“La parola di Dio è viva, efficace […] discerne i sentimenti e i pensieri del cuore.” (Eb 4, 12)
Lasciati interrogare dalla Parola di Dio: leggila, ascoltala, meditala, seguila.
“La parola di Dio è viva, efficace […] discerne i sentimenti e i pensieri del cuore.” (Eb 4, 12)
Lasciati interrogare dalla Parola di Dio: leggila, ascoltala, meditala, seguila.
Le riflessioni sono tratte da: P. Curtaz, Il cercatore, lo scampato, l’astuto, il sognatore, San Paolo, 2016.
Leggi il testo della Genesi (trovi il brano in fondo alla pagina)
I due fratelli cominciano a litigare nel grembo della madre, Rebecca. I figli si urtano l’un l’altro. Saranno avversari e combattenti, si fronteggiano già prima di nascere… Essere fratelli non significa necessariamente amarsi e stimarsi. Anzi, spesso, le relazioni familiari sono foriere di incomprensioni e di lotte. I due fratelli nascono e crescono facendo emergere i due caratteri decisamente diversi. Esaù è un uomo della steppa, un cacciatore, impetuoso e amato da Isacco, suo padre, perché amante della cacciagione. Giacobbe non è un combattente, ama stare sotto le tende e non è capace di cacciare. È un uomo tranquillo. Un giorno, o meglio, il giorno Esaù ha cacciato, è stanco e pretende la minestra preparata dal fratello che era stato tutto il giorno a fare nulla. Giacobbe vede il lato debole del fratello e decide di dargli un piatto di minestra in cambio della primogenitura… Accetta lo scambio. Ma la primogenitura è legata ad una missione da assolvere: essere esemplari nella ricerca di Dio, come Abramo. La risposta del fratello maggiore è raggelante: “Cosa vuoi me ne importi della primogenitura, ora che ho fame!” Esaù dimostra quello che è, uno a cui non importa nulla della promessa! Giacobbe dimostra di essere, invece, un gran furbo.
Intanto Isacco sapendo che la sua ora era vicina vuole fare le ultime raccomandazioni a Esaù. Rebecca capisce che è il momento favorevole e organizza un piano audace: Giacobbe si presenta la padre al posto di Esaù per carpirne la benedizione. Rebecca agisce con astuzia e sarà la pelle di un capretto a sostituire la peluria di Esaù. Alla domanda del padre: “Sei tu, Esaù?” Giacobbe risponde: “Sono io”. L’inganno c’è, e non si discute. Ma quando Giacobbe risponde Sono io sta mentendo? Accetta il compromesso, per lui sarebbe stato meglio restare nella tenda. Invece cresce e prende in mano la vita! Asseconda il piano divino che da tempo Esaù aveva abbandonato… Porterà le conseguenze di questo, ma il paradosso di questa storia è che Giacobbe, pur ingannando, è autentico, vero. Assume i rischi della scelta a va in fondo. E Isacco, quando si accorge di questo? Non toglie la benedizione a Giacobbe! Non lo maledice, la benedizione è per sempre. Giacobbe dovrà farsi degno di tale benedizione, ma non gli è tolta. Esaù quando si accorge di aver perso la primogenitura, ora che sa di essere il secondo, cambia atteggiamento e chiede una benedizione anche per lui. Isacco benedice anche lui, nessuno è primo o secondo, Dio ha stabilito la giustizia, come sarebbe dovuto essere tra Isacco e Ismaele. Sono due uomini adulti che devono imparare convivere con il proprio demoni: con la tendenza all’inganno e alla manipolazione, per l’uno; con la sicumera di avere tutto garantito, per l’altro. Ma Esaù è preso e afferrato dal rancore e allora Rachele fa partire Giacobbe alla ricerca di una moglie. Giacobbe parte, ha la benedizione ma a cosa gli serve? È odiato dal fratello! Dorme su una pietra e sogna. Dio parla e rinnova le promesse: una terra e una discendenza. E aggiunge la sua presenza costante: “Io sono con te, e ti proteggerò dovunque tu andrai e ti ricondurrò in questo paese, perché io non ti abbandonerò prima di aver fatto quello che ti ho detto” Giacobbe si sveglia impaurito e stupito, in quel luogo c’era Dio! E lo prende con sé. Così nella nostra vita, incontriamo Dio lì dove non sapevamo fosse.
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Ecco il brano della Genesi (Genesi 25,19-34;27,1-46):
25 19Questi sono i discendenti d’Isacco, figlio d’Abraamo. 20Abraamo generò Isacco; Isacco aveva quarant’anni quando prese per moglie Rebecca, figlia di Betuel, l’Arameo di Paddan-Aram, e sorella di Labano, l’Arameo. 21Isacco implorò il Signore per sua moglie Rebecca, perché ella era sterile. Il Signore l’esaudì e Rebecca, sua moglie, concepì. 22I bambini si urtavano nel suo grembo ed ella disse: «Se così è, perché vivo?» E andò a consultare il Signore. 23Il Signore le disse: «Due nazioni sono nel tuo grembo e due popoli separati usciranno dal tuo seno. Uno dei due popoli sarà più forte dell’altro, e il maggiore servirà il minore». 24Quando venne per lei il tempo di partorire, ecco che lei aveva due gemelli nel grembo. 25Il primo che nacque era rosso e peloso come un mantello di pelo. Così fu chiamato Esaù. 26Dopo nacque suo fratello, che con la mano teneva il calcagno di Esaù e fu chiamato Giacobbe. Isacco aveva sessant’anni quando Rebecca li partorì. 27I due bambini crebbero; Esaù divenne un esperto cacciatore, un uomo di campagna, e Giacobbe un uomo tranquillo che se ne stava nelle tende. 28Isacco amava Esaù, perché la cacciagione era di suo gusto. Rebecca invece amava Giacobbe. 29Or mentre Giacobbe faceva cuocere una minestra, Esaù sopraggiunse dai campi, tutto stanco. 30Esaù disse a Giacobbe: «Dammi per favore da mangiare un po’ di questa minestra rossa, perché sono stanco». Perciò fu chiamato Edom. 31Giacobbe gli rispose: «Vendimi prima di tutto la tua primogenitura». 32Esaù disse: «Ecco, io sto morendo; a che mi serve la primogenitura?» 33Giacobbe disse: «Prima, giuramelo». Esaù glielo giurò e vendette la sua primogenitura a Giacobbe. 34Allora Giacobbe diede a Esaù del pane e della minestra di lenticchie. Egli mangiò e bevve; poi si alzò, e se ne andò. Fu in questo modo che Esaù disprezzò la primogenitura.
27 1Isacco era invecchiato e i suoi occhi indeboliti non ci vedevano più. Allora egli chiamò Esaù, suo figlio maggiore, e gli disse: «Figlio mio!» 2Quello rispose: «Eccomi!» E Isacco: «Ecco, io sono vecchio e non so il giorno della mia morte. 3Ora prendi, ti prego, le tue armi, le tue frecce e il tuo arco, va’ fuori nei campi e prendimi un po’ di selvaggina. 4Poi preparami una pietanza saporita, di quelle che mi piacciono; portamela perché io la mangi e ti benedica prima che io muoia». 5Rebecca stava ad ascoltare mentre Isacco parlava a suo figlio Esaù. Ed Esaù se ne andò nei campi per cacciare della selvaggina e portarla a suo padre. 6Rebecca parlò a suo figlio Giacobbe e gli disse: «Ho udito tuo padre che parlava con tuo fratello Esaù, e gli diceva: 7“Portami un po’ di selvaggina e fammi una pietanza saporita perché io la mangi e ti benedica davanti al Signore, prima che io muoia”. 8Ora, figlio mio, ubbidisci alla mia voce e fa’ quello che ti comando. 9Va’ al gregge e prendimi due buoni capretti e io ne farò una pietanza saporita per tuo padre, di quelle che gli piacciono. 10Tu la porterai a tuo padre, perché la mangi e così ti benedica prima che egli muoia». 11Giacobbe disse a Rebecca sua madre: «Mio fratello Esaù è peloso, e io no. 12Può darsi che mio padre mi tasti e mi consideri un impostore e mi attirerò addosso una maledizione invece di una benedizione». 13Sua madre gli rispose: «Questa maledizione ricada su di me, figlio mio! Ubbidisci pure alla mia voce e va’ a prendermi i capretti». 14Egli dunque andò a prenderli e li portò a sua madre; e sua madre ne preparò una pietanza saporita, di quelle che piacevano al padre di lui. 15Poi Rebecca prese i più bei vestiti di Esaù, suo figlio maggiore, i quali erano in casa presso di lei, e li fece indossare a Giacobbe suo figlio minore; 16con le pelli dei capretti gli coprì le mani e il collo, che erano senza peli. 17Poi mise in mano a suo figlio Giacobbe la pietanza saporita e il pane che aveva preparato.
