostrarono e infine si fecero avanti Giuseppe e Rachele e si prostrarono. 8 Domandò ancora: «Che cosa vuoi fare di tutta questa carovana che ho incontrato?». Rispose: «E’ per trovar grazia agli occhi del mio signore». 9 Esaù disse: «Ho beni in abbondanza, fratello mio, resti per te quello che è tuo!». 10 Ma Giacobbe disse: «No, ti prego, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, accetta dalla mia mano il mio dono, perché io sto alla tua presenza, come davanti a Dio, e tu mi hai gradito. 11 Accetta il dono augurale che ti è stato presentato, perché Dio mi ha favorito e sono provvisto di tutto!». Così egli insistette e quegli accettò.

Giacobbe

AbramoContinuiamo a leggere la storia di Giacobbe

 

Le riflessioni sono tratte da: P. Curtaz, Il cercatore, lo scampato, l’astuto, il sognatore, San Paolo, 2016.

 
 
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Giacobbe amava Rachele. Disse dunque: «Io ti servirò sette anni per Rachele, tua figlia minore»

Siamo di nuovo intorno ad un pozzo e lì Giacobbe incontra Rachele. Appena la vede arrivare il suo cuore si riempie di emozioni e compie da solo lo sforzo di diversi uomini, sposta la pesante pietra che sormonta il pozzo, anzi la fa rotolare! Solo l’amore dona tanta forza…solo l’amore permette di superare gli ostacoli! Solo l’amore di Dio sposterà la pesante pietra che chiude il sepolcro. E poi, Giacobbe fa una cosa audace: bacia Rachele! Bacia e piange! Per la gioia di aver trovato la sua futura sposa. Ogni fatica, ogni dolore, si scioglie quando scopriamo qualcuno da amare.

Giacobbe e Rebecca al pozzoLabano, il padre di Rachele, lo accoglie volentieri nella sua casa e accoglie anche il suo gesto di vendersi come schiavo per sette anni pur di avere come sposa Rachele. Una vera follia! Ma l’amore fa compiere scelte folli! Nel nostro tempo dove le passioni si consumano nell’arco di qualche settimana, la Scrittura insegna che il tempo aiuta a far crescere il desiderio, senza spegnerlo, senza mortificarlo, anzi facendolo dilatare.

 

I sette anni passano e Giacobbe chiede Rachele, ha pagato la dote per averla. Si celebra il convito nuziale, ma solo al mattino si accorge che tra le braccia ha stretto Lia e non Rachele. Labano l’ha ingannato pur di rimpiazzare la figlia bruttina! E non sazio rilancia: se lavorerà per altri sette anni gratis, avrà in sposa Rachele! Che fare??? Giacobbe non se ne va, non ribalta il tavolo, non reagisce. Vive quest’inganno come un’occasione, avere Rachele.  Lia è diventata moglie con l’inganno, ma Rachele resta l’amata. 

Si resta un po’ destabilizzati nel leggere questi racconti. La Scrittura non ha paura di scandagliare l’abisso del cuore umano, di svelarne le tenebre senza scandalizzarsi! Ed è commovente trovare negli eventi narrati sentimenti contrastanti, problemi che noi condividiamo, situazioni al limite, come, a volte, le nostre…

 
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Ecco il brano della Genesi (Genesi 29, 1-30):

29 1 Poi Giacobbe si mise in cammino e andò nel paese degli orientali. 2 Vide nella campagna un pozzo e tre greggi di piccolo bestiame, accovacciati vicino, perché a quel pozzo si abbeveravano i greggi, ma la pietra sulla bocca del pozzo era grande. 3 Quando tutti i greggi si erano radunati là, i pastori rotolavano la pietra dalla bocca del pozzo e abbeveravano il bestiame; poi rimettevano la pietra al posto sulla bocca del pozzo. 4 Giacobbe disse loro: «Fratelli miei, di dove siete?». Risposero: «Siamo di Carran». 5 Disse loro: «Conoscete Làbano, figlio di Nacor?». Risposero: «Lo conosciamo». 6 Disse loro: «Sta bene?». Risposero: «Sì; ecco la figlia Rachele che viene con il gregge». 7 Riprese: «Eccoci ancora in pieno giorno: non è tempo di radunare il bestiame. Date da bere al bestiame e andate a pascolare!». 8 Risposero: «Non possiamo, finché non siano radunati tutti i greggi e si rotoli la pietra dalla bocca del pozzo; allora faremo bere il gregge».
9 Egli stava ancora parlando con loro, quando arrivò Rachele con il bestiame del padre, perché era una pastorella. 10 Quando Giacobbe vide Rachele, figlia di Làbano, fratello di sua madre, insieme con il bestiame di Làbano, fratello di sua madre, Giacobbe, fattosi avanti, rotolò la pietra dalla bocca del pozzo e fece bere le pecore di Làbano, fratello di sua madre. 11<s/up> Poi Giacobbe baciò Rachele e pianse ad alta voce. 12 Giacobbe rivelò a Rachele che egli era parente del padre di lei, perché figlio di Rebecca. Allora essa corse a riferirlo al padre. 13 Quando Làbano seppe che era Giacobbe, il figlio di sua sorella, gli corse incontro, lo abbracciò, lo baciò e lo condusse nella sua casa. Ed egli raccontò a Làbano tutte le sue vicende. 14 Allora Làbano gli disse: «Davvero tu sei mio osso e mia carne!». Così dimorò presso di lui per un mese.
15 Poi Làbano disse a Giacobbe: «Poiché sei mio parente, mi dovrai forse servire gratuitamente? Indicami quale deve essere il tuo salario». 16 Ora Làbano aveva due figlie; la maggiore si chiamava Lia e la più piccola si chiamava Rachele. 17 Lia aveva gli occhi smorti, mentre Rachele era bella di forme e avvenente di aspetto, 18 perciò Giacobbe amava Rachele. Disse dunque: «Io ti servirò sette anni per Rachele, tua figlia minore». 19 Rispose Làbano: «Preferisco darla a te piuttosto che a un estraneo. Rimani con me». 20 Così Giacobbe servì sette anni per Rachele: gli sembrarono pochi giorni tanto era il suo amore per lei. 21 Poi Giacobbe disse a Làbano: «Dammi la mia sposa, perché il mio tempo è compiuto e voglio unirmi a lei». 22 Allora Làbano radunò tutti gli uomini del luogo e diede un banchetto. 23 Ma quando fu sera, egli prese la figlia Lia e la condusse da lui ed egli si unì a lei. 24 Làbano diede la propria schiava Zilpa alla figlia Lia, come schiava. 25 Quando fu mattina… ecco era Lia! Allora Giacobbe disse a Làbano: «Che mi hai fatto? Non è forse per Rachele che sono stato al tuo servizio? Perché mi hai ingannato?». 26 Rispose Làbano: «Non si usa far così nel nostro paese, dare, cioè, la più piccola prima della maggiore. 27 Finisci questa settimana nuziale, poi ti darò anche quest’altra per il servizio che tu presterai presso di me per altri sette anni». 28 Giacobbe fece così: terminò la settimana nuziale e allora Làbano gli diede in moglie la figlia Rachele. 29 Làbano diede alla figlia Rachele la propria schiava Bila, come schiava. 30 Egli si unì anche a Rachele e amò Rachele più di Lia. Fu ancora al servizio di lui per altri sette anni.