18Egli andò da suo padre e gli disse: «Padre mio!» Isacco rispose: «Eccomi; chi sei tu, figlio mio?» 19Giacobbe disse a suo padre: «Sono Esaù, il tuo primogenito. Ho fatto come tu mi hai detto. Àlzati, ti prego, mettiti a sedere e mangia la mia selvaggina, perché tu mi benedica». 20Isacco disse a suo figlio: «Come hai fatto a trovarne così presto, figlio mio?» E quello rispose: «Perché il Signore, il tuo Dio, l’ha fatta venire sulla mia via». 21Allora Isacco disse a Giacobbe: «Avvicìnati, figlio mio, e lascia che io ti tasti, per sapere se sei proprio mio figlio Esaù, o no». 22Giacobbe s’avvicinò a suo padre Isacco; e, come questi lo ebbe tastato, disse: «La voce è la voce di Giacobbe, ma le mani sono le mani d’Esaù». 23Non lo riconobbe, perché le sue mani erano pelose come le mani di suo fratello Esaù, e lo benedisse. 24Disse: «Tu sei proprio mio figlio Esaù?» Egli rispose: «Sì». 25E Isacco gli disse: «Portami da mangiare la selvaggina di mio figlio, e io ti benedirò». Giacobbe gliene servì, e Isacco mangiò. Giacobbe gli portò anche del vino, ed egli bevve.
26Poi suo padre Isacco gli disse: «Ora avvicìnati e baciami, figlio mio». 27Egli s’avvicinò e lo baciò. E Isacco sentì l’odore dei vestiti, e lo benedisse dicendo: «Ecco, l’odore di mio figlio è come l’odore di un campo, che il Signore ha benedetto.
28Dio ti conceda la rugiada del cielo,
la fertilità della terra
e abbondanza di frumento e di vino.
29Ti servano i popoli
e le nazioni s’inchinino davanti a te.
Sii padrone dei tuoi fratelli
e i figli di tua madre s’inchinino davanti a te.
Maledetto sia chiunque ti maledice,
benedetto sia chiunque ti benedice!»
30Appena Isacco ebbe finito di benedire Giacobbe e Giacobbe se ne fu andato dalla presenza di suo padre Isacco, Esaù suo fratello giunse dalla caccia. 31Anch’egli preparò una pietanza saporita, la portò a suo padre e gli disse: «Si alzi mio padre, e mangi della selvaggina di suo figlio, perché mi benedica». 32Suo padre Isacco gli disse: «Chi sei tu?» Ed egli rispose: «Sono Esaù, tuo figlio primogenito». 33Isacco fu preso da un tremito fortissimo e disse: «E allora, chi è colui che ha preso della selvaggina e me l’ha portata? Io ho mangiato di tutto prima che tu venissi, e l’ho benedetto; e benedetto egli sarà». 34Quando Esaù udì le parole di suo padre, emise un grido forte e amarissimo. Poi disse a suo padre: «Benedici anche me, padre mio». 35Isacco rispose: «Tuo fratello è venuto con inganno e si è preso la tua benedizione». 36Ed Esaù: «Non è forse a ragione che egli è stato chiamato Giacobbe? Mi ha già soppiantato due volte: mi tolse la mia primogenitura, ed ecco che ora mi ha tolto la mia benedizione». Poi aggiunse: «Non hai serbato qualche benedizione per me?» 37Isacco rispose e disse a Esaù: «Io l’ho costituito tuo padrone, gli ho dato tutti i suoi fratelli per servi e l’ho provveduto di frumento e di vino; che potrei dunque fare per te, figlio mio?» 38Allora Esaù disse a suo padre: «Hai tu questa sola benedizione, padre mio? Benedici anche me, padre mio!» Quindi Esaù alzò la voce e pianse. 39Suo padre Isacco rispose e gli disse:
«Ecco,
la tua dimora sarà priva della fertilità della terra
e della rugiada che scende dal cielo.
40Tu vivrai della tua spada,
e sarai servo di tuo fratello;
ma avverrà che, conducendo una vita errante,
tu spezzerai il suo giogo dal tuo collo».
41Esaù odiava Giacobbe, a causa della benedizione datagli da suo padre, e disse in cuor suo: «I giorni del lutto di mio padre si avvicinano, allora ucciderò mio fratello Giacobbe». 42Furono riferite a Rebecca le parole di Esaù, suo figlio maggiore, e lei mandò a chiamare Giacobbe, suo figlio minore, e gli disse: «Esaù, tuo fratello, vuole vendicarsi e ucciderti. 43Ora, figlio mio, ubbidisci alla mia voce; lèvati e fuggi a Caran da mio fratello Labano, 44rimani laggiù, finché il furore di tuo fratello sia passato, 45finché l’ira di tuo fratello si sia stornata da te ed egli abbia dimenticato quello che tu gli hai fatto. Allora io manderò a farti ritornare da laggiù. Perché dovrei essere privata di voi due in uno stesso giorno?» 46Rebecca disse a Isacco: «Sono disgustata a causa di queste donne ittite. Se Giacobbe prende in moglie, tra le Ittite, tra le abitanti del paese, una come quelle, che mi giova la vita?»
Le riflessioni sono tratte da: P. Curtaz, Il cercatore, lo scampato, l’astuto, il sognatore, San Paolo, 2016.
Leggi il testo della Genesi (trovi il brano in fondo alla pagina)
2Gli apparve il Signore e gli disse: «Non scendere in Egitto, abita nella terra che io ti indicherò, 3rimani come forestiero in questa terra e io sarò con te e ti benedirò
Isacco lascia il pozzo di Lacai Roi per insediarsi a Gerar, presso la costa dal re Filisteo Abimelech. Lascia il deserto per insediarsi in una terra fertile, lascia la pastorizia per diventare agricoltore. Ma arriva una carestia. La soluzione più semplice sarebbe stata scendere in Egitto, là dove il limo del Nilo garantisce la fertilità, ma Isacco non scenderà in Egitto. Si fida di Dio e rimane.
Lavorerà sodo, vuole restare nella terra che Dio gli ha donato. È un forestiero, ma questa volta decide di investire nel futuro e si fida della promessa. Solo abitando la terra in cui siamo, possiamo fiorire. Solo accettando il qui ed ora in cui esistiamo, possiamo trasfigurarlo. Solo accogliendo la sfida di restare, anche nella carestia, di non andare altrove, di non fuggire, di non illuderci che esista un mondo migliore, in cui i problemi si dissolvono, portiamo frutto. Isacco rimane, legato alla promessa. Resta, affronta le paure, le ombre, le tenebre, la sorte sfavorevole e diventa ricco! Ma si sa, la ricchezza suscita l’invidia del vicino. E così Abimelech spiando Isacco, scopre che Rebecca non è affatto sua sorella! Da una carezza, dal primo gesto di tenerezza coniugale presente nella Bibbia, Abimelech scopre che c’è del tenero tra Isacco e Rebecca. E allora viene cacciato da quella terra!!! A volte pensiamo ingenuamente che il fatto di aver seguito il Signore spalanchi la vita a una pace stabile e duratura e invece, no! La pace del cuore cui tendiamo, che nasce dalla consapevolezza di essere nel cuore di Dio, va custodita, come possiamo! Eventi e relazioni possono metterci in difficoltà! Isacco deve fuggire, non ne fa un dramma, non scatena una rissa… La terra è preziosa. Ma ancora di più lo è la vita! Sa che Dio lo benedice in altro modo, ovunque vada, qualunque cosa faccia. Il comportamento paziente di Isacco porta frutto, quando investiamo nel dialogo, nel confronto, prima o poi arrivano i frutti…
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Ecco il brano della Genesi (Genesi 26,1-15):
1Venne una carestia nella terra, dopo quella che c’era stata ai tempi di Abramo, e Isacco andò a Gerar presso Abimèlec, re dei Filistei. 2Gli apparve il Signore e gli disse: «Non scendere in Egitto, abita nella terra che io ti indicherò, 3rimani come forestiero in questa terra e io sarò con te e ti benedirò: a te e alla tua discendenza io concederò tutti questi territori, e manterrò il giuramento che ho fatto ad Abramo tuo padre. 4Renderò la tua discendenza numerosa come le stelle del cielo e concederò alla tua discendenza tutti questi territori: tutte le nazioni della terra si diranno benedette nella tua discendenza; 5perché Abramo ha obbedito alla mia voce e ha osservato ciò che io gli avevo prescritto: i miei comandamenti, le mie istituzioni e le mie leggi».
6Così Isacco dimorò a Gerar. 7Gli uomini del luogo gli fecero domande sulla moglie, ma egli disse: «È mia sorella»; infatti aveva timore di dire: «È mia moglie», pensando che gli uomini del luogo lo avrebbero potuto uccidere a causa di Rebecca, che era di bell’aspetto.
8Era là da molto tempo, quando Abimèlec, re dei Filistei, si affacciò alla finestra e vide Isacco scherzare con la propria moglie Rebecca. 9Abimèlec chiamò Isacco e disse: «Sicuramente ella è tua moglie. E perché tu hai detto: «È mia sorella»?». Gli rispose Isacco: «Perché mi son detto: che io non abbia a morire per causa di lei!». 10Riprese Abimèlec: «Perché ti sei comportato così con noi? Poco ci mancava che qualcuno del popolo si unisse a tua moglie e tu attirassi su di noi una colpa». 11Abimèlec diede quest’ordine a tutto il popolo: «Chi tocca quest’uomo o sua moglie sarà messo a morte!». 12Isacco fece una semina in quella terra e raccolse quell’anno il centuplo. Il Signore infatti lo aveva benedetto. 13E l’uomo divenne ricco e crebbe tanto in ricchezze fino a divenire ricchissimo: 14possedeva greggi e armenti e numerosi schiavi, e i Filistei cominciarono a invidiarlo.
15Tutti i pozzi che avevano scavato i servi di suo padre ai tempi di Abramo, suo padre, i Filistei li avevano chiusi riempiendoli di terra.
Le riflessioni sono tratte da: P. Curtaz, Il cercatore, lo scampato, l’astuto, il sognatore, San Paolo, 2016.
Leggi il testo della Genesi (trovi il brano in fondo alla pagina)
Il servo allora le corse incontro e disse: «Fammi bere un po’ d’acqua dalla tua anfora». Rispose: «Bevi, mio signore». In fretta calò l’anfora sul braccio e lo fece bere. Come ebbe finito di dargli da bere, disse: «Anche per i tuoi cammelli ne attingerò, finché finiranno di bere».
La storia di Abramo continua… Lo troviamo vedovo, Sara è morta, uccisa, secondo alcuni rabbini, dalla paura che Isacco potesse morire. E per darle degna sepoltura Abramo compra un pezzo di terra, non aspetta che Dio gliela doni. La richiesta di avere una tomba fatta ai Cananei è accompagnata da diverse prostrazioni… Individua una grotta a Macpela, è la sua! Una richiesta molto umana per vegliare la sua amata, un posto suo, per sempre. Efron acconsente alla richiesta per 400 sicli d’argento. Il patriarca paga quel prezzo spropositato per amore. Sara è sepolta…
Ora resta da sistemare Isacco, trovargli una moglie. Abramo ormai è anziano e chiede aiuto a un servo, Eliezer di Damasco. Per discernere la moglie di Isacco il servo mette in atto una strategia: da forestiero chiederà acqua a una bella ragazza e vedrà la reazione. Se quella ragazza, generosamente, lo accontenterà e si accorgerà che anche i cammelli sono assetati e si proporrà di provvedere, avrà superato la prima prova! Ed ecco Rebecca, carina, venuta al pozzo che offre acqua e si accorge dei cammelli. Spesso anche noi nella vita affettiva poniamo delle condizioni… Nel caso di Rebecca, Eliezer cerca una persona sensibile e generosa e la trova. Gli serve vedere se è una ragazza attenta alle esigenze altrui! Potrebbe essere un insegnamento per le nostre relazioni: spesso non siamo capaci di vedere ciò che è davvero importante nelle persone, quello che è dentro, che fa fiorire l’amore!
Eliezer ha trovato una moglie per Isacco! E si dirige a casa di Labano dove racconta tutto e rilegge gli eventi alla luce di una promessa e di un intervento divino. È bello guardare alla nostra vita in una logica di fede, rileggerla non solo in prospettiva umana ma in quella dello Spirito che conduce chi si affida lui, attraverso sentieri che non ci aspettiamo, percorrendo strade inattese… E allora non resta che accogliere la grazia di Dio che bussa alla nostra vita! Labano e Betuel, padre di Rebecca restano a bocca aperta e chiamano Rebecca che con cuore risoluto decide: “Partirò!”. Isacco non sa nulla di questo. Il racconto del loro incontro strappa un sorriso… Il loro incontro è un incrocio di guardi. Rebecca lo vede. Isacco la vede. Rebecca cade dal cammello. Isacco la porta nella sua tenda. I due si amano.
Abramo è giunto al compimento della vita e muore sazio dei suoi giorni. Felicità e sazietà sono l’obiettivo di ogni percorso di vita. Questo è ciò che accade a chi segue l’appello di Dio e va a se stesso, alla parte più autentica.
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Ecco il brano della Genesi (Genesi 23,1-25,11):
23 1 Gli anni della vita di Sara furono centoventisette: questi furono gli anni della vita di Sara. 2 Sara morì a Kiriat-Arba, cioè Ebron, nel paese di Canaan, e Abramo venne a fare il lamento per Sara e a piangerla. 3 Poi Abramo si staccò dal cadavere di lei e parlò agli Hittiti: 4 «Io sono forestiero e di passaggio in mezzo a voi. Datemi la proprietà di un sepolcro in mezzo a voi, perché io possa portar via la salma e seppellirla». 5 Allora gli Hittiti risposero: 6 «Ascolta noi, piuttosto, signore: tu sei un principe di Dio in mezzo a noi: seppellisci il tuo morto nel migliore dei nostri sepolcri. Nessuno di noi ti proibirà di seppellire la tua defunta nel suo sepolcro». 7 Abramo si alzò, si prostrò davanti alla gente del paese, davanti agli Hittiti e parlò loro: 8 «Se è secondo il vostro desiderio che io porti via il mio morto e lo seppellisca, ascoltatemi e insistete per me presso Efron, figlio di Zocar, 9 perché mi dia la sua caverna di Macpela, che è all’estremità del suo campo. Me la ceda per il suo prezzo intero come proprietà sepolcrale in mezzo a voi». 10 Ora Efron stava seduto in mezzo agli Hittiti. Efron l’Hittita rispose ad Abramo, mentre lo ascoltavano gli Hittiti, quanti entravano per la porta della sua città, e disse: 11 «Ascolta me, piuttosto, mio signore: ti cedo il campo con la caverna che vi si trova, in presenza dei figli del mio popolo te la cedo: seppellisci il tuo morto». 12 Allora Abramo si prostrò a lui alla presenza della gente del paese. 13 Parlò ad Efron, mentre lo ascoltava la gente del paese, e disse: «Se solo mi volessi ascoltare: io ti do il prezzo del campo. Accettalo da me, così io seppellirò là il mio morto». 14 Efron rispose ad Abramo: 15 «Ascolta me piuttosto, mio signore: un terreno del valore di quattrocento sicli d’argento che cosa è mai tra me e te? Seppellisci dunque il tuo morto». 16 Abramo accettò le richieste di Efron e Abramo pesò ad Efron il prezzo che questi aveva detto, mentre lo ascoltavano gli Hittiti, cioè quattrocento sicli d’argento, nella moneta corrente sul mercato. 17 Così il campo di Efron che si trovava in Macpela, di fronte a Mamre, il campo e la caverna che vi si trovava e tutti gli alberi che erano dentro il campo e intorno al suo limite, 18 passarono in proprietà ad Abramo, alla presenza degli Hittiti, di quanti entravano nella porta della città. 19 Dopo, Abramo seppellì Sara, sua moglie, nella caverna del campo di Macpela di fronte a Mamre, cioè Ebron, nel paese di Canaan. 20 Il campo e la caverna che vi si trovava passarono dagli Hittiti ad Abramo in proprietà sepolcrale.
24 1 Abramo era ormai vecchio, avanti negli anni, e il Signore lo aveva benedetto in ogni cosa. 2 Allora Abramo disse al suo servo, il più anziano della sua casa, che aveva potere su tutti i suoi beni: «Metti la mano sotto la mia coscia 3 e ti farò giurare per il Signore, Dio del cielo e Dio della terra, che non prenderai per mio figlio una moglie tra le figlie dei Cananei, in mezzo ai quali abito, 4 ma che andrai al mio paese, nella mia patria, a scegliere una moglie per mio figlio Isacco». 5 Gli disse il servo: «Se la donna non mi vuol seguire in questo paese, dovrò forse ricondurre tuo figlio al paese da cui tu sei uscito?». 6 Gli rispose Abramo: «Guardati dal ricondurre là mio figlio! 7 Il Signore, Dio del cielo e Dio della terra, che mi ha tolto dalla casa di mio padre e dal mio paese natio, che mi ha parlato e mi ha giurato: Alla tua discendenza darò questo paese, egli stesso manderà il suo angelo davanti a te, perché tu possa prendere di là una moglie per il mio figlio. 8 Se la donna non vorrà seguirti, allora sarai libero dal giuramento a me fatto; ma non devi ricondurre là il mio figlio».
9 Allora il servo mise la mano sotto la coscia di Abramo, suo padrone, e gli prestò giuramento riguardo a questa cosa. 10 Il servo prese dieci cammelli del suo padrone e, portando ogni sorta di cose preziose del suo padrone, si mise in viaggio e andò nel Paese dei due fiumi, alla città di Nacor. 11 Fece inginocchiare i cammelli fuori della città, presso il pozzo d’acqua, nell’ora della sera, quando le donne escono ad attingere. 12 E disse: «Signore, Dio del mio padrone Abramo, concedimi un felice incontro quest’oggi e usa benevolenza verso il mio padrone Abramo! 13 Ecco, io sto presso la fonte dell’acqua, mentre le fanciulle della città escono per attingere acqua. 14 Ebbene, la ragazza alla quale dirò: Abbassa l’anfora e lasciami bere, e che risponderà: Bevi, anche ai tuoi cammelli darò da bere, sia quella che tu hai destinata al tuo servo Isacco; da questo riconoscerò che tu hai usato benevolenza al mio padrone». 15 Non aveva ancora finito di parlare, quand’ecco Rebecca, che era nata a Betuèl figlio di Milca, moglie di Nacor, fratello di Abramo, usciva con l’anfora sulla spalla. 16 La giovinetta era molto bella d’aspetto, era vergine, nessun uomo le si era unito. Essa scese alla sorgente, riempì l’anfora e risalì. 17 Il servo allora le corse incontro e disse: «Fammi bere un po’ d’acqua dalla tua anfora». 18 Rispose: «Bevi, mio signore». In fretta calò l’anfora sul braccio e lo fece bere. 19 Come ebbe finito di dargli da bere, disse: «Anche per i tuoi cammelli ne attingerò, finché finiranno di bere». 20 In fretta vuotò l’anfora nell’abbeveratoio, corse di nuovo ad attingere al pozzo e attinse per tutti i cammelli di lui. 21 Intanto quell’uomo la contemplava in silenzio, in attesa di sapere se il Signore avesse o no concesso buon esito al suo viaggio. 22 Quando i cammelli ebbero finito di bere, quell’uomo prese un pendente d’oro del peso di mezzo siclo e glielo pose alle narici e le pose sulle braccia due braccialetti del peso di dieci sicli d’oro. 23 E disse: «Di chi sei figlia? Dimmelo. C’è posto per noi in casa di tuo padre, per passarvi la notte?». 24 Gli rispose: «Io sono figlia di Betuèl, il figlio che Milca partorì a Nacor». 25 E soggiunse: «C’è paglia e foraggio in quantità da noi e anche posto per passare la notte».
26 Quell’uomo si inginocchiò e si prostrò al Signore 27 e disse: «Sia benedetto il Signore, Dio del mio padrone Abramo, che non ha cessato di usare benevolenza e fedeltà verso il mio padrone. Quanto a me, il Signore mi ha guidato sulla via fino alla casa dei fratelli del mio padrone». 28 La giovinetta corse ad annunziare alla casa di sua madre tutte queste cose. 29 Ora Rebecca aveva un fratello chiamato Làbano e Làbano corse fuori da quell’uomo al pozzo. 30 Egli infatti, visti il pendente e i braccialetti alle braccia della sorella e udite queste parole di Rebecca, sua sorella: «Così mi ha parlato quell’uomo», venne da costui che ancora stava presso i cammelli vicino al pozzo. 31 Gli disse: «Vieni, benedetto dal Signore! Perché te ne stai fuori, mentre io ho preparato la casa e un posto per i cammelli?». 32 Allora l’uomo entrò in casa e quegli tolse il basto ai cammelli, fornì paglia e foraggio ai cammelli e acqua per lavare i piedi a lui e ai suoi uomini. 33 Quindi gli fu posto davanti da mangiare, ma egli disse; «Non mangerò, finché non avrò detto quello che devo dire». Gli risposero: «Di’ pure». 34 E disse: «Io sono un servo di Abramo. 35 Il Signore ha benedetto molto il mio padrone, che è diventato potente: gli ha concesso greggi e armenti, argento e oro, schiavi e schiave, cammelli e asini. 36 Sara, la moglie del mio padrone, gli ha partorito un figlio, quando ormai era vecchio, al quale egli ha dato tutti i suoi beni. 37 E il mio padrone mi ha fatto giurare: Non devi prendere per mio figlio una moglie tra le figlie dei Cananei, in mezzo ai quali abito, 38 ma andrai alla casa di mio padre, alla mia famiglia, a prendere una moglie per mio figlio. 39 Io dissi al mio padrone: Forse la donna non mi seguirà. 40 Mi rispose: Il Signore, alla cui presenza io cammino, manderà con te il suo angelo e darà felice esito al tuo viaggio, così che tu possa prendere una moglie per il mio figlio dalla mia famiglia e dalla casa di mio padre. 41 Solo quando sarai andato alla mia famiglia, sarai esente dalla mia maledizione; se non volessero cedertela, sarai esente dalla mia maledizione. 42 Così oggi sono arrivato alla fonte e ho detto: Signore, Dio del mio padrone Abramo, se stai per dar buon esito al viaggio che sto compiendo, 43 ecco, io sto presso la fonte d’acqua; ebbene, la giovane che uscirà ad attingere, alla quale io dirò: Fammi bere un po’ d’acqua dalla tua anfora, 44 e mi risponderà: Bevi tu; anche per i tuoi cammelli attingerò, quella sarà la moglie che il Signore ha destinata al figlio del mio padrone. 45 Io non avevo ancora finito di pensare, quand’ecco Rebecca uscire con l’anfora sulla spalla; scese alla fonte, attinse; io allora le dissi: Fammi bere. 46v Subito essa calò l’anfora e disse: Bevi; anche ai tuoi cammelli darò da bere. Così io bevvi ed essa diede da bere anche ai cammelli. 47 E io la interrogai: Di chi sei figlia? Rispose: Sono figlia di Betuèl, il figlio che Milca ha partorito a Nacor. Allora le posi il pendente alle narici e i braccialetti alle braccia. 48 Poi mi inginocchiai e mi prostrai al Signore e benedissi il Signore, Dio del mio padrone Abramo, il quale mi aveva guidato per la via giusta a prendere per suo figlio la figlia del fratello del mio padrone. 49 Ora, se intendete usare benevolenza e lealtà verso il mio padrone, fatemelo sapere; se no, fatemelo sapere ugualmente, perché io mi rivolga altrove».
50 Allora Làbano e Betuèl risposero: «Dal Signore la cosa procede, non possiamo dirti nulla. 51 Ecco Rebecca davanti a te: prendila e va’ e sia la moglie del figlio del tuo padrone, come ha parlato il Signore».
52 Quando il servo di Abramo udì le loro parole, si prostrò a terra davanti al Signore. 53 Poi il servo tirò fuori oggetti d’argento e oggetti d’oro e vesti e li diede a Rebecca; doni preziosi diede anche al fratello e alla madre di lei. 54 Poi mangiarono e bevvero lui e i suoi uomini e passarono la notte. Quando si alzarono alla mattina, egli disse: «Lasciatemi andare dal mio padrone». 55 Ma il fratello e la madre di lei dissero: «Rimanga la giovinetta con noi qualche tempo, una decina di giorni; dopo, te ne andrai». 56 Rispose loro: «Non trattenetemi, mentre il Signore ha concesso buon esito al mio viaggio. Lasciatemi partire per andare dal mio padrone!». 57 Dissero allora: «Chiamiamo la giovinetta e domandiamo a lei stessa». 58 Chiamarono dunque Rebecca e le dissero: «Vuoi partire con quest’uomo?». Essa rispose: «Andrò». 59 Allora essi lasciarono partire Rebecca con la nutrice, insieme con il servo di Abramo e i suoi uomini. 60 Benedissero Rebecca e le dissero:
«Tu, sorella nostra,
diventa migliaia di miriadi
e la tua stirpe conquisti
la porta dei suoi nemici!».
61 Così Rebecca e le sue ancelle si alzarono, montarono sui cammelli e seguirono quell’uomo. Il servo prese con sé Rebecca e partì. 62 Intanto Isacco rientrava dal pozzo di Lacai-Roi; abitava infatti nel territorio del Negheb. 63 Isacco uscì sul fare della sera per svagarsi in campagna e, alzando gli occhi, vide venire i cammelli. 64 Alzò gli occhi anche Rebecca, vide Isacco e scese subito dal cammello. 65 E disse al servo: «Chi è quell’uomo che viene attraverso la campagna incontro a noi?». Il servo rispose: «È il mio padrone». Allora essa prese il velo e si coprì. 66 Il servo raccontò ad Isacco tutte le cose che aveva fatte. 67 Isacco introdusse Rebecca nella tenda che era stata di sua madre Sara; si prese in moglie Rebecca e l’amò. Isacco trovò conforto dopo la morte della madre.
25 1 Abramo prese un’altra moglie: essa aveva nome Chetura. 2 Essa gli partorì Zimran, Ioksan, Medan, Madian, Isbak e Suach. 3 Ioksan generò Saba e Dedan e i figli di Dedan furono gli Asurim, i Letusim e i Leummim. 4 I figli di Madian furono Efa, Efer, Enoch, Abida ed Eldaa. Tutti questi sono i figli di Chetura.
5 Abramo diede tutti i suoi beni a Isacco. 6 Quanto invece ai figli delle concubine, che Abramo aveva avute, diede loro doni e, mentre era ancora in vita, li licenziò, mandandoli lontano da Isacco suo figlio, verso il levante, nella regione orientale.
7 La durata della vita di Abramo fu di centosettantacinque anni. 8 Poi Abramo spirò e morì in felice canizie, vecchio e sazio di giorni, e si riunì ai suoi antenati. 9 Lo seppellirono i suoi figli, Isacco e Ismaele, nella caverna di Macpela, nel campo di Efron, figlio di Zocar, l’Hittita, di fronte a Mamre. 10 È appunto il campo che Abramo aveva comperato dagli Hittiti: ivi furono sepolti Abramo e sua moglie Sara. 11 Dopo la morte di Abramo, Dio benedisse il figlio di lui Isacco e Isacco abitò presso il pozzo di Lacai-Roi.
Le riflessioni sono tratte da: P. Curtaz, Il cercatore, lo scampato, l’astuto, il sognatore, San Paolo, 2016.
Leggi il testo del sacrificio di Isacco (trovi il brano in fondo alla pagina)
1 Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». 2 Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò».
Chiunque tra noi, cari amici, sa che nella storia di Abramo c’è un fatto, un evento orrendo e osceno che lo reso famoso fino a noi. Una pagina che è tra le più incomprensibili della Bibbia, una pagina che ha commosso, sdegnato, irritato, turbato intere generazioni. Ci riferiamo al sacrificio di Isacco. L’idea di un dio tenebroso che chiede sacrifici inauditi e va temuto e rispettato è stata alimentata da questa pagina. Dio non ha chiesto forse ad Abramo di sacrificare Isacco? Non ha voluto che Gesù morisse in croce? Semplificazione orribile! Eppure sentita tante volte sulla bocca di sé-dicenti cristiani! Non è mai volontà di Dio che un figlio muoia! Il mistero della morte resta oscuro: Dio in Gesù non ce ne offre una spiegazione ma assume su di sé ogni sofferenza, salvandola.
Abramo nel racconto viene chiamato per due volte e risponde: “Eccomi!” Una risposta asciutta, evocativa, densa. La pronuncerà Maria, l’adolescente, la madre di Gesù. E arriva una richiesta, l’invito a uscire e andare sul monte. La prima volta Dio gli aveva chiesto di partire, di sacrificare il suo passato. Ora gli chiede di sacrificare il futuro. Assurdo! Il testo non racconta emozioni, ma solo fatti. E Abramo cammina tre giorni. Tre giorni per poter scegliere, per mettersi davanti alla decisione, tre giorni per camminare, tre notti per obbedire…solo il tempo ci fa capire se siamo credenti o no. Tre giorni di solitudine. Ci sono giorni nella vita che non sappiamo cosa fare, in cui il discernimento è faticoso.
Abramo e Isacco arrivano alla meta e tutto si consuma nel silenzio. Il coltello è alzato. Quando interviene Dio? Dio urla il nome di Abramo. E Abramo: “Eccomi!” Dio ha messo alla prova Abramo. Abramo lo rispetta. Dio ha scommesso, Abramo ha accettato. La scommessa per entrambi è vinta. Due vincitori, non succede quasi mai tra gli uomini. E poi Abramo torna, da solo, Isacco non è menzionato. Che significa? Abramo è cresciuto come credente, marito e ora come padre. Per ogni padre questo distacco è necessario quando i rapporti diventano morbosi. Abramo ha dovuto staccarsi da Terach, suo padre, ora è chiamato a staccarsi da suo figlio, a lasciarlo andare. Ha scoperto che non è sua proprietà, che non è merce di scambio, perché non è suo. È un passo enorme sulla consapevolezza di chi sia veramente l’essere umano!
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Ecco il brano del sacrificio di Isacco (Genesi 22,1-19):
1 Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». 2 Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò». 3 Abramo si alzò di buon mattino, sellò l’asino, prese con sé due servi e il figlio Isacco, spaccò la legna per l’olocausto e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva indicato. 4 Il terzo giorno Abramo alzò gli occhi e da lontano vide quel luogo. 5 Allora Abramo disse ai suoi servi: «Fermatevi qui con l’asino; io e il ragazzo andremo fin lassù, ci prostreremo e poi ritorneremo da voi». 6 Abramo prese la legna dell’olocausto e la caricò sul figlio Isacco, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutt’e due insieme. 7 Isacco si rivolse al padre Abramo e disse: «Padre mio!». Rispose: «Eccomi, figlio mio». Riprese: «Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?». 8 Abramo rispose: «Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio!». Proseguirono tutt’e due insieme; 9 così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna, legò il figlio Isacco e lo depose sull’altare, sopra la legna. 10 Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. 11 Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». 12 L’angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio». 13 Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e l’offrì in olocausto invece del figlio. 14 Abramo chiamò quel luogo: «Il Signore provvede», perciò oggi si dice: «Sul monte il Signore provvede». 15 Poi l’angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta 16 e disse: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio, 17 io ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza s’impadronirà delle città dei nemici. 18 Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce».
19 Poi Abramo tornò dai suoi servi; insieme si misero in cammino verso Bersabea e Abramo abitò a Bersabea.
Le riflessioni sono tratte da: P. Curtaz, Il cercatore, lo scampato, l’astuto, il sognatore, San Paolo, 2016.
Leggi Gen 21,1-21 (trovi il brano in fondo alla pagina)
27 Allora Sara disse: «Motivo di lieto riso mi ha dato Dio: chiunque lo saprà sorriderà di me!»
Dio mantiene ciò che ha promesso, arriva un figlio, Isacco e Sara sorride, ancora. Ma il suo, questa volta, non è un sorriso beffardo e disincantato come quello dell’annuncio della nascita, questa volta il riso è pieno di gioia. È tutta una gioia la nascita di Isacco, si gioisce per la fedeltà di Dio. Anche Dio ride perché sogna su questo bimbo, sarà l’erede! Ma cosa sarà di Ismaele? Abramo deve far partire questo figlio con la madre Agar, prepara il pane e l’acqua per il viaggio. Questa volta se ne prende cura. Ci sono delle cose che dobbiamo lasciare andare: degli affetti, delle persone che ci vengono donate, cui ci leghiamo, ma che poi è il tempo di lasciar andare, dei ruoli, servizi, un figlio, una parrocchia, un lavoro… Mentre siamo lì il dolore è fortissimo, eppure Abramo sceglie di fidarsi di Dio, sa che si prenderà cura anche di Ismaele.
Agar si ritroverà così libera da ogni legame, ma non saprà che farsene della sua libertà. Vaga come molti di noi che anelano alla libertà, dai genitori, dalla schiavitù di un lavoro…e quando la trovano non sanno che farsene. È nel deserto e quando è finita l’acqua non sa proprio cosa fare. Una cupa sensazione di morte la pervade. Ismaele piange… Dio ascolta quel grido. La madre è scoraggiata, non riesce a vedere il figlio morire, Dio invece ha una promessa di riserva. Ma prima l’aiuta a crescere nella consapevolezza, l’angelo le chiederà: “Che hai?”. La invita a superare il cupo dolore… anche noi dovremmo interrogarci. Il messaggero la invita a stare nella sua libertà, non deve aver paura perché Dio ascolta là dove l’uomo si trova. Non dove si trovava o troverà. Non conta il passato, ma il presente. Davanti a Dio conta ciò che sei adesso. Agar deve alzarsi! E alzandosi vedrà un pozzo d’acqua!!!
Per Dio conta il qui e ora, qui e ora ascolta il nostro pianto!
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1Il Signore visitò Sara, come aveva detto, e fece a Sara come aveva promesso. 2Sara concepì e partorì ad Abramo un figlio nella vecchiaia, nel tempo che Dio aveva fissato. 3Abramo chiamò Isacco il figlio che gli era nato, che Sara gli aveva partorito. 4Abramo circoncise suo figlio Isacco, quando questi ebbe otto giorni, come Dio gli aveva comandato. 5Abramo aveva cento anni, quando gli nacque il figlio Isacco. 6Allora Sara disse: «Motivo di lieto riso mi ha dato Dio: chiunque lo saprà sorriderà di me!». 7Poi disse: «Chi avrebbe mai detto ad Abramo: Sara deve allattare figli! Eppure gli ho partorito un figlio nella sua vecchiaia!».
8Il bambino crebbe e fu svezzato e Abramo fece un grande banchetto quando Isacco fu svezzato. 9Ma Sara vide che il figlio di Agar l’Egiziana, quello che essa aveva partorito ad Abramo, scherzava con il figlio Isacco. 10Disse allora ad Abramo: «Scaccia questa schiava e suo figlio, perché il figlio di questa schiava non deve essere erede con mio figlio Isacco». 11La cosa dispiacque molto ad Abramo per riguardo a suo figlio. 12Ma Dio disse ad Abramo: «Non ti dispiaccia questo, per il fanciullo e la tua schiava: ascolta la parola di Sara in quanto ti dice, ascolta la sua voce, perché attraverso Isacco da te prenderà nome una stirpe. 13Ma io farò diventare una grande nazione anche il figlio della schiava, perché è tua prole». 14Abramo si alzò di buon mattino, prese il pane e un otre di acqua e li diede ad Agar, caricandoli sulle sue spalle; le consegnò il fanciullo e la mandò via. Essa se ne andò e si smarrì per il deserto di Bersabea. 15Tutta l’acqua dell’otre era venuta a mancare. Allora essa depose il fanciullo sotto un cespuglio 16e andò a sedersi di fronte, alla distanza di un tiro d’arco, perché diceva: «Non voglio veder morire il fanciullo!». Quando gli si fu seduta di fronte, egli alzò la voce e pianse. 17Ma Dio udì la voce del fanciullo e un angelo di Dio chiamò Agar dal cielo e le disse: «Che hai, Agar? Non temere, perché Dio ha udito la voce del fanciullo là dove si trova. 18Alzati, prendi il fanciullo e tienilo per mano, perché io ne farò una grande nazione». 19Dio le aprì gli occhi ed essa vide un pozzo d’acqua. Allora andò a riempire l’otre e fece bere il fanciullo. 20E Dio fu con il fanciullo, che crebbe e abitò nel deserto e divenne un tiratore d’arco. 21Egli abitò nel deserto di Paran e sua madre gli prese una moglie del paese d’Egitto.
Le riflessioni sono tratte da: P. Curtaz, Il cercatore, lo scampato, l’astuto, il sognatore, San Paolo, 2016.
Leggi Gen 18,19-19,29 (trovi il brano in fondo alla pagina)
27 Abramo andò di buon mattino al luogo dove si era fermato davanti al Signore; 28 contemplò dall’alto Sòdoma e Gomorra e tutta la distesa della valle e vide che un fumo saliva dalla terra, come il fumo di una fornace.
La pagina della Scrittura che hai letto è conturbate, straniante…Eppure accogliendo questa Parola con umiltà e forza, riusciamo a intravvedere alcune caratteristiche del volto di Dio che si rivela nel racconto di Abramo.
Il Dio di Abramo rispetta la libertà dell’uomo
La visione di un Dio che punisce è in distonia con il volto della bontà di Dio, eppure ci è istintivo pensare che Dio ce l’ha con noi quando le cose non funzionano, la triste vicenda di Sodoma rivela il contrario: Dio fa il possibile per salvare l’uomo da se stesso. È Sodoma che distrugge Sodoma, non Dio.
Il Dio di Abramo ascolta l’uomo
Questa splendida intuizione che progredirà da Mosè a Davide, trova la sua pienezza in Gesù, rivelatore del Padre: è lui che racconta in maniera definitiva chi è Dio. Non siamo più servi, ma amici… interlocutori di Dio!
Il Dio di Abramo si coinvolge, salva
L’angelo va di persona a prendere Lot, rischia la vita. Dio non sta con le mani in mano, interviene, rischia… Dio condivide con l’uomo il rischio di essere sconfitto, cancellato… fino all’evento Gesù.
Questo Dio va in cerca del giusto che è nel peccatore…Il rischio che corre è indice della sua debolezza? O del suo immenso amore?
Il Dio di Abramo ha pazienza
Si resta basiti di fronte al comportamento di Lot, della moglie, dei figli…Non si rendono conto del momento tragico che vivono.
Quando siamo confusi Dio manda angeli a prenderci per mano che ci conducono fuori dal buio.
Sodoma è distrutta dalle sue mani, divorata dal fuoco della sua arroganza. Lot l’ha scampata.
Che succederà adesso ad Abramo?
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18 19 Il Signore diceva: «Io l’ho scelto [Abramo], perché egli obblighi i suoi figli e la sua famiglia dopo di lui a osservare la via del Signore e ad agire con giustizia e diritto, perché il Signore compia per Abramo quanto gli ha promesso». 20Disse allora il Signore: «Il grido di Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave. 21Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere!». 22Quegli uomini partirono di là e andarono verso Sòdoma, mentre Abramo stava ancora alla presenza del Signore. 23Abramo gli si avvicinò e gli disse: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? 24Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? 25Lontano da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lontano da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?». 26Rispose il Signore: «Se a Sòdoma troverò cinquanta giusti nell’ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutto quel luogo». 27Abramo riprese e disse: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere: 28forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?». Rispose: «Non la distruggerò, se ve ne troverò quarantacinque». 29Abramo riprese ancora a parlargli e disse: «Forse là se ne troveranno quaranta». Rispose: «Non lo farò, per riguardo a quei quaranta». 30Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno trenta». Rispose: «Non lo farò, se ve ne troverò trenta». 31Riprese: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei venti». 32Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola: forse là se ne troveranno dieci». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci». 33Come ebbe finito di parlare con Abramo, il Signore se ne andò e Abramo ritornò alla sua abitazione. 19 1I due angeli arrivarono a Sòdoma sul far della sera, mentre Lot stava seduto alla porta di Sòdoma. Non appena li ebbe visti, Lot si alzò, andò loro incontro e si prostrò con la faccia a terra. 2E disse: «Miei signori, venite in casa del vostro servo: vi passerete la notte, vi laverete i piedi e poi, domattina, per tempo, ve ne andrete per la vostra strada». Quelli risposero: «No, passeremo la notte sulla piazza». 3Ma egli insistette tanto che vennero da lui ed entrarono nella sua casa. Egli preparò per loro un banchetto, fece cuocere pani azzimi e così mangiarono. 4Non si erano ancora coricati, quand’ecco gli uomini della città, cioè gli abitanti di Sòdoma, si affollarono attorno alla casa, giovani e vecchi, tutto il popolo al completo. 5Chiamarono Lot e gli dissero: «Dove sono quegli uomini che sono entrati da te questa notte? Falli uscire da noi, perché possiamo abusarne!». 6Lot uscì verso di loro sulla soglia e, dopo aver chiuso la porta dietro di sé, 7disse: «No, fratelli miei, non fate del male! 8Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace, purché non facciate nulla a questi uomini, perché sono entrati all’ombra del mio tetto». 9Ma quelli risposero: «Tìrati via! Quest’individuo è venuto qui come straniero e vuol fare il giudice! Ora faremo a te peggio che a loro!». E spingendosi violentemente contro quell’uomo, cioè contro Lot, si fecero avanti per sfondare la porta. 10Allora dall’interno quegli uomini sporsero le mani, si trassero in casa Lot e chiusero la porta; 11colpirono di cecità gli uomini che erano all’ingresso della casa, dal più piccolo al più grande, così che non riuscirono a trovare la porta. 12Quegli uomini dissero allora a Lot: «Chi hai ancora qui? Il genero, i tuoi figli, le tue figlie e quanti hai in città, falli uscire da questo luogo. 13Perché noi stiamo per distruggere questo luogo: il grido innalzato contro di loro davanti al Signore è grande e il Signore ci ha mandato a distruggerli». 14Lot uscì a parlare ai suoi generi, che dovevano sposare le sue figlie, e disse: «Alzatevi, uscite da questo luogo, perché il Signore sta per distruggere la città!». Ai suoi generi sembrò che egli volesse scherzare. 15Quando apparve l’alba, gli angeli fecero premura a Lot, dicendo: «Su, prendi tua moglie e le tue due figlie che hai qui, per non essere travolto nel castigo della città». 16Lot indugiava, ma quegli uomini presero per mano lui, sua moglie e le sue due figlie, per un grande atto di misericordia del Signore verso di lui; lo fecero uscire e lo condussero fuori della città. 17Dopo averli condotti fuori, uno di loro disse: «Fuggi, per la tua vita. Non guardare indietro e non fermarti dentro la valle: fuggi sulle montagne, per non essere travolto!». 18Ma Lot gli disse: «No, mio signore! 19Vedi, il tuo servo ha trovato grazia ai tuoi occhi e tu hai usato grande bontà verso di me salvandomi la vita, ma io non riuscirò a fuggire sul monte, senza che la sciagura mi raggiunga e io muoia. 20Ecco quella città: è abbastanza vicina perché mi possa rifugiare là ed è piccola cosa! Lascia che io fugga lassù – non è una piccola cosa? – e così la mia vita sarà salva». 21Gli rispose: «Ecco, ti ho favorito anche in questo, di non distruggere la città di cui hai parlato. 22Presto, fuggi là, perché io non posso far nulla finché tu non vi sia arrivato». Perciò quella città si chiamò Soar. 23Il sole spuntava sulla terra e Lot era arrivato a Soar, 24quand’ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sòdoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco provenienti dal Signore. 25Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo. 26Ora la moglie di Lot guardò indietro e divenne una statua di sale. 27Abramo andò di buon mattino al luogo dove si era fermato alla presenza del Signore; 28contemplò dall’alto Sòdoma e Gomorra e tutta la distesa della valle e vide che un fumo saliva dalla terra, come il fumo di una fornace. 29Così, quando distrusse le città della valle, Dio si ricordò di Abramo e fece sfuggire Lot alla catastrofe, mentre distruggeva le città nelle quali Lot aveva abitato.
Le riflessioni sono tratte da: P. Curtaz, Il cercatore, lo scampato, l’astuto, il sognatore, San Paolo, 2016.
Gen 17,1-7
Abramo aveva novantanove anni quando il Signore gli apparve e gli disse: “Io sono Dio onnipotente: cammina nella mia presenza e sii integro e io stabilirò il mio patto fra me e te e ti moltiplicherò grandemente”. Allora Abramo si prostrò con la faccia a terra e Dio gli parlò, dicendo: “Quanto a me, ecco il patto che faccio con te; tu diventerai padre di una moltitudine di nazioni; non sarai più chiamato Abramo, ma il tuo nome sarà Abraamo, poiché io ti costituisco padre di una moltitudine di nazioni. Ti farò moltiplicare grandemente, ti farò divenire nazioni e da te usciranno dei re. Stabilirò il mio patto fra me e te e i tuoi discendenti dopo di te, di generazione in generazione; sarà un patto eterno per il quale io sarò il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te.”
Dio appare di nuovo quando Abramo ha novantanove anni, molto anziano. Appare quando tutto sembra concluso e si presenta come il Dio Onnipotente. In questa circostanza chiede ad Abramo di camminare alla sua presenza e di essere integro. Più correttamente di camminare davanti a lui e di andare nella direzione della correttezza e rettitudine. Abramo è stordito ancora una volta di fronte a questa Parola ricevuta. È convinto che il suo percorso sia finito: un figlio c’è, anche se Sara non è contenta, e invece si sbaglia di grosso! Sin dall’inizio ciò che Dio ha chiesto ad Abramo non è di diventare padre di un figlio, ma di una folla. La promessa è ben chiara! Abramo è chiamato a diventare padre spirituale di tutti coloro che si prostreranno alla ricerca del Dio che lo ha chiamato. Non è una faccenda personale, ma qualcosa che riguarda un popolo. Anche il suo nome cambia, da Abram ad Abramo. Non più padre di un figlio, ma di una moltitudine di cercatori. Il cambio del nome indica una svolta radicale… ampliando il suo nome, Abramo vede allargare il suo cuore e la sua missione. Se prendiamo sul serio Dio nel cammino che facciamo scopriamo che la nostra identità e missione è in costante evoluzione interiore. Dio ci cambia dentro e ci fiorire. Tu diventi un altro, diventi il capolavoro nascosto dentro il blocco di marmo… Il cambiamento non è solo morale o etico, infatti Abramo e Sara non sono dei modelli esemplari, il cambio del nome svela l’identità profonda di ciascuno. Dio nel rapporto personale che intesse con noi ci svela a noi stessi, ci fa da specchio, capiamo chi siamo. Dio ci fa sbocciare in una vita adulta… Dio non è un concorrente dell’umanità, non mortifica l’umano, non lo castra, non lo rende succube e sottomesso. Dio non è così, Dio è alleato per eccellenza dell’uomo e ci conduce pian piano a una piena umanità. Vuoi diventare veramente uomo/donna? Lasciati condurre dal Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe… dal Dio di Gesù Cristo e fidati!
Le riflessioni sono tratte da: P. Curtaz, Il cercatore, lo scampato, l’astuto, il sognatore, San Paolo, 2016.
Gen 16,1-15
1 Sarài, moglie di Abram, non gli aveva dato figli. Avendo però una schiava egiziana chiamata Agar, 2Sarài disse ad Abram: “Ecco, il Signore mi ha impedito di aver prole; unisciti alla mia schiava: forse da lei potrò avere figli”. Abram ascoltò l’invito di Sarài. 3Così, al termine di dieci anni da quando Abram abitava nella terra di Canaan, Sarài, moglie di Abram, prese Agar l’Egiziana, sua schiava, e la diede in moglie ad Abram, suo marito. 4Egli si unì ad Agar, che restò incinta. Ma, quando essa si accorse di essere incinta, la sua padrona non contò più nulla per lei.
5Allora Sarài disse ad Abram: “L’offesa a me fatta ricada su di te! Io ti ho messo in grembo la mia schiava, ma da quando si è accorta d’essere incinta, io non conto più niente per lei. Il Signore sia giudice tra me e te!”. 6Abram disse a Sarài: “Ecco, la tua schiava è in mano tua: trattala come ti piace”. Sarài allora la maltrattò, tanto che quella fuggì dalla sua presenza. 7La trovò l’angelo del Signore presso una sorgente d’acqua nel deserto, la sorgente sulla strada di Sur, 8e le disse: “Agar, schiava di Sarài, da dove vieni e dove vai?”. Rispose: “Fuggo dalla presenza della mia padrona Sarài”. 9Le disse l’angelo del Signore: “Ritorna dalla tua padrona e restale sottomessa”. 10Le disse ancora l’angelo del Signore: “Moltiplicherò la tua discendenza e non si potrà contarla, tanto sarà numerosa”. 11Soggiunse poi l’angelo del Signore:
“Ecco, sei incinta:
partorirai un figlio
e lo chiamerai Ismaele,
perché il Signore ha udito il tuo lamento.
12Egli sarà come un asino selvatico;
la sua mano sarà contro tutti
e la mano di tutti contro di lui,
e abiterà di fronte a tutti i suoi fratelli”.
13Agar, al Signore che le aveva parlato, diede questo nome: “Tu sei il Dio della visione”, perché diceva: “Non ho forse visto qui colui che mi vede?”. 14Per questo il pozzo si chiamò pozzo di Lacai-Roì; è appunto quello che si trova tra Kades e Bered. 15Agar partorì ad Abram un figlio e Abram chiamò Ismaele il figlio che Agar gli aveva partorito. 16Abram aveva ottantasei anni quando Agar gli partorì Ismaele.
Sara, volendo l’erede ad ogni costo, decide di avere un figlio dalla sua schiava, Agar. Sara che era rimasta in silenzio, ora parla, prende in mano la situazione, dà ordini al marito. Incapace di credere alla promessa cerca le sue soluzioni, prova lei a risolvere la situazione, anche perché in questo figlio che sarà sua proprietà, come la schiava, vede la sua gratificazione. Abramo ascolta la moglie e obbedisce… ma succede un gran pasticcio. Agar quando scopre di essere incinta rialza la testa, sapendo bene cosa significhi per Abramo quel figlio. Il grande patriarca, il padre dei credenti, è inchiodato dalla relazione con sua moglie e non interviene, né l’aiuta e vedere le cose in altro modo. Agar fugge di fronte a tanta malvagità e ingiustizia, non vuole subire e cerca di tornare al suo paese di origine. Ma Dio l’aspetta ad un pozzo, in sembianze di angelo: “Agar, schiava di Sari, da dove vieni e dove vai?”. È il primo che la chiama per nome, nel pericolo Dio si fa sentire. E La prima cosa che fa è quella di metterci davanti ad uno specchio, di farci crescere nella consapevolezza, pone domande, prima di offrire soluzioni. “Da dove vieni?” e “Dove vai?” Agar sa bene da dove viene, cosa vuole fuggire, ma non sa dove andare. L’angelo l’ascolta e la invita a tornare indietro, suo figlio sarà libero. Lei sarà sottomessa, ma suo figlio no! Riuscirà ad accettare la condizione servile, ma con un orizzonte di speranza… Ciò che abbiamo intorno spesso non cambia, l’unico modo per uscire da tante situazioni è cambiare lo sguardo. Agar tornerà dalla sua padrona, ma ora sa che non è sola. Suo figlio sarà Ismaele, Dio ha ascoltato. Sarà libero, pungolo nel fianco, colmo di coraggio…
Alla fine di questa storia i cui protagonisti continuano ad essere per nulla esemplari, l’erede c’è! Perché la storia dell’uomo, la nostra vita è fatta di fango e luce, ma Dio sempre rilancia la promessa e mai viene meno… Dio promette ad Agar, donna schiava, ciò che aveva promesso ad Abramo, uomo libero. Promette alla serva ciò che aveva promesso al padrone: una discendenza! È la prima volta che Dio parla ad una donna, schiava e a lei promette ciò che era stato detto al capostipite del popolo d’Israele. Folle Dio! La promessa fatta ad Abramo contagia Agar, la benedice… E qui in questo brano abbiamo il primo nome dato a Dio dagli uomini: colui che mi vede, colui che ho visto, colui che mi fa vedere!
Le riflessioni sono tratte da: P. Curtaz, Il cercatore, lo scampato, l’astuto, il sognatore, San Paolo, 2016.
Gn 15, 1-19
1 Dopo tali fatti, questa parola del Signore fu rivolta ad Abram in visione: «Non temere, Abram. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande». 2 Rispose Abram: «Mio Signore Dio, che mi darai? Io me ne vado senza figli e l’erede della mia casa è Eliezer di Damasco». 3 Soggiunse Abram: «Ecco a me non hai dato discendenza e un mio domestico sarà mio erede». 4 Ed ecco gli fu rivolta questa parola dal Signore: «Non costui sarà il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede». 5 Poi lo condusse fuori e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». 6 Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia. 7 E gli disse: «Io sono il Signore che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questo paese». 8 Rispose: «Signore mio Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?». 9 Gli disse: «Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un piccione». 10 Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all’altra; non divise però gli uccelli. 11 Gli uccelli rapaci calavano su quei cadaveri, ma Abram li scacciava. 12 Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco un oscuro terrore lo assalì. 13 Allora il Signore disse ad Abram: «Sappi che i tuoi discendenti saranno forestieri in un paese non loro; saranno fatti schiavi e saranno oppressi per quattrocento anni. 14 Ma la nazione che essi avranno servito, la giudicherò io: dopo, essi usciranno con grandi ricchezze. 15 Quanto a te, andrai in pace presso i tuoi padri; sarai sepolto dopo una vecchiaia felice. 16 Alla quarta generazione torneranno qui, perché l’iniquità degli Amorrei non ha ancora raggiunto il colmo». 17 Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un forno fumante e una fiaccola ardente passarono in mezzo agli animali divisi. 18 In quel giorno il Signore concluse questa alleanza con Abram: «Alla tua discendenza io do questo paese dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate; 19 il paese dove abitano i Keniti, i Kenizziti, i Kadmoniti, 20 gli Hittiti, i Perizziti, i Refaim, 21 gli Amorrei, i Cananei, i Gergesei, gli Evei e i Gebusei».
Questo brano mostra il primo dialogo tra Dio e Abramo, addirittura Abramo ha il coraggio di replicare, finora ha soltanto ascoltato e ubbidito. Ora parla e mette in dubbio la promessa. Dio gli aveva promessa una discendenza molte volte, ma nessun figlio è arrivato, quindi Abramo rinfaccia a Dio che non è stato capace, le sue promesse sono parole vuote. Il Signore nella sua pazienza svela il suo disegno, rilancia, alza il tiro… una discendenza numerosa nascerà da lui. Lo invita a guardare le stelle, ad allargare la sua prospettiva, a sognare, Dio realizza ciò che promette, ma mai come vorremmo! Abramo è stordito, non se lo aspettava, sceglie di credere. Per un attimo coglie con chi ha a che fare, e fa l’unica cosa da fare: zittisce! Quando pensiamo che il Signore ce l’abbia con noi accade che ci chiede di allargare lo sguardo. E ci invita a fare memoria… La faccenda si fa seria, Abramo non sta parlando con qualsiasi divinità, ma con colui che ha intessuto le sue viscere… e tra i due si stabilisce un’alleanza attraverso un rito. Animali squartati, vite offerte, sacrificate, consumate divise a metà. Di solito i due che contraevano il patto passavano in mezzo, in questo caso sarà Dio, sotto il segno del fuoco, a passarvi, è lui che assume l’alleanza, che garantisce. Lui è fedele. Ciò che deve fare Abramo è cacciare i rapaci che vogliono portare via l’alleanza. Qui Abramo scopre che ha a che fare con Dio, non con una divinità dei popoli vicini. È quello che chiamiamo timor di Dio, consapevolezza dell’immensità di Dio, della misura della sua non misura… Abramo crede alla promessa, ora ha capito. Non sa come avverrà, ma si fida. A lui non importa sapere come, ma a Sara sì, moltissimo…
(Continua)
Le riflessioni sono tratte da: P. Curtaz, Il cercatore, lo scampato, l’astuto, il sognatore, San Paolo, 2016.
Abramo ha settantacinque anni quando parte: la sua azione non è frutto di una scelta impulsiva, tipica di chi è giovane e pieno di curiosità, ma è, piuttosto, il passo meditato di chi ha visto e sperimentato il peso della vita.
Proprio quando pensa di avere concluso la sua vita, quando ha un lavoro, un ruolo, quando si è rassegnato all’assenza di figli, si rimette in gioco. Dio riserva sempre sorprese inattese e nel momento in cui non ci aspettiamo più nulla.
Non solo. Abramo parte portandosi dietro la sua storia, i suoi affetti più vicini. Abbandonarli sarebbe segno di indifferenza, non di libertà. Nel suo cammino deve ancora risolvere la relazione con sua moglie, con suo nipote, avrà del tempo per farlo. Non si parte mai totalmente liberi, si diventa liberi, ma non nel senso di lasciare per strada il nostro passato, di tagliare i ponti fisicamente con quanto ci ha preceduto, perché non sempre è opportuno o possibile farlo, bensì nel senso di ridefinire le relazioni, di viverle con una distanza che ci permette di accoglierle e interpretarle nella giusta prospettiva. Noi siamo anche il nostro passato, la nostra famiglia di origine, nostro padre, nostra madre, i nostri fratelli e sorelle. Noi siamo anche i nostri errori, le nostre scelte, le cose che abbiamo dovuto subire, le nostre ferite sanguinanti. Noi siamo anche i nostri limiti, compresi quelli che cerchiamo di nascondere e che ci fanno paura. E portiamo tutto con noi, perché tutto ciò che siamo, siamo stati e saremo sia liberato e trasfigurato.
L’inizio del racconto, così folgorante, contiene in sé una fragilità, una contraddizione.
Abramo porta con sé parte del suo passato e del suo presente, ma scopre, subito, che la terra fisica in cui dovrebbe trasferirsi è già abitata. La sposa promessa… è già impegnata! Abramo dovrà confrontarsi e lottare con la diversità, uscire da sé per incontrare Dio significa andare in una terra sconosciuta ma già abitata, in positivo e in negativo. Non è mai un terreno vergine, quello in cui andiamo, è abitato da altro, da altri, richiede una predisposizione al confronto e alla mediazione. Non solo. Dio gli dice, correggendo la promessa, che darà la terra ai suoi discendenti, non più a lui. Che batosta! Come farà con Mosè, il liberatore che non entrerà mai nella terra di Israele, Dio svela ad Abramo che occorre guardare al di là del proprio percorso, del risultato, della propria vita interiore.
«Io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare» (Gen 22, 17)
Ma quel partire, quell’osare, quel cercare è già gravido di conseguenze. Per il fatto stesso di andare, Abramo smuove un universo. Smuove l’Universo. Il suo dinamismo inonda il futuro e lo feconda.
Diventa una pioggia di benedizioni. Benedire, cioè dire del bene, vivere il bene, operare il bene, sperimentare il bene. La luce, non l’ombra, finisce col predominare. Ecco la benedizione per sé e per l’umanità intera. Poiché si è fidato, poiché non si è fatto un’immagine idolatrica di sé, poiché accetta di essere in divenire, diviene Patriarca, cioè padre dell’umanità che non si arrende. Abramo parte per una ricerca non solo personale ma collettiva: da subito viene coinvolto un popolo, una discendenza, un futuro. Non parte per sé ma per me, per noi, per tutti.
Ciò che facciamo ha delle conseguenze imprevedibili, da ora e per sempre, che superano la nostra esperienza. Porsi alla luce dell’Eterno significa strappare la nostra vita alla dittatura dei risultati conseguiti, ai veri o presunti fallimenti, alle disillusioni, al giudizio. Guardare la propria vita inserita in un’altra grande Storia fatta di benedizione per noi e per tutti. Guardarsi come parte di un immenso progetto di salvezza. E pazienza se la nostra vita non va come avremmo voluto…
La nostra esperienza non è mai solitaria! Abramo lo sperimenta: la sua risposta, la sua avventura diventa benedizione per un intero popolo, per l’intera umanità.
La chiamata di Abramo ci svela che è sempre Dio a prendere l’iniziativa, è lui che ci viene incontro. Ed è la grande novità proposta dall’approccio biblico, qualcosa fino ad allora inimmaginato. È Dio che ci cerca. Noi cerchiamo colui che ci cerca. Lasciamoci trovare!
Non solo. Dio rispetta i nostri tempi e i nostri cammini. Abramo sente la voce di Dio e l’esigenza di una vita autentica in età adulta: la sua scoperta di Dio non è né facile né immediata, dovrà attraversare molte prove, prendere coscienza e superare i propri limiti, lottare contro i propri sbagli e gli avversari, fidarsi della promessa di una discendenza, staccarsi dai legami esteriori e interiori, dal possesso (una terra già abitata!), dalla realizzazione immediata. Tutto questo non si fa in un attimo, ci vuole molto tempo! Dio è sempre alla porta e bussa. Ci sono momenti nella vita in cui, finalmente, ci decidiamo ad ascoltare.
Ma Dio non può essere trovato se la nostra vita è piena di idoli. Anche la nostra idea di Dio, la nostra vocazione religiosa, il nostro movimento possono diventare degli idoli. Anche i nostri affetti, anche la nostra famiglia o le nostre conquiste. Tutto è nostro, ma noi siamo di Cristo e Cristo è di Dio (1Cor 3,23).
Abramo è un cercatore di Dio. O la nostra vita diventa ricerca, passione, scrutamento, o finisce con l’essere uno sterile susseguirsi di giorni. La grande notizia della Parola è che ognuno di noi ha un destino, una chiamata, ognuno di noi è chiamato, chiamata da Dio, ognuno è capace di Dio. O l’uomo cerca l’altrove, si fa viandante, è in movimento continuo o non è. E la vita diventa una splendida caccia al tesoro (Mt 13,44).
Siamo chiamati a rispettare i tempi della nostra crescita umana e spirituale. Dio non ha fretta, sa attendere i nostri tempi, le nostre stagioni. Il rischio di ricercare una conversione definitiva e immediata (come san Paolo!) e non accettare una logica di conversione è sempre presente. Vorremmo cambiamenti immediati, folgoranti, epocali. I cambiamenti avvengono solo per stadi e a volte durano tutta la vita e a volte a Dio non interessano! La logica di Dio mette in crisi il nostro efficientismo!
Siamo uomini quando diventiamo liberi. Quando ci liberiamo dagli idoli. Occorre anzitutto dare un nome agli idoli, identificarli, sapendo che gli idoli cambiano con noi. Da quelli giovanili (l’efficienza, il guadagno, il delirio di onnipotenza) a quelli da adulti (il ruolo, gli status symbol, l’immagine di sé) a quelli del tramonto della vita (l’essere riconosciuti, la depressione del vivere). Una corretta percezione di sé è auspicabile e positiva, e deriva dallo scoprirsi cercatori, alla luce della Parola. La libertà “da” ciò che ci sta intorno diventa libertà “per”, per amare. Come dice Gesù, la consapevolezza dei legami negativi ci spinge ad accoglierli e a trasfigurarli. Più raramente a superarli. La verità ci farà liberi (Gv 8,32)!